Bagheria come un'infanzia (6) - di Biagio Napoli

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1.Via Kennedy. Le magnolie, con le loro superficiali e robuste radici, hanno ormai sollevato attorno ai loro tronchi, e in più punti della strada, i mattoni dei marciapiedi. È morto già da qualche anno quel funzionario dell'ufficio tecnico, quel "protagonista oscuro, minaccioso, tenace," che aveva "qualcosa del demone, ma di un demone "meschino" molto simile al personaggio segreto e infelice di Sologub" ( Maraini ).

In via Kennedy aveva fatto costruire e abito' una grandissima casa con giardino a due passi dalla "villa dei principi Valguarnera, costruita nei primi del 700," che "sovrasta il paese di Bagheria dalla sommità di una mammella fitta di agrumeti" ( Guttuso ). Ma il nostro pittore scriveva prima della via Kennedy, prima che i limoni venissero sradicati, che le case si adagiassero fin sul l'inizio di quella materna collina. Sradicarono i limoni e noi, nei pomeriggi, quando più nessuno lavorava, su quella terra smossa odorosa e rossa, ci andavamo a correre e saltare. Cercavamo e mangiavamo bianche agre radici e buonissimi cabasisi .

2.In bicicletta a villa San Giuliano.

Passavo prima di tutto dalla zona del boschetto. Lì la stradella diventava meno larga, riducendosi quasi un viottolo, oltre il quale c'era la lastra di marmo della tomba e il muro di cinta. Posto ombroso, da brividi, che attraversavo tuttavia lo stesso anche se, giungendovi, pedalavo con più forza. C'era sepolto il cane molto amato del vecchio conte di San Giuliano. Correvo poi da mio padre. Nei lunghi pomeriggi estivi, dopo avere lavorato in giardino con lo zio Pietro, e Brasi di zio Angelo, e Nino di zio Ciccio, erano ormai troppo vecchi i genitori e i miei cugini avevano preso il loro posto , e dopo avere mangiato quel pezzo di pane che si portava la mattina ed essersi riposato ,quando più forte era la calura, all'ombra di un albero, trovavo mio padre, immancabilmente, che trafichiava nell'orto. O irrigava o zappava l'erba che sempre cresceva attorno alle melanzane o ai peperoni o alle zucchine o alla fagiolina o alle lattughe. Capitava che zappasse l'erba che cresceva attorno al pomodoro. Tre tipi di pomodoro piantava mio padre. Il nostrale, per la salsa; un tipo che cresceva a grappolo, nicu nicu, che si appendeva per l'inverno sulle travi della stanza della terrazza, accanto alla dorata inzolia; un tipo oblungo , per l'insalata, che a me piaceva tantissimo. Raccoglievo e mangiavo.Lasciavo poi mio padre e riprendevo a correre. Lunghe stradelle si incrociavano e portavano in ogni punto, anche il più lontano, del giardino che era piantato ad ulivi, limoni e, sparsi tra questi, alberi da frutta. Non mancavo di fare due o tre giri attorno all'enorme tronco di un carrubo .C'era, sotto i lunghissimi e grossi rami , un tavolo scolpito in tufo e alcuni sedili. Delle fotografie ho visto di recente in un paio di libri sulle dimore dei nobili siciliani. Quel tavolo e quei sedili sono stati spostati nello spiazzo che c'è davanti allo scalone del palazzo. Sono anni, trentasei almeno, che non vedo villa San Giuliano. Se rammento la pena di mio padre quando dovette andarsene, lui che a San Giuliano c'era nato, cresciuto e vissuto, mi rendo conto del perché non ho più voluto entrarvi. C'era, adiacente a quel baglio che si continua ai lati e dietro il palazzo, una filiera di limoni. E quelle conche avevano una bordura curata di asparagi. Ed ecco, a destra, le stanze della casa di zio Pietro. C'è poi il grande cancello della Fioriera e, a sinistra di esso, le stanze non abitate. Nella prima mio padre aveva un grosso chiodo piantato in un angolo dietro la porta. La mattina appena giunto si cambiava e vi appendeva gli abiti. Con quelli da lavoro si recava in giardino. Nella seconda c'era una enorme giara dove veniva versato l'olio che si produceva in inverno a San Giuliano. Con un coppino di lamiera zincata dal manico lunghissimo, quando in casa ce n'era bisogno, prendevano quel l'olio e lo dividevano. Quella giara era davvero grande e alta ( esiste ancora ? ) e, per arrivare alla sua bocca, Brasi doveva salire tre alti gradini di legno. Prendere quel l'olio e dividerlo era un rito . C'erano poi due stanze vuote e l'ultima fungeva da passaggio in giardino. La casa dove abito' zio Pietro con zia Nannina e i miei cugini so che accoglie ora, in estate, gruppi di turisti i quali, nella Fruttiera, fanno il bagno e prendono il sole a bordo di una grande piscina fatta costruire di recente. Nella Fruttiera , anch'essa recintata da alte mura, si va da un grande cancello posto a metà del muro di cinta del lato sinistro del palazzo. La stradella che la attraversava portava in giardino per mezzo di un altro cancello meno monumentale. La percorrevo in bicicletta. Un paio di volte mi sono fermato la', la bicicletta sotto l'albero su cui, seduto su un grosso ramo, le spalle appoggiate al tronco robusto, lessi qualche capitolo dell'Ettore Fieramosca del D'Azeglio. Non era comodo e presto rinunciai a quel modo di leggere. Più avanti, rispetto al cancello della Fruttiera c'è un magazzino, allora vuoto che, in altri tempi, era stata la cantina con le botti. Mio padre non beveva un goccio di vino. Mai a tavola, a casa nostra, ci fu la bottiglia del vino. Aveva sedici anni e il nonno Brasi lo mando' a riempirlo. Solo che, invece del collo della bottiglia, si sdraiò accanto alla botte e, sotto la cannella, ci mise la bocca aperta. Non si sa quanto ne tracannò ; stette tuttavia così male che, del vino, da quella volta, non poté sentirne più nemmeno l'odore. La parte posteriore dei corpi bassi inizia con un'altra stanza di passaggio per il giardino che si apre in un ampio spiazzo. In estate ci si faceva la conserva di pomodoro. Loro , i miei genitori cioè e mia sorella, lavoravano e io correvo tutto il giorno in bicicletta lungo le stradelle. Nella più lunga, quella che attraversava il giardino dividendolo a metà ,per un lungo tratto c'era un bellissimo pergolato.Quando la padrona fu costretta a vendere la maggior parte del giardino , quel pergolato fu distrutto e dato per ferro vecchio. Meno male che il palazzo non è né a Bagheria e neppure a Santa Flavia, si trova tra i due paesi, alla periferia dell'uno e dell'altro; e meno male che ha una robusta cinta muraria, la Fruttiera e la Fioriera e che attorno un po' di terra c'è rimasta. Meno male o il palazzo si sarebbe ridotto senza contorno come le altre ville. Figurarsi che a villa Palagonia il paese si è addirittura infilato con le sue case nei corpi bassi della villa. Che dovessero lasciare in paese lo sapevano in tanti, solo loro non lo sapevano, non lo seppero fino a quando un avvocaticchio non si presentò per parlare di buonauscita e delle persone, genti ntisa, che c'erano in mezzo . Si presero quei quattro soldi e se ne andarono. Brasi resto' a fare il custode e ad occuparsi di quella pochissima terra che ancora c'è attorno al palazzo, magari coltivandola ad ortaggi. È ancora la'. Con gli attuali proprietari che nella villa ci sono andati ad abitare. In primavera vi organizzano visite guidate. So anche di altri eventi e che vi si festeggiano matrimoni.

