Alle frontiere dell'integrazione: Il Centro d'accoglienza "Panta Rei" di Bagheria

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Il centro di seconda accoglienza Panta Rei, gestito da Anna Balistreri, è attivo sul territorio bagherese dal 2016 e, attualmente, ospita dieci minori provenienti da diversi paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Nonostante le molteplici difficoltà, la struttura continua a lavorare, mettendo al primo posto il benessere dei minori.

-Salve Anna, come nasce il centro d’accoglienza Panta Rei?
-Questo centro, ormai attivo da quasi due anni, è un centro di seconda accoglienza, quindi i ragazzi che ci abitano provengono da altri centri d’accoglienza dislocati nella regione. Nasce nel giugno del 2016 con non poche difficoltà, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti economici e burocratici che sembravano non essere complessi ma lo sono diventati in maggior misura a causa del comune di Bagheria, che ha deciso di non contribuire alle spese del centro. In questo modo i soldi a noi destinati si sono dimezzati, ma nonostante tutto abbiamo deciso di aprire.

-Qual è il personale presente nella struttura?
-La legge prevede sei figure professionali per ogni centro di secondo livello: quattro educatori, un assistente sociale e un mediatore. Il lavoro di questi professionisti è formidabile, ma quello che spesso viene tralasciato da chi di dovere è la scarsità dei fondi. Quindi ben vengano le figure professionali, ma bisognerebbe incentivare le assunzioni con maggiori finanziamenti. Anche perché, contrariamente a quanto sostengono in molti (e cioè che l’immigrazione tolga posti di lavoro), questi centri di accoglienza ci permettono di dare lavoro a tanti giovani che altrimenti rimarrebbero disoccupati.

-Qual è stata la reazione del quartiere?
-Inizialmente abbiamo avuto non pochi problemi. La gente era diffidente e non accettava di buon grado la presenza dei ragazzi. Molti di loro temevano per la salute dei propri figli; erano convinti che i ragazzi potessero avere qualche malattia infettiva magari tipica del paese di provenienza. I ragazzi sono super controllati; sono obbligati a fare dei controlli periodici e vengono costantemente monitorati. Per cui la paura di un contagio è infondata. Mi sento di dover ringraziare anche a nome di tutti i ragazzi il dottore Tullio Prestileo che, con grande passione e umanità, segue i ragazzi di questo centro. Comunque con il passare del tempo la gente del quartiere ha imparato a conoscerli e devo dire che la situazione è cambiata. I ragazzi sono entrati nel cuore di tutti i vicini. Adesso si respira un bel clima e non posso che esserne contenta. Proprio a partire da questa piccola esperienza ho capito che la gente che si professa intollerante e chiusa nei confronti di chi arriva da lontano, lo è nella maggior parte dei casi per diffidenza e che basta poco per farli ricredere. Dovremmo tutti essere più umani e i bagheresi sanno davvero esserlo.

-Buongiorno Maria, lei è un’educatrice di questo centro. In cosa consiste il suo lavoro?
-Gli educatori qui si occupano di seguire questi ragazzi che, ricordiamolo, sono minorenni quindi frequentano la scuola. Per cui spesso li aiutiamo a fare i compiti, seguiamo soprattutto chi ha più difficoltà con la lingua italiana. Inoltre cerchiamo di dargli delle regole che hanno a che fare con l’autogestione domestica; per cui ognuno dei ragazzi sa di avere un compito preciso all’interno della casa. Il nostro lavoro è fortemente improntato all’auto-sufficienza di questi minori, perché una volta compiuti 18 anni d’età dovranno gestirsi da soli. Il momento dei pasti, quindi pranzo e cena, è un momento collettivo e di condivisione.

-Si sono mai presentati problemi e incomprensioni tra i ragazzi?
-Assolutamente no. Nonostante arrivino da paesi diversi e appartengano a confessioni religiose diverse, devo dire che vanno tutti d’accordo. Regna un clima di grande rispetto e ci sentiamo tutti un po’ una grande famiglia allargata.

-Come impiegano il loro tempo i ragazzi?
-Oltre ad andare a scuola e quindi svolgere i compiti nel pomeriggio, i ragazzi sono impegnati in attività sportive, musicali. Alcuni di loro svolgono tirocini per diventare pasticceri o cuochi. Insomma si tengono occupati, e questo è molto importante.

-Anna, qual è la criticità maggiore di questo centro?
-Ci sentiamo abbandonati, da parte del comune di Bagheria, e non intendo solo dal punto di vista economico. Nessun rappresentante della giunta è mai venuto qui a visitare i ragazzi, a dargli il benvenuto. Inoltre, anche gli assistenti sociali sono poco presenti, e questo va a scapito dei ragazzi.

Intervista di Stefania Morreale