In ricordo dell'Avv. Pippo Zelfino - di Salvatore Fricano

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Mercoledì 22 maggio, alle ore 17,00, nella cappella di Villa Palagonia sarà celebrata una messa in suffragio dell’avv. Pippo Zelfino, a trent’anni dalla sua morte. 

Sarà possibile, dopo la messa, apporre una firma per una petizione affinché il Comune di Bagheria possa intitolargli una via\piazza. Ringraziamo anticipatamente l’ex sindaco Biagio Sciortino che seguirà in prima persona l’iter da avviare per una richiesta formale presso le istituzioni locali.

Celebreranno padre Salvatore Lo Bue e padre Francesco Stabile.

Partecipiamo, noi che lo abbiamo conosciuto, per dimostrare che il suo nome non è stato scritto sull’acqua!

È molto probabile che le nuove generazioni della nostra piccola – ristretta? - comunità non abbiano sentito parlare di una persona eccellente qual è stata l’avv. Giuseppe Zelfino, per tutti Pippo. Ma è molto probabile che i giovani di adesso abbiano sentito parlare dai loro zii o da i loro nonni, di un tale, elegante ed eccentrico, che attirava sempre l’attenzione, che si trovava a camminare, distrattamente e nobilmente, per il corso Umberto oppure sostava nella sua prima abitazione di fronte al Municipio (adesso libreria Books) o nella successiva residenza, nella piazza antistante l’ingresso di Villa Valguarnera. Magari pronto a ricevere di sera, nella calura estiva o durante le festività, tanti passanti che volevano sedersi e stare in compagnia. Tutti, difatti, lo conoscevano!
Molti sarebbero gli aneddoti che ciascuno di noi potrebbe raccontare o magari tenere in serbo, come ricordi cari di una persona che emanava fascino ma che a volte poteva incutere timore, soprattutto a quelli si presentavano con spocchia, vantando qualche conoscenza ‘intellettuale’ e millantando saperi inesistenti.
Nell’inconsistenza del tempo che fugge, che inghiotte tutto, almeno quelli in cui è ancora molto viva la sua presenza, sentono il dovere di ricordarlo dopo che, all’improvviso, ci lasciò la notte del 22 maggio del 1989. Tutti siamo rimasti attoniti. Nessuno – sfido - poteva immaginare che tanto concentrato di energia e di pensieri frizzanti potesse spegnersi all’improvviso, per una crisi d’asma mal curata e ancor peggio gestita, nel momento culminante.
Era solo un avvocato? No, era uomo di mondo, esteta, anima profondamente religiosa, ammonitore a volte severissimo, mai superficiale, sapiente ‘ideatore’ di strutture di un presepio che attirava, durante ogni periodo natalizio, frotte di benpensanti e persone comuni. Le domeniche del periodo natalizio erano, nella sua abitazione, un continuo viavai, con somma disperazione della sorella, mai stata veramente in sintonia con il fratello geniale. Gradiva molto il contadino che entrava, che si toglieva il cappello, in silenzio, contemplando la natività piuttosto che il critico di turno che faceva osservare come qualcosa, un pastore, una luce, un sentiero, potesse essere fuori posto!
Chi, fra noi, aveva il privilegio di sondarne i pensieri più reconditi notava una calda umanità, unita a un tormento mai sopito, sebbene ancorato a una forte fede religiosa, che lo riequilibrava, concedendogli quella serenità ‘minima’ che permette di intrattenere commerci con il mondo.
Tormentato, perché? Aveva tutte le potenzialità per affermarsi nel campo della critica d’arte (si illuse di poter diventare responsabile della galleria d’arte comunale), oppure nell’allestire lavori teatrali di spessore (come fece con una memorabile – mi dicono - ‘L’allodola,’ sulla vita di Giovanna D’Arco, testo di Jean Anouilh), oppure per essere l’animatore di cineclub (come avvenne con le rassegne del cineclub Sicilia, nel 1960, fondato assieme a Filippo Lo Medico, Salvatore Lo Bue, Tommaso Di Salvo. Vedi: B. Napoli e M. Aiello, Tornatore & Co, E. M. Falcone editore, Bagheria 2009, p. 40), ecc. Il suo estro era un unicum nel panorama locale che, sebbene avesse creato l’humus in cui hanno prosperato, - nel loro periodo giovanile - Renato Guttuso, Ferdinando Scianna, Antonino Buttitta, Peppuccio Tornatore, non permetteva a una persona brillante, ma delicata come lui, di emergere.
Ecco, era troppo delicato per i macho bagheresi. In fondo lo ammiravano, lo stimavano ma non lo seguivano veramente. Per fortuna si tenne lontano dalla politica attiva. A chi gli diceva, per adularlo, che sarebbe stato un ottimo sindaco, replicava che, se fosse diventato sindaco, per le sue iniziative e per la sua nota inflessibilità, quelle stesse persone gli avrebbero tolto il saluto!
