Pesanti condanne in appello per due picciotti della mafia di Bagheria

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Una sentenza durissima, con la condanna che da 14 anni viene portata a 20 e un'assoluzione viene annullata con giudizio di colpevolezza e una pena di 12 anni.

La prima sezione della Corte d’Appello di Palermo, nel processo alla mafia denominato Reset, ha accolto in pieno il ricorso del pm di primo grado, Francesca Mazzocco, e del pg Emanuele Ravaglioli, contro Giuseppe Comparetto e Leonardo Granà, originari di Ficarazzi e Bagheria, in provincia di Palermo.

Granà, il 23 gennaio 2017, era stato del tutto scagionato dalla seconda sezione del Tribunale e ora ha avuto 12 anni: dopo la decisione di primo grado era stato immediatamente scarcerato e ora, allo stato, rimane libero. A Comparetto la pena è stata aumentata nel giudizio di secondo grado, perchè ritenuto colpevole, oltre che di associazione mafiosa, anche di un episodio specifico, avvenuto nell’ambito dell’estorsione a un imprenditore, sequestrato per «convincerlo» a cedere alle imposizioni del racket.

La sentenza di appello è stata emessa dal collegio presieduto da Massimo Corleo, a latere Mario Conte e Luisa Anna Cattina. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Salvo Priola, Luigi Miceli e Roberto Panepinto. Questa parte del giudizio si è svolta col rito ordinario, mentre la quasi totalità degli imputati - 24, nel troncone in cui sono imputati i due nuovi condannati - aveva scelto l’abbreviato, ottenendo sconti di pena di un terzo.

Reset è un’inchiesta svolta in tre fasi e Comparetto e Granà rientravano nella prima, in cui i carabinieri misero a segno gli arresti nel giugno 2013. Il primo è coinvolto come presunto capo della famiglia mafiosa di Ficarazzi, l’altro come uomo d’onore bagherese ed entrambi sono ritenuti responsabili adesso di una serie di estorsioni. Granà è figlio di un boss, Pietro, già detenuto, mentre Comparetto è stato condannato all’ergastolo, anche in appello, per la lupara bianca che, nel 2002, costò la vita ad Andrea Cottone, imprenditore scomparso a Villabate (Palermo) e mai più ritrovato.

All’inchiesta per le estorsioni diedero un contributo molti commercianti vittime di estorsioni, evento quanto mai raro, in quel periodo. Le prove raccolte divennero così imponenti che alcuni dei coinvolti nel blitz, come Rosario Sergio Flamia e Antonino Zarcone, decisero di collaborare con gli inquirenti, consentendo di allargare il campo degli accertamenti e di arrivare ad altri due blitz.

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