Bagheria come un'infanzia (18) - di Biagio Napoli

cultura
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1-Se pioveva. Quando certi giorni si metteva a piovere assuppaviddranu, e non la voleva finire più, erano contente e dicevano:

Chiovi chiovi chiovi
a pasta chi fasuoli... .
E poi dicevano anche:
Signuruzzu chiuviti chiuviti ca l’aciddruzzi su muojti ri siti... .
Se non pioveva piano, se invece erano fujturati che venivano, erano prese dalla preoccupazione, si spaventavano. Chiudevano allora porte e finestre, mi portavano con loro nel letto grande, si mettevano a dire la filastrocca di “scansami truonu” o la lunga preghiera di “u vejbu sacciu, u vejbu vogghiu riri” o cantavano a Santa Rosalia: E quattru cantunieri ci su quattro beddri ajtari e a musica chi facia viva Santa Rusulia. Loro, naturalmente, erano mia madre e mia sorella; dicevano tutte le filastrocche e le preghiere che sapevano, se ne avessero conosciuto altre sicuro avrebbero detto anche quelle.

2-Galline e mafiosi.
Venne a casa nostra una vecchia ch’era stata vicinanzu ri Lannari. Parlando andarono a finire a quella storia della gallina, di Totò il lungo e di chi era figlia. Teneva in casa una gabbia con le galline che, di giorno, metteva fuori. Una del quartiere ci andò una sera dicendole che nella gabbia s’era chiusa una sua gallina. La cacciò via perché quattro erano le sue galline e quattro ce n’erano dentro la gabbia. Andasse a cercarla altrove la gallina perduta. Ma quella le mandò il marito, Totò il lungo. Un si scantò. L’uomo le chiese allora a cu appajtinieva. Rispose con orgoglio ch’era figlia ri Peppi Majuri. Da allora chiddru ca jera unu ntisu cominciò a darle del voi. Ora so di un Giuseppe Maggiore che , a metà ottocento, fu accusato d’essere un pluriomicida senza però che queste accuse riuscissero a provarle. Magari era un antenato della vecchia della gallina.

3.
Quindici uomini
quindici uomini
sulla cassa del morto
yohoho yohoho
e una bottiglia di rum.
Il vino e il diavolo
hanno fatto il resto...

4-Cose dell’Ottocento.
Giudicato d’istruzione della Sezione S. Cristina N° 1635
Oggetto: informazioni sul conto di Giuseppe Maggiore di Antonino da Bagaria. Al Signor Principe di Satriano Comandante in capo il 1° corpo d’esercito Luogotenente Generale Dipartimento di Polizia Palermo. In margine al rapporto sull’oggetto, inviato in data 20 ottobre 1851 dal giudice istruttore Antonino Calabrò, il direttore di Polizia Salvatore Maniscalco annota quanto segue: “Un uomo che ha l’omicidio sullo stomaco e che ha le disposizioni di commetterne altri non può lasciarsi più libero. Questo mostro che uccide ed elude nel tempo stesso la giustizia punitrice deve seppellirsi in un carcere. Si scriva al prefetto che costui deve rimanere in carcere comunque il Magistrato pronunziasse la liberazione”. Passa oltre un anno e, di nuovo dal Maniscalco, precisamente da una sua lettera al prefetto del novembre 1852, abbiamo nuove notizie su Giuseppe Maggiore: “Signore. La prevengo aver disposto che il detenuto nelle Grandi Prigioni Giuseppe Maggiore da Bagheria venga deportato in Ustica. Le sia ciò d’intelligenza per l’uso corrispondente”. Ad Ustica ci andrà, e ci starà, almeno fino all’ottobre 1855, quando invierà al Real Governo borbonico la seguente supplica: “Giuseppe Maggiore da Bagaria in continuazione delle sue precedenti suppliche si fa onore scongiurare l’E.V. perché si benigni abilitarlo dall’isola di Ustica dove trovasi da tre anni circa, per poter dare pane alla disgraziata sua famiglia”. Andavano così le cose con la giustizia borbonica; non sappiamo quando il Maggiore sia tornato a casa e se sia alla fine tornato. ASP, Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale, Dipartimento Polizia, Filza n. 992, Fascicolo n.5741.

5-Secondo ricordo di mio padre cacciatore.
Parlarono di certi uccelli passati a centinaia il giorno prima, volando alti, tanto alti da non potervi sparare. A Brasi avevano detto che a posarsi alla montagna erano andati, sugli ulivi. Dietro un ulivo andò ad appostarsi, mentre mio padre restò nel viottolo. Poiché gli stavo vicino, mio padre disse che di fianco a lui non dovevo starci, perché doveva girarsi e guardare da tutte le parti e potevo essergli d’impaccio, se avesse dovuto sparare. Così andai a sedermi su una pietra, vicino a un ficodindia. Intanto, dal taschino del panciotto, prese due cartucce e caricò il fucile che tenne con tutte e due le mani, appoggiato alle cosce. Ora mio padre scrutava il cielo grigio. Disse che presto avrebbe fatto buio, che tra gli ulivi ormai non ci si vedeva più e che solo oltre le cime degli ulivi avrebbe potuto sparare. Altrove spararono. “Hai sentito? Un botto alla montagna c’è stato” disse. ”Buon segno”. Nelle contrade vicine ci furono poi altri botti e mio padre disse che pareva ci fossero i fuochi d’artificio. Per l’eccitazione cominciò ad andare avanti e indietro nel viottolo; adesso teneva il calcio del fucile con una mano e con l’altra le canne, rivolte verso l’alto. “Le beccacce a quest’ora passano” disse. “Di giorno posano e la sera, ora, volano di nuovo”. E dopo un po’: “Fanno tru..., tru..., tru..., se volano a coppia, così fanno..., oppure dal battito delle ali si sentono”. Poi aggiunse che doveva star pronto perché le beccacce volano molto velocemente e che sono più veloci di una pallottola. “Ne passasse una lo vedresti” terminò. Brasi si spostò affondando le gambe nell’erba alta e un altro ulivo lo nascose alla vista. “Ne passasse una” diceva mio padre e “Guarda! Guarda!” esclamò prendendo subito la mira. Fu Brasi a sparare per primo: Pam! Pam! , due botti, uno dopo l’altro. Andò a raccogliere da terra la beccaccia e, mentre s’avvicinava a noi, l’andava soppesando; per la contentezza non si poteva tenere dal ridere. La beccaccia riempiva la sua mano quando ce la fece vedere. Ne sollevò poi le ali dal petto, scosse il sangue due o tre volte e infine la mise in tasca. Mio padre il fucile lo andò a chiudere nel casotto.

Biagio Napoli

Aprile 2017