Ancora su baarioto e bagherese - di Franco Lo Piparo

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Oggi pomeriggio alle 16.30 al Supercinema Giuseppe (Peppuccio per noi) Tornatore dialogherà con Camillo Scaduto, Maurizio Padovano e Nico Bonomolo a partire dal recente libro Diario inconsapevole (HarperCollins, 2017) dove ha raccolto alcuni degli articoli scritti negli ultimi tre decenni e mezzo. È un libro molto utile per chi voglia entrare nell’officina del regista Premio Oscar 1990.

 

Diversi articoli meritano una analisi specifica. Qui mi interessa tornare su un argomento su cui mi sono già soffermato il 27 novembre su Bagheria News e che sicuramente sarà ripreso oggi pomeriggio: la differenza tra il bagherese e il baarioto.
È una linea divisoria a cui tiene molto Peppuccio così come veniva sentita molto importante da Renato Guttuso e da Nino Buttitta. Torno sull’argomento perché mi pare di avere capito che, dopo l’intervista di Fazio a Peppuccio a “Che tempochefa”, sia diventato oggetto di discussioni, non solo a Bagheria.

Parto da quello che Guttuso e Buttitta amavano dire e che Peppuccio ha ripetuto a Fazio: «Io non lo so che differenza ci sia tra baarioto e bagherese, ma io sono baarioto». Naturalmente si tratta di una bugia. Nel momento in cui ciascuno dei nostri tre amici tiene a ribadire di essere baarioto e non bagherese è chiaro che colloca il baarioto su un gradino molto superiore nella scala delle valutazioni. Non ne conosce la ragione?
Per provare a capirci qualcosa diamo la parola a Peppuccio, il più giovane dei tre baarioti di successo. Ne parla alle pagine 194-5 del libro.

«(…) mi sento sempre baarioto, e certi momenti importanti della mia carriera so che derivano dal mio saper ragionare o sragionare da baarioto».
«E ricordo lucidamente di aver stretto un patto con me stesso, da baarioto a baarioto: Attento, tutte le volte che ti diranno di no, fai come se ti avessero detto di sì. E ho sempre mantenuto la parola. Se una casa di produzione mi restituiva un soggetto dicendomi che non andava bene, io lo sviluppavo, andavo avanti, passavo alla fase successiva, come se me lo avessero approvato, e infine glielo rimandavo indietro. (…) E questo lo può pensare solo un pazzo baarioto».

Come si fa a sostenere di non conoscere dove passa la linea divisoria tra baarioto e bagherese e contemporaneamente dire di «aver stretto un patto con se stesso, da baarioto a baarioto»? Impossibile. Mi sono sempre chiesto perché Guttuso (è lui che ha sollevato per primo, a mia conoscenza, la questione lessicale con relativa spiegazione) mentiva sapendo di mentire. “Sono baarioto, nei momenti difficili mi comporto da baarioto e però non so dirvi cosa vuol dire essere baarioto”. No, i conti non tornano.
Mi sono ricordato di due fatti accaduti nell’Ottocento e mi è balzata in mente una domanda balzana e forse irrispettosa. Inizio coi due fatti.

Il primo risale al 1826, l’anno in cui Bagaria viene costituita con Decreto Regio di Francesco I comune amministrativamente e fiscalmente autonomo da Palermo. Il progetto iniziale era di costituire un grande comune con circa novemila abitanti comprendente gli attuali territori di Bagaria, Aspra, S. Flavia, Casteldaccia, Solanto, Porticello e Santa Elia. Il progetto non andò in porto perché «mille voci si alzarono nei villaggi di S. Flavia, Solanto, Casteldaccia, Porticello, S. Elia. Quelli abitanti con moltiplicati loro ricorsi dimandarono o di avere loro particolare municipalità o di rimanere con Palermo, purché non fossero mai riuniti alla Bagaria e formare unico comune con la stessa». Così si legge nel Rapporto (7 settembre 1824) dell’Intendente incaricato a seguire il distacco di questi territori da Palermo.
In altre parole, i bagarioti (variante di baarioti) venivano percepiti dagli abitanti dei territori vicini come gente prepotente dalla quale conveniva stare alla larga. Tanto da preferire rimanere dipendenti da Palermo e avere una maggiore imposizione fiscale piuttosto che condividere l’autonomia coi baarioti. A una certa data (non so indicarla con precisione) Bagaria diventa Bagheria e, nei documenti ufficiali, i bagarioti diventano bagheresi. E però l’appellativo baarioto rimase associato a intraprendenza eccessiva e, perché no, prepotenza.

Il secondo fatto è la lunga riflessione che Pitrè nel 1889 dedica alla parola mafia. La parola già allora aveva un significato decisamente negativo. Pitrè tiene a difenderne invece l’accezione positiva.

«(…) la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza nel suo genere. Una ragazza bellina, che apparisca a noi cosciente di esser tale, che sia ben assettata (zizza), e nell’insieme abbia un non so che di superiore e di elevato, ha della mafia, ed è mafiusa, mafiusedda. (…)
All’idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentia nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più: coscienza d’esser uomo, sicurtà d’animo e, in eccesso di questa, baldezza».
E ancora: «La mafia è la coscienza del proprio essere, l’esagerato concetto della forza individuale, ‘unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto di interessi e di idee’; donde la insofferenza della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui. Il mafioso vuole essere rispettato e rispetta quasi sempre». Interessante il «quasi sempre».
Il testo ha una continuazione, indigesta per i nostri stomachi ma che spalanca una finestra sul sentire del siciliano popolano: «Se è offeso, non ricorre alla Giustizia, non si rimette alla Legge; se lo facesse, darebbe prova di debolezza, e offenderebbe l’omertà, che ritiene schifiusu o ’nfami chi per aver ragione si richiama al magistrato».

Il baarioto prepotente di cui parla il Rapporto preparatorio della formazione del Comune di Bagheria e il mafioso, idealizzato da Pitrè, «insofferente della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui» un po’ tendono a fondersi.

Vado alla domanda balzana e forse irrispettosa. So che con essa potrei dare un dispiacere a Peppuccio, oltre che a Renato e Nino che non ci sono più. Tutte e tre persone a me carissime. La faccio lo stesso. Se questa è la lontana origine della coppia oppositiva baarioto/bagherese, vale la pena dire di essere baarioto? Non è meglio essere bagherese? Ma soprattutto: è utile proporre la contrapposizione ai nostri giovani?

Franco Lo Piparo