La piccola grande storia di Baarìa - di Marina Galioto PDF Stampa E-mail
Scritto da Marina Galioto   
Tuesday 06 October 2009


Baarìa
è il sussurro sulle labbra antiche di nonna, è la rivendicazione orgogliosa dell'emigrato, è l'insulto sprezzante dello straniero, è la filastrocca del bambino scalzo, è l'invito subdolo al convito dei meschini, è il rintocco viscerale della terra patriarcale.

Baarìa è memoria, è storia nostra, aggrovigliata e densa di sapori, colori, odori: una melodia che squarcia la coltre dell'indifferenza, che parla di atavico senso d'appartenenza alla comunità, è nodo sanguigno, legame viscerale, è rabbia, è amore.

Il film di Peppuccio Tornatore su Bagheria è senza dubbio un regalo, ed è un regalo per tutti. Lo è innanzitutto per se stesso e per la sua famiglia, col tesoro dei suoi ricordi così perfettamente rievocati nell'intimità e nell'universalità della forma poetica prescelta; lo è per tutti i concittadini che incarnano l'essere "ba'arioti", così amorevolmente tipizzati nei loro ritratti senza tempo. Ed infine lo è anche per chi non conosce Bagheria, ne ha sentito parlare forse, ed apprezzerà questo film per la verità che trasuda, quella di un paese e di tutta una stagione storica che non è più, ormai sommersa dalla polvere degli anni e dalla torpore dell'uomo.

L'arte di Tornatore sta proprio in questo, nell'aver trasformato volti e gesti della sua memoria in caratterizzazioni umane talmente autentiche da essere riconoscibili non solo per chi quei personaggi li ha vissuti veramente, ma anche per chi ha imparato a condividerne il ricordo grazie ai racconti degli adulti, ai frammenti rotti di un passato prima sfumato, oggi immortalato... E' questo infatti il sentimento che prevale durante la visione della pellicola: un fortissimo senso di “dejà vù” che dà valore al ricordo delle filastrocche da bambini, alle dicerie e alle credenze diffuse, alle paure degli avi fatte di fame e guerra, ai giochi tra le “zarfine” e gli alberi di limone, ai rituali silenziosi di anziane ricurve, alle veglie funebri di greca memoria.

Ma il regista va oltre quest'operazione sulla memoria personale e dei bagheresi, trascinando Baarìa al di sopra dei confini dell'informe agglomerato di cemento e terra battuta che la disegna e, sospinta dal suo vento, la battezza metafora della “sicilianità”, sostanza di un popolo e delle sue intricate forme culturali, di quella sicilianitudine spiegata da Leonardo Sciascia, che quando ami così tanto la tua terra la devi lasciare per poterla difendere, per non divenire schiavo pure tu di un sentimentalismo ottuso, malato, soffocante.

La storia particolare, quella con la s minuscola che mette in moto il film, scivola morbida verso linguaggi e significati universali; in tempi di magra, come quelli della guerra, i bambini venivano presto allontanati dal nido domestico, dovevano andare a “buscarsi il pane”, ed è questo che dicono al papà di Tornatore, ancora in età scolare, “vai a buscarti il pane, e ogni tanto studia”. Che più che una raccomandazione, risuona come un monito, un suggerimento oracolare: da qui infatti, si snoderà la trama di questa famiglia ba'ariota, nel susseguirsi generazionale di eventi grandi e piccoli che scrivono la storia di un paese, di un popolo e della sua Nazione.

Il lavoro straordinario di ricostruzione certosina delle strade di Bagheria, delle sue case e dei luoghi di aggregazione (la piazza, la scuola, il cinema, le chiese, la sede del Partito, le campagne dove si lavora 'a giornata') danno la fotografia di un'epoca intera, che riluce nei dettagli delle sue miniature di quel misterioso incanto che è la commedia umana.
E se Baarìa è la consacrazione di una 'piccola' storia alla 'grande' storia, questo film è la consacrazione della regia di Tornatore alla storiografia cinematografica: con quest'immenso affresco di uomini e donne che intrecciano i loro destini alla loro terra, possiamo concludere che, premio Oscar o meno, anche Peppuccio, come suo padre prima di lui, il pane se l'è buscato!

 
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