Bagheria come un’infanzia (24) - di Biagio Napoli

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Una, in estate, era più volte impegnata nel fare l’estratto di pomodoro; lo faceva infatti per la sua famiglia epure per venderlo perché il marito ortaggi coltivava e li portava allo scaro e coltivava pomodoro.

Lo faceva per strada sulle maiddre sistemate su cassette o vecchie sedie o qualche cavalletto. Che fatica un giorno intero sotto il sole! E che spettacolo quel tripudio di rosso, del pomodoro cioè e del suo succo steso sulletavole che s’andava asciugando divenendo rosso estratto, delle facce e delle braccia e spalle nude rossecotte dal sole!

Uno uscì di casa la mattina per andare in campagna a lavorare e vi morì avvelenato. Bevve del 605 da unbottiglione dove credeva vi fosse dell’acqua. Una era la vedova di quello sciagurato.

Alla nascita gli misero Gaspare. Da grande lo chiamavano Aspanu. Una alla nascita la chiamarono Salvatrice. Poi diventò Turiddra. Ci fu però un nonno che non volle che al nipote dessero, come si faceva, il suo nome. Consolato si chiamava. Ad esser consolato tutta la vita ( ma di che? ) ne bastava uno. Così diceva.

Giunto dopo altri quattro, alla madre, dandolo alla luce, dovettero togliere l’utero. –L’ujtimu chiovu rumpiuu majtieddru!- esclamò l’uomo. Fu dunque il padre ad affibiargli quel soprannome. Fin dalla nascita. Ultimochiodo.

Uno aveva un giardino coltivato in parte ad ulivi in parte a vigne con mandorli, amarene e ficazzane. Lo teneva comu na zita, riservandogli ogni attenzione. Uno ereditò quel giardino ma la campagna non l’aveva mai vista neppure da lontano, col binocolo. Nel tempo che ci mise per decidere se coltivarlo o venderlo olasciarlo perdere, il giardino si riempì di erbacce e bruciò in una giornata di scirocco.

Uno piantò degli alberi di ulivo e ne colorò di smalto rosso, con un pennello, il tronco. L’anno prima glieli avevano sradicato perciò, ora, li marchiava. Per riconoscerli se, di nuovo, glieli avessero rubato per
trapiantarli nelle campagne lì attorno.

Peppino il panellaro e Nino il caliaro, d’estate, si dividevano un marciapiede e si mettevano a vendereangurie. Forse, però, con Bagheria non c’entrano nulla, magari erano di Ficarazzi. Conoscevano sempre i numero delle angurie ammucchiate per terra; sapevano sempre se, di notte, gliene avevano sgraffignato qualcuna. E si incazzavano.

Due erano la padrona di villa San Giuliano e sua cognata, la principessa. La prima era schietta, l’altra vedova. D’estate venivano per la villeggiatura. Chi passava se ne faceva meraviglia perchè, vestite delle cose più vecchie che potevano avere, e con due cappellacci in testa per il sole, col pennello e il secchio del colore, dipingevano di giallo il muro esterno. O eccentriche o micragnose.

Una era laria picchì era nivura e pilusa. In più, a volte, perdeva conoscenza cadendo rovinosamente a terra presa da un tremito violento con la bava alla bocca. Cicciuzza, che aveva dunque le convulsioni, era cugina di mia madre, stava in via Mangione con i suoi genitori, non la sposò nessuno.

Una si chiamava Italia ed era bella. Non ci volle molto a soprannominarla la bella Italia.

Nella stessa strada di Cicciuzza ci fu un’altra che nessuno volle. Fidanzata da tanto, un giorno l’uomo la lasciò. Non ci furono commedie in salsa bagherese pi cummigghiari u suli chi riti ( L. Sciascia, Una commedia siciliana, in Il fuoco nel mare, Adelphi, Milano 2010, pp. 126-131 ). E l’ex zitu lo sparse ai quattro venti che l’aveva lasciata dopo aver fatto i comodi suoi. Ma, di commedia siciliana, se ne recitò un’altra e diversa.
Una domenica sera, in una Palagonia affollatissima, uno ( il padre della ragazza ) mise una mano in tasca e uno ( l’ex fidanzato ) se ne scappò di corsa. Dalla piazza, dal paese, dalla Sicilia. Dove se ne andò? Non si vide più. Aveva creduto che dentro quella tasca vi fosse una pistola e non quell’innocuo fazzoletto che l’uomo, invece, tirò fuori per soffiarsi il naso.

