Lunedì, 22 Dicembre 2014
   
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Tornano in carcere Rughoo Tejo e Gaspare Ribaudo: i p.m. hanno trovato nuovi indizi di colpevolezza

Cronaca

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Sono tornati dietro le sbarre dopo quindici giorni dall’uscita del carcere, i due buttafuori bagheresi che erano stati incarcerati un mese e mezzo fa; ma  nei confronti di Gaspare Ribaudo, 23 anni, ed Emanuel Rughoo Tejo, di 38, non furono riscontrati i gravi indizi di colpevolezza per l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni del titolare di una discoteca alla periferia di Palermo.

Alla base della prima scarcerazione c’era l’incongruenza fra la ricostruzione del figlio del titolare della discoteca e un suo conoscente. Il primo disse di essere stato aggredito in un bar di Bagheria da Ribaudo e Rughoo che si erano presentati assieme ad una decina di uomini. Una spedizione punitiva in piena regola. Il conoscente, presente all’episodio, invece, disse che i due indagati erano arrivati da soli, che l’incontro con la vittima era stato casuale e che erano volati dei ceffoni al termine di un’animata discussione per dei vecchi rancori. E gli indagati furono scarcerati.

Adesso  i pubblici ministeri avrebbero raccolto nuovi elementi a supporto dell’ipotesi della violenza privata. Secondo la ricostruzione della Procura, l’aggressione nel bar di Bagheria sarebbe stato anticipata da un altro episodio. “Verso le tre di notte arrivarono a velocità sostenuta due o tre macchine – raccontò il titolare del locale – alcuni soci stavano andando via… c’era una donna incinta… i facinorosi hanno picchiato alcuni clienti”.

Solo l’arrivo dei carabinieri li mise in fuga. Una delle auto fu bloccata lungo la statale 113. A bordo c’erano anche i due arrestati di oggi. Nascondevano nel fuoristrada, intestato a Rughoo, parente del collaboratore di giustizia Sergio Flamia, due tirapugni e una mazza nascosta sotto il sedile. E scattò la denuncia per quale oggi i due indagati sono tornati in carcere.

 

   

Bagheria: condannato in Cassazione a 23 anni Domenico Gargano, per l'omicidio dello zio A. Tripoli

Cronaca

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E' definitiva adesso la condanna a 23 anni di carcere  nei confronti di Domenico Gargano: secondo la sentenza pronunciata dalla Cassazione ha ucciso con diversi colpi di pistola nel primo pomeriggio del 4 ottobre 2008 lo zio Antonino Tripoli, in via del Mulino a Bagheria, pare per motivi di interesse.

Antonino Tripoli colpito all'occhio, era stato ricoverato in Ospedale, dove dopo qualche giorno di coma farmacologico aveva secondo le acquisizioni processuali, ripreso conoscenza, al punto da rendere credibile e probatorio, il riconoscimento, (ripreso dalle telecamere, così come disposto dal p.m. Maurizio De Lucia), nel nipote Domenico Gargano il proprio assassino, puntando con il dito in maniera molto determinata la foto mostratagli dagli inquirenti, oltre ad essere riuscito a scrivere le prime quattro lettere del cognome.

Le indagini portate avanti dal Nucleo investigativo del commissariato di P.S. di Bagheria avevano accertato che l'ultimo a vedere in vita Tripoli era stato proprio il nipote, che avrebbe consegnato allo zio alcune chiavi di un magazzino; poco prima Tripoli aveva incontrato delle persone alle quali doveva affittare un immobile, ma quando Tripoli fu colpito quel gruppo di persone potè dimostrare che si trovava già molto lontano dal luogo dove si era consumato il crimine.

Per questo l'unico sospettato è stato sempre il nipote, si ritenne per motivi di interesse.

In primo grado Gargano venne assolto, perchè dalla Corte le modalità del riconoscimento non vennero ritenute tali da far pensare ad una piena lucidità di Tripoli, che dopo qualche giorno dall'episodio del riconoscimento ricadde in uno stato di coma e morì il 19 di ottobre.

La Procura ricorse in appello ottendendo la condanna l'8 aprile del 2013, in un processo giocatosi tutto sulla attendibilità di quel riconoscimento, con perizie contrastanti, da un canto l'accusa a ribadirne la affidabilità, dall'altro la difesa a contestarne le circostanze e le modalità.

