Domenica, 01 Febbraio 2015
   
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Santa Flavia: arrestato uno spacciatore e sequestrata notevole quantità di hashish FOTO

Cronaca

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Continuano i controlli a tappeto dei Carabinieri della Compagnia di Bagheria, finalizzati alla repressione dei reati connessi agli stupefacenti. Nell’ultimo di questi servizi, i Carabinieri della Stazione di Bagheria, con il prezioso ausilio dell’unità cinofila antidroga “Chevol”, del Nucleo Cinofili di Palermo, hanno scoperto, in via Campofranco a Santa Flavia, un supermarket della droga in cui si rifornivano clienti di Bagheria, Santa Flavia e Casteldaccia, ed hanno tratto in arresto LIPARI Claudio classe 1990.

altI Carabinieri, appostati a distanza in abiti civili, assieme al cane antidroga, sono entrati in azione dopo aver visto alcuni assuntori che si recavano presso l’abitazione – poi segnalati alla Prefettura poiché trovati in possesso di 3 dosi di hashish di 1 grammo circa ciascuna – accertando dunque l’effettiva presenza dell’attività di spaccio: il successivo blitz ha fatto sì che venisse sorpreso all’interno della casa lo spacciatore, che non ha opposto alcuna resistenza, e circa 400 grammi di hashish, divisi in quattro panetti che, a loro volta, erano stati raggruppati in un totale di 250 dosi. 

Il ritrovamento di materiale che era stato utilizzato per il confezionamento, così come della somma di 20 euro pagati dall’ultimo acquirente fermato, ha permesso di documentare in maniera piena ed inconfutabile la meticolosa organizzazione dell’attività illecita. Sulla base di tale materiale, tutto sequestrato, il LIPARI è stato arrestato e, dopo essere stato sottoposto alle operazioni di foto-segnalamento, su disposizione del Dott. SCHININÀ, Sostituto PM presso la Procura di Termini Imerese, ha passato la notte nelle camere di sicurezza della Compagnia di Bagheria, venendo tradotto nel pomeriggio di ieri presso il Tribunale termitano dove a seguito di convalida è stato sottoposto alla misura dell’obbligo di presentazione alla P.G. in attesa di processo.

Claudio Lipari

   

Il Tribunale da ragione alla bagherese Rosaria Scorsone: fu malasanità il tubo scordato nell'addome

Cronaca

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Era stata una Via Crucis durata diciotto mesi quella di Rosaria Scorsone, la signora bagherese che il 7 luglio del 2008 aveva partorito presso il Buccheri La Ferla, dopo due maschi ed una femmina, Zaira, la quarta figlia della coppia bagherese, lei casalinga, il marito Pietro Giglio, muratore; vero che si era trattato del quarto cesareo  effettuato in emergenza per la rottura dell'utero, però l'esito dell'intervento, secondo la direzione dell'Ospedale Buccheri La Ferla, dove la donna era stata ricoverata, era stato 'positivo'.

Nelle  settimane  e nei mesi seguiti al parto, la donna continuava però a manifestare lancinanti dolori all'addome, ma al Buccheri dove era tornata per essere visitata, un gastroenterologo l'aveva rassicurata; ma la situazione continuava a peggiorare al punto che Rosaria si era convinta di avere un tumore.

Non era così: ed è all'Ospedale Civico dove la donna si reca per l'ennesimo controllo che da una visita e da esami più approfonditi viene fuori la verità: durante il cesareo un operatore aveva dimenticato nell'addome della paziente un tubo di drenaggio di 43 cm; era questa la vera causa dei suoi disturbi.

All'Ospedale Civico, a diciotto mesi dal parto, il 7 gennaio del 2010, Rosaria era stata sottoposta quindi sottoposta ad un nuovo intervento chirurgico per la rimozione del corpo estraneo dalla zona pelvica.