Soleva dire, a chi gli domandava cosa avesse realizzato nella vita, la frase seguente: “C’è chi si realizza trovando una strada sicura, dritta e arriva alla scopo, ma c’è anche chi si realizza nel continuo non realizzarsi!”. E gli spuntava un sorriso enigmatico. Appunto, lui era questo non realizzarsi. Tante erano le vie, tante le possibilità, che alla fine si è smarrito. Se fosse stato a Roma, a Firenze, molto probabilmente…
Il suo mondo allora diventò, per molto tempo, Villa Palagonia, e noi giovinetti facevamo a gara per obbedire ai suoi ‘imperativi’ del sabato pomeriggio, in sacrestia. Che dire delle attività di giardinaggio che si susseguivano con ritmo febbrile nel periodo di preparazione della quaresima e delle letture della via Crucis, su testi di Josemaria Escrivà, non ancora santo?
Poi la domenica, ogni domenica, avveniva la sua trasfigurazione. Fino al giorno prima era irresistibile nella sua voglia di comando, con la verve slanciata a fare battute fulminanti e rimproveri degni di un palcoscenico (memorabile fu il seguente: “[nome], cosa hai fatto? Prendi questa chiave del bagno, chiuditi là dentro e prova a fare cacca, ed esci da là solo quando dalla tua cacca non esca un [nome] migliore… oppure butta via la chiave!!”). Ecco, durante le celebrazioni, la sua vigile presenza e la sua serietà raggiungevano il culmine. Lì era veramente sé stesso. Ed era milioni di chilometri lontano da noi. Aveva un rapporto diretto con Dio. Lì si faceva perdonare i suoi peccati, e lì che si illuminavano ancor più i suoi occhi, già luminosi. Così come si commuoveva immancabilmente, nonostante tanti anni di consuetudine, al momento in cui, svolgendo la parte del narratore della passione, il venerdì santo, arrivava al passo in cui San Pietro diventa consapevole di aver tradito Gesù: “E pianse amaramente”. Solo a stento, non gli spuntavano le lacrime!
Moltissimo affezionato alla madre che, fino ad una certa età, l’accompagnava regolarmente per la prima messa nella Cappella Palagonia, quella delle otto. Poi c’era la messa delle dieci, dove arrivavamo noi, con i nostri turni per svolgere i nostri ruoli di chierichetti. Guai se sbagliavamo! Padre Francesco Stabile celebrava con grande rigore e serietà, e l’avv. Zelfino era, in quel frangente, il fido cappellano che umilmente segue tutte le fasi. Padre Stabile e l’avv. Zelfino, due personalità così differenti, ma in quei momenti per noi rappresentavano la piena ricchezza dell’uomo nei confronti del divino. Dio che accomuna e moltiplica le differenze per risaltare l’unità. Poi c’era il momento per noi, alla fine della messa, per avere la copia del ‘Giornalino’, oppure per i commenti più ameni. Poi è seguita la responsabilità liturgica da parte di padre Salvatore Lo Bue. Ma Palagonia rimaneva un microcosmo per tutti. Era un microcosmo che era impossibile pensarlo senza Pippo Zelfino. Sì, eravamo privilegiati.
Lo siamo tuttora, se lo ricordiamo. Personalmente, lo ricorderò sempre. Mi ha proposto una via, mi ha determinato nei gusti (che non necessariamente coincidono, però), mi ha fatto intendere che la vita va vissuta pienamente, nonostante l’ambiente.
Forse, si era reso conto che la sua parabola si era esaurita. Quando lo vidi (ero sceso da Roma per le vacanze natalizie), una delle ultimissime volte, nell’inverno del 1988, avevo notato che non aveva il suo aspetto solito. Gli domandai quindi, pensando di suscitare in lui un sorriso: “Parrì [è stato mio padrino di cresima], perché ha questo pallore dal vago sentore proustiano?”. Lui, piuttosto malinconico, abbassò lo sguardo e disse, con un filo di voce: “in questo periodo sono stato male, molto male, per i miei attacchi d’asma”. Capiì qualcosa. Non era il solito Pippo, dall’energia straripante. Ma un essere umano che stava facendo i conti con sé stesso e, forse, già stava ipotizzando una possibile distanza dalla vita. Quanta tristezza io percepiì, in quell’occasione. Per me che forse lo conoscevo meglio degli altri, fu la prima volta, ma anche l’ultima. Perché poi l’ho visto morto.
Ma era una illusione ottica, ovviamente. Adesso ho capito, ne sono certo, è vivo!
Salvatore Fricano
P.S. Ringraziamo Caterina Barone, che ha preso in mano, con grande afflato religioso, la gestione della cappella di Villa Palagonia, dopo la morte dell’avv. Zelfino, mostrando sollecitudine e devozione considerevoli.