Identità sessuale e antropologia - di Stefania Morreale (dal saggio "Contro Natura" di Francesco Remotti)

attualita
Typography

Recentemente si è svolta a Bagheria una conferenza pubblica dal titolo 'Maschio e femmina Dio li creò', dedicata al tema dell'identità sessuale. L'incontro, che ha avuto luogo nella Chiesa del S. Sepolcro, ha visto gli interventi dell'avvocato Amato, del professore Sesta e della dottoressa De Mari, la quale ha scatenato una pioggia di reazioni soprattutto da parte della comunità lgbt e di alcuni media nazionali.

Da qualche anno il tema dell'identità sessuale e della sua costruzione è studiato ed indagato e la letteratura antropologica, sociologica, psicologica a riguardo è oggi abbastanza prolifica. Nonostante gli sforzi di molti ricercatori non si è giunti ad una risposta definitiva (se mai possa essercene una!) e lo scontro tra chi sostiene l'universalità e l'oggettività dell'identità sessuale e chi ne sostiene la sua costruzione culturale e la sua dimensione soggettiva sembra acuirsi. Il dibattito rimane aperto, come testimoniato proprio dalle diverse reazioni derivate dall'incontro tenutosi nella Parrocchia del S. Sepolcro. Ma allora è quasi legittimo chiedersi: il genere sessuale cosa è? Quale delle diverse scuole di pensiero sostiene il vero? È impossibile dare un'unica risposta corretta a queste domande, almeno per me. Alle convinzioni sulla natura umana certa e stabile di Descartes, preferisco quelle di Pascal che riconosce nell'incertezza la condizione naturale dell'umanità. L'unico contributo che mi sento di dare sul tema deriva dal metodo di indagine antropologico: "l'antropologo farebbe bene a cominciare a snocciolare vari esempi", scrive Remotti nel suo Contro natura, invitando gli antropologi in primis e tutti noi in secundis, ad analizzare concetti sociali ampliando il proprio punto vista, "tessendo dei fili che conducono da caso a caso" costruendo così una rete di connessioni attraverso la quale forme diverse di questi concetti si collegano sotto molteplici punti di vista. Cogliendo questo consiglio mi permetto di indicare in seguito alcuni eclatanti casi etnografici che hanno come tema proprio quello dell'identità sessuale.

Walter Lee Williams, antropologo e studioso di genere, racconta che nella tribù di nativi americani Ojibwa esisteva la figura del 'niizh manidoowag' (tradotto letteralmente: due spiriti); si tratta di una persona nel cui corpo convivono sia lo spirito maschile sia lo spirito femminile. Esisteva quindi questo terzo genere che, contrariamente a quanto si potrebbe ipotizzare, veniva rispettato e valorizzato perché considerato un ponte in grado di mediare tra il genere femminile e quello maschile. Poiché sia uomo sia donna, i due spiriti possedevano una visione doppia e per questo più estesa rispetto a chi possedeva un solo genere sessuale. Tra gli Hidatsa nella Pianure del Nord, racconta Roscoe, questi individui costituivano una classe dominante indispensabile per prendere importanti decisioni. Anche tra i Navajo i due spiriti erano tenuti in grande considerazione e venivano educati a diventare capofamiglia.
Il noto antropologo Evans-Pritchard ha documentato che tra i Nuer del Sudan le donne sterili, e quindi impossibilitate a svolgere quella che per la comunità Nuer è la vocazione femminile per eccellenza, diventavano uomini. Dal punto di vista del lignaggio della donna, questa veniva considerata un uomo e per questo poteva partecipare con i suoi fratelli alla distribuzione del bestiame. In questo modo le era possibile accumulare bestiame e prendere una moglie, proprio come un uomo. A questo punto il problema della sterilità rimarebbe, viene da pensare, ma i Nuer risolvevano il problema attraverso l'introduzione nella casa anche di un uomo, il quale aveva la funzione di ingravidare la sposa.
Tra le montagne dell'Albania del nord e in alcune zone del Kosovo giovani donne scelgono ancora oggi di diventare vergini giurate, rinunciando alla loro femminilità, per trasformarsi a tutti gli effetti in uomini. Iniziano così a vestirsi da uomo, a bere e fumare come è possibile fare solo agli uomini e rinunciano per sempre ad una vita coniugale. Questo fenomeno, passato in sordina per secoli, sembra essere uscito allo scoperto solo recentemente, grazie anche al successo del romanzo prima e del film dopo intitolato 'Vergini giurate'.

I casi etnografici citati rappresentano solo un piccolo campione che, per esigenze di spazio, ci faremo bastare. In ogni caso, ciò che è evidente a tutti ed è quindi possibile affermare con certezza è che la costruzione del genere sessuale è vissuta in maniera diversa all'interno di contesti culturali diversi. Questo dato di certo non basta a fornire una risposta univoca e chiara sul delicato tema dell'identità sessuale, ma può essere considerato un punto di partenza in grado di allargare il nostro punto di vista così da permetterci di svincolarci da ideologie che – per abitudine – sentiamo come 'naturali' e 'assolute' e che – in realtà – diventano relative se decontestualizzate. Questo relativismo culturale – possiamo chiamarlo così – non è un punto d'arrivo nella ricerca e nello studio dei tanti concetti sociali che tentiamo di codificare e interpretare. Rappresenta piuttosto la parte iniziale di una percorso più lungo e tortuoso. Cos'altro c'è da fare, quindi, per giungere a una risposta seppure non definitiva? Il mio pensiero si ritrova nelle parole di Francesco Remotti che, a questa domanda, risponde così:
'Risponderei con una parola: tessere, nel senso di collegare, cucire, connettere [...] La proposta è attraversare la diversità culturale, sia pure per brevi tratti e segmenti parziali, non in maniera definitiva e completa: sempre meglio però delle soluzioni che sopprimono la diversità da un lato e di quelle che, dall'altro lato, non offrono strumenti per tentare qualche cucitura, qualche attraversamento, qualche traduzione".

Stefania Morreale