Al tempo la vicenda della coppia bagherese aveva suscitato parecchio scalpore e la loro storia era andata a finire su giornali e siti online.

 La coppia si era allora rivolta all'avvocato Gaspare Affatigato, ed era scattata  la denuncia presso la Procura per malasanità, denuncia che diede origine a due inchieste, una interna dell'ospedale ed una della magistratura.

Qualche giorno fa la V Sezione penale del Tribunale di Palermo ha riconosciuto a distanza di cinque anni le ragioni della difesa, esposte in sede di giudizio dall'avv. Affatigato, ed  ha condannato il Dott. Di Cara Leopoldo, all'epoca in servizio presso il Buccheri La Ferla di Palermo, per il reato di lesioni colpose dovute ad evidente negligenza ed imperizia medica, ad una pena di 3 mesi.

Il Tribunale, infatti, ha accertato che era stato il Dott. Di Cara ad avere colpevolmente lasciato parte del tubo di drenaggio all'interno dell'addome della paziente, la quale ha sopportato inconsapevolmente la presenza del corpo estraneo per circa 18 mesi.

Il Tribunale ha altresì disposto il diritto al risarcimento del danno in favore della sig.ra Scorsone Rosaria, da quantificarsi in separata sede.

Soddisfazione per l'esito della sentenza è stata manifestata sia dal  difensore che dalla famiglia della donna.

 
 

 

   

Detenuto si suicida al Pagliarelli: viveva da tempo a Bagheria

Cronaca

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Ciro Carrello, napoletano di nascita ma residente a Bagheria da anni, è stato ritrovato la scorsa notte morto nell'infermeria del carcere di Pagliarelli dove era detenuto: secono le prime  ricostruzioni  l'uomo si sarebbe impiccato utilizzando le lenzuola a mò di corda.

All'uomo che da una ventina di giorni collaborava con i magistrati, sarebbero stati fatti pervenire negli ultimi tempi da parte di altri due detenuti legati a cosa nostra  dei bigliettini, in cui pare lo avvisavano e di 'stare sereno e di pensare ai propri familiari'.

Le celle dei due detenuti ora sono state perquisite, e gli agenti hanno sequestrato riscontri  che saranno sottoposti ad un approfondimento investigativo.

Carrello era nipote del pentito Benito Morsicato, ex esponente mafioso di Bagheria. Di recente, di lui aveva parlato il collaboratore di giustizia Salvatore Lo Piparo, già affiliato anch’egli al clan bagherese, che aveva raccontato di una cassaforte con documenti interessanti, tenuta proprio da Carrello. La cassaforte venne poi perquisita, ma al suo interno non c’era nulla.

Fino a ieri sera Ciro Carrello era stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo e non aveva mostrato segni di nervosismo che potessero fare presagire intenti suicidi. A breve il detenuto sarebbe stato trasferito in un altro carcere. 

Carrello era finito in manette lo scorso 19 novembre, nel corso dell’operazione “Eden 2″ dei carabinieri del Ros, che aveva mandato dietro le sbarre sedici presunti affiliati a Cosa nostra, di Castelvetrano e Brancaccio: un blitz, volto a fare terra bruciata attorno al super latitante Matteo Messina Denaro.

Quello svelato dal giovane sarebbe stato un vero e proprio “gruppo di fuoco”, specializzato in colpi al servizio della mafia. Il gruppo avrebbe fatto capo a Girolamo Bellomo, 37 anni, detto Luca, figlio di Filippo e Rosalia Messina Denaro, nonché cognato di Francesco Guttadauro, ritenuto il capomafia del mandamento di Castelvetrano. Prima di finire in manette, nel 2013, la guida del gruppo sarebbe stata dello stesso Guttadauro.