Pensate a una coppia di Botero perché una non c’erano bilance che potessero pesarla e si sposò con uno che era solo poco poco meno grasso di lei.

Uno aveva un’agenzia di viaggi e un’impiegata. Stavano insieme tutto il giorno e, alla chiusura, l’uomo l’accompagnava , a piedi, e restavano a parlare ancora per molto, prima che lei arrivasse a casa, fermi a punta i cantuniera. Erano sulla bocca di tutti. Poi si sposarono.

Una stava nei pressi del Padreterno. Con il padre e la madre vecchi e una sorella sposata con uno senza arte né parte. La sera, spesso, apriva la porta per fare entrare chi, maritatu cu figghi, campava due famiglie.

Uno possedeva un uliveto alla Porcara. Ci java e santiava. Non c’era una volta che qualcuno, nottetempo, non vi fosse andato a scavare. Pi truvari picciuli e cazzalurieddri antichi, diceva lui. Santiava e
cummigghiava.

Cosimu u milli liri stava ai Lannari. Dicevano che era come Sansone o come Jean Valjean, fortissimo. Si fece fotografare che sollevava una piramide di uomini.

Uno aveva una rivendita di tabacchi in un punto centralissimo; a comprare le sigarette ci andava mezzo paese. E mezzo paese stava a sentire le sue opinioni circa lo sbarco sulla luna. Diceva che se l’erano inventato e che, in realtà, vicino vicino erano arrivati. In campagna. A Vaniddrazza.

Uno era appuntato dei carabinieri e la pensava allo stesso modo. Bisognava sentirli quannu si juncievanu. L’allunaggio era avvenuto a Vaniddrazza ( il tabaccaio ) o, a dire dell’altro, nni Majfitanu. Ridevano i commedianti.

Il teatro vero lo fece Pippo Zelfino, l’avvocato, quando organizzò e diresse, a villa Valguarnera, L’allodola, di Anouihl. Casa sua era un salotto culturale che, le sere d’estate, invadeva il paese con le sue poltroncine sul marciapiede del Corso, di fronte al Municipio, e gli ospiti a conversare, all’angolo con quella che ora si chiama piazza Messina Butifar, e a sorseggiare l’infuso di tè , menta e zucchero, dalla ricetta segretissima, che gli piaceva preparare e offrire. Era uno che amava molto il cinema. Allo stesso modo di quell’altro appassionato, di Filippo Lo Medico, dico, col quale organizzava i cineforum. Ma Zelfino era tutto chiesa; Addobbare di fiori freschi l’altare a villa Palagonia di cui si occupava magari parlando di Bernanos, ecco, questo potevate permetterglielo o i film di Bergman dovevate dargli, film del tipo Come in uno specchio, non avrebbe finito più di parlare presentandolo al Capitol. E, invece, Lo Medico era socialista. Valli a mettere d’accordo! Raccontano infatti che una volta stettero un giorno intero a discutere senza giungere a nulla. Così l’indomani Filippo Lo Medico gli disse:-Io propongo un titolo e tu non parli, tu proponi un titolo e non parlo io- Fu così che il socialista propose La madre e quell’anno, al cineclub Bagheria, videro Pudovkin. Successe proprio all’inizio degli anni sessanta.