La Cassazione, dove a difendere Gargano c'era l'avvocato Francesco Paolo Martorana, ha confermato in maniera definitiva la sentenza di condanna.

Nella giornata odierna, Domenico Gargano, che si trovava piede libero è stato rintracciato nella abitazione del padre, dove gli è stata notificata la sentenza, ed è stato successivamente condotto presso il carcere di Pagliarelli.

Nella foto Antonio Tripoli e il luogo dove avvenne il ferimento

   

Rapina notturna in un villino di Fondachello: messo in fuga il malvivente

Cronaca

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E 'accaduto intorno alle 5 di stamane allorchè R.C. di 27 anni, si svegliava durante il sonno per dei rumori sospetti provenienti dall'interno dell'abitazione, che si trova a Fondachello, nei pressi del lido de La Navicella: giusto il tempo di aprire gli occhi e ritrovarsi davanti, al buio, la figura di un uomo, alto circa m.1,85, con il volto coperto da una sciarpa con atteggiamento aggressivo e minaccioso, che sembrava avere un accento straniero.

La potenziale vittima, invece di farsi prendere dal panico, ha avuto la reazione istintiva di cominciare ad urlare e di iniziare a spingere il rapinatore verso l'uscita dell'abitazione; il malintenzionato ha ritrovato la finestra attraverso la quale era riuscito ad entrare tramite una scala di legno, casualmente trovata, e la ripercorreva all'incontrario dandosi precipitosamente alla fuga.

Ma giusto il tempo di tirare un sospiro di sollievo dell'occupante del villino, che di nuovo il rapinatore forza la porta principale d'ingresso, risale al piano superiore, e minacciando con un coltello puntato alla gola la vittima, ingiungeva la restituzione di un giubbotto, casualmente dimenticato in una stanza, dove probabilmente teneva o documenti o altro che sarebbe potuto servire per un eventuale riconoscimento.

Ripresosi il giubbotto il rapinatore si allontanava  alleggerendo di 50 euro un portafogli trovato per caso ed un pacchetto di sigarette.

 La vittima a questo punto ha chiamato il 113.

   

Ridimensionate in Cassazione le accuse per alcuni degli arrestati nell'operazione Reset

Cronaca

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altI vari Tribunali da quello delle libertà a quello del riesame, sino alla Cassazione stanno ridimensionando in parte le pesanti accuse che erano state contestate in sede di notifica di ordinanza di custodia cautelare ad alcuni imputati dell'operazione Reset del 4 giugno scorso.

Già il Tribunale del riesame, ed ieri è venuta conferma dalla Cassazione, aveva provveduto ad annullare la contestazione del reato di 'associazione mafiosa' nei confronti di Franco Pipia, (difeso dall'avvocato Salvatore Priola), che era stato pertanto rimesso in libertà, e di eliminare l'aggravante di essere stato il capo della famiglia di Bagheria per Nicola Greco.

Sempre nella stessa istanza di giudizio era stato Carlo Guttadauro a vedere cancellata l'accusa di associazione mafiosa, fermo restando l'episodio di estorsione che gli viene contestato; e proprio l'altro ieri per motivi di salute ha ottenuto gli arresti domiciliari.

Ieri è stata la volta della Cassazione che nei confronti di Comparetto Giuseppe, considerato secondo l'accusa capomafia di Ficarazzi, e nei confronti del quale di recente è stata elevata l'accusa di concorso in omicidio, erano venuti meno già al riesame un episodio di estorsione di cui era stato vittima l'arch. Gianni Trovato ( la Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura), mentre per il secondo episodio la stessa Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento; è rimasta in piedi per Comparetto la contestazione del reato di associazione mafiosa.

Comparetto era difeso dagli avvocati Roberto Tricoli e Salvatore Priola.

Ma il provvedimento più clamoroso è stato quello che ha riguardato Nicola Greco, secondo l'accusa 'a testa i l'acqua', cioè il vero capo-mafia,  che ha visto annullata con rinvio, per difetto di motivazione,  l'accusa che gli era stata rivolta di appartenenza all'associazione mafiosa.

A difendere Greco c'erano gli avvocati Angelo Barone e Salvatore Priola.

nella foto Giuseppe Comparetto

   

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