Da qualche settimana,  sui giornali erano venute fuori rivelazioni che facevano riferimento ad un vero e proprio gruppo di fuoco che metteva segno rapine  per finanziare Cosa nostra. Fra i nomi che erano saltati fuori c’era quello di Ruggero Battaglia, cheavrebbe organizzato rapine per conto di tutti i mandamenti mafiosi di Palermo. Erano però venuti fuori  i nomi di altri cinque complici, fino ad ora non toccati dalle indagini. L’ultima volta in cui il detenuto aveva parlato ai pm risale a ieri sera e non avrebbe mostrato segni di nervosismo o che lasciassero presagire suoi propositi suicidi.

altNei confronti di Carrello, l’accusa era di rapina aggravata dall’avere favorito Cosa nostra: fra gli episodi criminali che gli venivano contestati e dei quali stava parlando con il pm Carlo Marzella, molte rapine eseguite dalla banda. Fra queste, anche un colpo, consumato ai danni del deposito di una ditta di spedizioni di Campobello di Mazara riconducibile a una società recentemente sequestrata all’imprenditore Cesare Lupo, arrestato con l’accusa di essere un prestanome dei fratelli Graviano.

Una rapina, che sarebbe stata messa a segno da un commando di otto persone, proprio per compensare le perdite economiche dovute alla confisca della società. I ladri indossavano pettorine della polizia e si sarebbero mossi a bordo di due auto e di un furgone, finiti incendiati immediatamente dopo il colpo. Una volta giunti nel deposito, legarono e immobilizzarono i dipendenti, affermando di cercare un carico di droga. Portarono via 600 colli di merce oltre a 17 mila euro in contanti.

 

 

 

 

 Ciro Carrello

 

   

Il pentito bagherese Lo Piparo spiega il sistema delle truffe degli arrestati di S.Flavia

Cronaca

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Un contributo alle indagini che da tempo ruotavano attorno agli arrestati di ieri per le truffe di orologi di gran marca e quadri di  valore pagati con assegni rubati, lo sta dando il pentito bagherese Salvatore Lo Piparo, arrestato nell'operazione Reset lo scorso mese di giugno, ed amico di alcuni degli arrestati, in particolare Cavallaro, Siciliano, Storniolo e Di Stefano, coinvolto anche nelle loro 'imprese' tra il 2009 e il 2011.

Lo riporta la stampa di oggi che sottolinea come la truffa partisse dall'immissione nel traffico illegale di carnet di assegni rubati alle banche o anche a semplici correntisti, che venivano poi commercializati a prezzo modico, 50-100 euro a blocchetto;  solo successivamente con questi assegni veri iniziavano i raggiri e le truffe, ma  le firme che venivano apposte sugli assegni erano di persone assolutamente ignare.

Il Lo Piparo racconta di un raggiro ad un usuraio al quale assieme al Cavallaro avevano chiesto 10.000 euro in prestito, dando in contraccambio assegni ballerini, brasiliani come qualcuno degli imputati li definisce nelle intercettazioni e di una truffa per l'acquisto di materiali edili realizzati con Domenico Siciliano sempre con titoli di credito nei fatti scoperti. 

Il Lo Piparo parla altresi della truffa al gallerista Massimo Riccobono presso cui furono acquistati quadri e litografie per un valore di 100.000 euro, in parte pagati con due titoli per 14.000 euro mai onorati.

Il gruppo aveva al proprio interno anche dei compiti specialistici: il Di Stefano, esperto di telefonia era addetto alla realizzazione, secondo l'accusa, di falsi timbri, tagliandi di assicurazione e abbonamentia SKY, mentre lo Storniolo si sarebbe prestato ad intestarsi schede telefoniche e ad aprire conti correnti a proprio nome per favorire l'associazione.

Secondo gli inquirenti ascenderebbe ad 350.000 euro le somme truffate, che venivano talora suddivise, secondo quanto dichiarato dal Lo Piparo, durante delle cene in locali di lusso.

La cosa che gli investigatori stanno cercando però di approfondire sono gli eventuali rapporti con cosa nostra di alcuni degli arrestati.

   

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