Uno, già in estate, progettava il presepe che, ogni anno, a casa sua, nel periodo di Natale, realizzava con l’aiuto di un falegname, un uomo magro magro e ubbidiente. Erano oltre quattrocento le sue figurine, in gesso o terracotta, antiche e moderne, figurarsi che possedeva anche una capretta del settecento, e sceglieva tra più Sacre Famiglie, Magi o pastori. Ogni anno un dipinto ci metteva o una stampa antica della natività, sempre diversi, e il quadro di San Giuseppe. Vi collocava anche rovine romane in tufo che alludevano al paganesimo morente. Mai mancavano rami d’aranci o di mandarini e, una volta, in mezzo ai pastori, vi mise dei rami chiari, colore dell’avorio e del latte dicendo che erano alberi nani del Giappone, rarissimi. Facevano un effetto fantastico e tanti ci credettero. Totuccio Lo Bue, quella volta, era morto dalle risate. Rivelò che si trattava di rami di limoni scartati tra i detriti alla foce dell’Eleuterio che il fiume aveva levigato e che insieme si erano recati a cercare. I due erano grandi amici. Stiamo infatti parlando di nuovo dell’avvocato, di Pippo Zelfino, uomo di cultura, profondamente religioso e burlone.

Una quando il fratello, che era schietto e stava con lei e con la madre anziana, improvvisamente morì, si trovò in serie ristrettezze economiche e vendette, a poco a poco, oltre quattrocento figurine di presepe.

E dicevano che c’era un lupunariu. E quello, uomo o bestia che fosse, correva le notti di luna piena per le strade nciacatate e ululava e poi mugolava per poi tornare all’ululato terribile che sbarrava le case che lo sentivano. E sfortunata quella casa al cui uscio a volte si fermava. Perché allora erano testate e violente ginocchiate e calci e pugni e graffi con gli artigli delle dita. Finchè non crollava a terra torcendosi lamentoso. Poi, mentre la luna tramontava, poco a poco s’andava quietando fino a calmarsi del tutto. Ma, nel momento del massimo spasimo, se uno magari per pietà o per accidente gli si fosse avvicinato, da quello che si credeva lupo sarebbe stato azzannato. Raccontavano queste cose e pareva parlassero del malaluna pirandelliano o di quello di Nottetempo casa per casa. Magari era tutto inventato e lo raccontavano perché i ragazzini la sera ce ne stessimo dentro impauriti. Attangavano le porte.

Non era parrino e neppure mafioso anche se gli davano il don. A Castrenze Civello, poeta futurista, avevano affidato la biblioteca comunale e andava pervicacemente alla ricerca di cimeli, specie garibaldini. Lo chiamavano, e lui lo sapeva, don Cimelio.

E ci fu un valente pittore di carretti la cui bottega fu frequentata dal giovane Guttuso. Tra le glorie bagheresi che ebbero poca fortuna, soleva dire che, da vecchi, e lui già lo era, è buona cosa continuare ad avere una donna accanto, moglie o serva che sia, non foss’altro che per riscardarsi a letto nelle fredde notti d’inverno ( I qualurieddri di Emilio Murdolo ).

Raccontava che in guerra, sottotenentino fresco di nomina, gli diedero il comando del nucleo foto cinematografico n. 13. E il 13 gli portò fortuna. Era sempre in mezzo alle bombe, sempre in giro a riprendere bombardamenti e rovine, e non gli successe mai niente. Da allora si considerò immortale. In effetti don Francesco Alliata, prima produttore di film poi di gelati, morì che aveva 95 anni.

Pino Martorana era uno lungo lungo e magro, insegnava storia delle religioni all’Università, era psiuppino e consigliere comunale. Disse una volta che un suo figlio mai lo avrebbe fatto andare in quella biblioteca dove don Cimelio aveva raccolto cose fasciste. Antonio Martorana non era un suo parente né era un professore; era comunista, consigliere comunale e falegname. In quella riunione di consiglio comunale disse che in una biblioteca ci deve essere di tutto, anche cose su cui non si è d’accordo, perché uno ci va per studiare ed è libero di scegliere.