mmunicpio bagherianews epoca

3.

Vice', Vice', Vice'

stampatu nno ritre'

chi cavusi i villutu

e to' patri e' jimmirutu.

4.Avevano le gambe deformi.

Lo zio Giuseppe, un altro, oltre Francesco, Angelo e Pietro, dei fratelli di mio padre, aveva le stesse gambe dell'uomo della sabbia. Me lo ricordo, vecchio e malato, coricato in un lettino nelle scuderie di villa San Giuliano. Pure una volta l'ho visto trascinarsi fino alla Fioriera, appoggiandosi con le braccia ad una sedia di legno che, con le mani, andava spostando in avanti. Su quella sedia aveva degli strumenti, forse una cesoia, una falce forse, delle forbici da potare. Non aveva mai potuto lavorare in giardino come gli altri, faceva la sua parte occupandosi dei fiori, lo trattavano alla pari. Quando ebbi la bicicletta, a circa dieci anni d'età , andando a villa San Giuliano, a volte mi fermavo un poco da lui. Più piccolo ero invece costretto a starmene sempre a giocare nel mio quartiere. In quegli anni costruivano le case, il paese come è adesso. In ogni cantiere c'era una vasca con la calce che ribolliva. Ci dicevano di stare lontano da quelle vasche o, cadendovi, saremmo morti bruciati. E, invece, giocavamo sui cumuli di sabbia umida. Quella sabbia la portava uno che era normale dalle ginocchia in su, perché delle gambe aveva solo un abbozzo, come lo zio Giuseppe. Però era agilissimo e saliva e scendeva dal suo carretto con grande facilità. Un giorno, sotto i pantaloni lunghi, pareva che avesse delle gambe normali. Si era fatto operare, al posto degli abbozzi di gambe, portava ora delle protesi. Continuo' a fare lo stesso mestiere, anche se non fu più agile come prima.

5.Da zia Nannina.

Andando a San Giuliano spesso mi fermavo da zia Nannina di zio Pietro. Compravano , in un forno ( a legna ? ) di Santa Flavia, dei panini che per me erano buonissimi. Tiravo il cassetto del mezzo tondo che si trovava al centro della cucina e ne prendevo uno. Zia Nannina mi sorrideva. Penso che ne comprassero qualcuno in più per me. Se ci andavo. La zia era una donna minuta e chiara di pelle, quasi rosea. Soffriva di diabete; e' morta a causa della gangrena di un piede. Lo zio Pietro visse ancora a lungo dopo la sua morte; era alto e magro, un uomo bello e fine, leggeva il Giornale di Sicilia e comprava il Grand Hotel. Mi fermavo a casa degli zii per sfogliarlo e leggere il fotoromanzo dell'Andrea Chenier. Per anni ho ricordato il sentimento di pena che mi diede la fine dei protagonisti di quella storia. Ricordavo, sicuramente per via di quello strano cognome, che ad interpretare l'eroina di quel fotoromanzo era Marcella Pobbe. Avrei saputo in seguito che era un soprano. Ora so che il poeta era il mio amato Corelli.

Biagio Napoli

Agosto 2016.