Curioso ma il Martorana che non la perdonava a don Cimelio pubblica, a un certo punto, un articolo in cui scrive: - Gli abitanti di questa città vengono definiti Bagheresi e Ba(a)riuoti. Il primo termine esprime il civis; il secondo è termine pregnante con una connotazione di capacità...E’ un ba(a)riuotu chiddu!: una metafora che esprime abilità al di là delle norme... .- ( Rivista di storia delle religioni, n. 1, 1989, pp. 183-190 ) Si parla di briganti o di mafiosi o di personaggi, comunque, negativi le cui capacità vengono ammirate confermando l’ottocentesco detto Bahariuotu vicariuotu con significato non dispregiativo. Ma è davvero sempre così?- Chiesero a Guttuso: “ Come si chiamano gli abitanti di Bagheria?” Ci chiamiamo in due modi, rispose: Bagheresi o Baharioti. Io non so che differenza ci sia, ma io sono Baharioto- ( Quelli di Bagheria, p. 1 ). Ma Guttuso non era certo un brigante e le sue capacità fuori norma erano positive. E quelli che hanno, nel bene e nel male, normali capacità ( quasi tutti quelli del nostro repertorio, ad esempio ) forse che non sono Baharioti? Una cosa è sicura: nel tempo la differenza tra i due termini è diventata banalmente linguistica: Bagheresi se si usa l’italiano, baharioti se il dialetto.

Però, ancora oggi, quando viene il tempo della festa della Madonna, agli inizi di settembre, i macellai ad Altavilla vanno, si mettono ad arrostire e maliziosi abbannianu:-U bahariuotu vinci pi sasizza!-

Uno era potatore; diceva che alcuni erano un castigo di Dio, perché gli alberi li aggredivano, tagliavano ogni cosa. Secondo lui invece bisognava tagliare solo i rami inutili e lasciare i rami racinara. Non è che potasse solo le viti. Era bravo a potare limoni e ulivi e i rami che lasciava erano quelli che avrebbero dato i frutti come nelle vigne l’uva.

Uno se ne andava la sera in campagna portandosi il fucile per fare la guardia ai verdelli quasi pronti per essere raccolti o rubati. Altri facevano la stessa cosa. E ci fu un tempo in cui era una gara a chi meglio coltivasse il proprio giardino di limoni. Rigogliosa era la valle e verde, allora.

Uno ero io una sera a casa di Ignazio, ad Aspra, quando il poeta preparò personalmente la cena per i suoi numerosi ospiti: una frittata c’attuppatieddri di cui, a ciascuno, toccò un quadratino. Di quegli ospiti che restarono digiuni ricordo il pittore Martorelli.

Ed uno ero ancora io quella volta che, con Ezio Pagano che guidava una macchina piena dei libri che il poeta, dedicandoli da par suo, avrebbe venduto, accompagnammo Ignazio a Ribera per un recital delle sue poesie organizzato in quel Municipio. Fu quasi a metà percorso che il poeta disse ad Ezio di fermarsi perchè ci avrebbe fatto mangiare un panino alla russa. C’era là, infatti, un negozio d’alimentari; ma non eravamo in un paese né, attorno, c’erano altre case. Era una putia, per così dire, “sulla strada”. Vendeva uova e ortaggi e melloni gialli e pesche e altra frutta esposta all’esterno e pasta e formaggi e ricotta e salumi e sgombro sott’olio e acciughe salate. Quello che doveva essere un panino fu, in realtà, una pagnotta di media grandezza che Ignazio, rendendo felice l’uomo della putia che, sicuramente, di clienti ne vedeva assai pochi, fece conzare in modo inverosimile. Con lo sgombro e le acciughe, col provolone e il caciocavallo e il parmigiano, con la ricotta, la mortadella e il salame Napoli e quello piccante e il prosciutto e la pancetta e l’insalata russa e...poi che cosa? Mangiammo, anche se fu un’impresa addentare quella pagnotta, e riprendemmo il cammino.

Ed uno era il poeta quella volta che lo andai a trovare nella sua casa di Aspra e quando me ne andai mi volle regalare un libro, L’assommoir di Emilio Zola, Barion editore, 1932.

Biagio Napoli

(Settembre 2017)