Hometown...con Museum - di Maurizio Padovano

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In quanti modi si può raccontare una città? In così tanti che, alla fine, forse ci si convince che una città è poco più dell'insieme di racconti attorno ad essa possibili. Racconti che finiscono col sovrapporsi - talvolta fino a sostituirla - alla percezione reale del luogo.

Racconti che erigono il senso del luogo in un altrove fatto di memoria e affabulazione.
Ho cominciato a coltivare questa convinzione quasi quaranta anni fa, ed era poco più di una intuizione allo stato greggio, suggerita delle parole di J.L. Borges che qualcuno aveva letto per noi. Per noi alunni di una quarta ginnasiale qualunque del Liceo Classico della mia città. C'era un Preside allora, si chiamava Giuseppe Spatafora, che era solito far visita alle classi quando mancava qualche docente e intrattenersi discutendo di qualsiasi cosa o leggendoci, e poi commentando, un passo da qualche libro che lui stesso, in quel momento, aveva in lettura. Il libro che aveva tra le mani quella mattina si intitolava Kermesse. Un libricino di Leonardo Sciascia edito da Sellerio, con il particolare di una litografia di Chagall su una copertina di un blu meraviglioso. Il Preside lesse qualche pagina per poi parlarci di Dante, della lingua madre da lui tratteggiata in una sua importante opera e del legame, ancestrale e quasi ombelicale, che ogni lingua madre ha con il luogo che la accoglie e la sostanzia. Per persuaderci lesse con arcaica lentezza l'esergo di Borges che Sciascia aveva premesso al suo libricino, " Ho l'impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato". Residenza anteriore alla nascita: cosa voleva dire davvero Borges? Qualsiasi cosa fosse, era chiaro che per Sciascia quella sententia doveva rendere evidente, a qualsiasi lettore, il rapporto profondo dello scrittore con Racalmuto e la sua lingua. Ci ho impiegato decenni per cominciare a comprendere. Quella lontana mattina, infatti, non avrei potuto. Era già stata troppa grazia conoscere, nel giro di poche decine di minuti, Sciascia, Borges e i magnifici libri di Enzo ed Elvira Sellerio.
Adesso so di avere con la mia città, Bagheria, un rapporto borgesiano e conflittuale. O forse sciasciano proprio perché conflittuale: parafrasando lo scrittore di Racalmuto spesso mi sono infatti chiesto "Come si può essere baarioti"? E non sono mai riuscito a darmi una risposta convincente. Qui però sono nato, qui ho vissuto e comincio a pensare di non volere morire altrove. Sebbene mi sia sempre più chiaro che la Bagheria che amo, e che si è impossessata di me, poco ha a che vedere con le strade e i luoghi che abito ogni giorno ( e che per tanti motivi, in questo sconsolante presente, mi piacciono sempre meno). La città che amo, e alla quale sento di appartenere al di là delle mia duratura residenza, è intessuta nei tanti racconti che su di essa ho ascoltato. Racconti in parte ormai intonati da un coro di voci morte, che di quel luogo hanno distillato l'anima facendolo diventare un piccolo "mondo a parte" come il villaggio di Macondo per Garcia Marquez, la contea di Yoknapatawpha per Faulkner, Regalpetra per Sciascia o Holt per Kent Haruf. Per non parlare della Baarìa di Giuseppe Tornatore.Un microcosmo che riflette virtù e contraddizioni di un macrocosmo che sembra lontanissimo. E non lo è. Una città che è un mondo intero, ma anche una madrepatria (amata e odiata, necessariamente) e una...hometown, direbbero gli americani. Che è molto di più che dire il "luogo nativo". Perché è il luogo che ti porterai per sempre addosso come una seconda pelle: la casa della tua anima. L'umwelt o universo soggettivo che sta al centro della vita di ognuno. Quando il centro della vita di ognuno è la relazione con gli altri.
Bagheria, però, è un mondo che si può raccontare in molti modi. Una città che tende a farsi molteplicità di mondi a secondo del racconto che se ne fa. Per rendersene conto basta guardare a cosa l'anno appena trascorso ci ha lasciato in dote: un'esplosione di racconti "della città" intenso e pluriversale come mai prima. Mattatoio Bagheria di Vincenzo Drago, Bagheria di Giuseppe Martorana, Bagheria per la patria di Lorenzo Rizzo e, in ultimo, Dai mitici anni sessanta all'alba del terzo millennio di Ezio Pagano.
Quest'ultimo volume, tecnicamente una autobiografia, è quello che meno degli altri, apparentemente, si offrirebbe come un racconto su Bagheria. E pure, dalla rutilante storia personale di Ezio Pagano - che definire un gallerista d'arte sarebbe una imperdonabile superficialità - alla fine viene fuori, forse in parte anche contro la volontà dell'autore, un altro racconto possibile di Bagheria, l'ennesimo volto autentico sopra la maschera stereotipata che cronaca politica e criminale le hanno da decenni lentamente cucito addosso. Il libro, strutturato in una diaristica schidionata di micro-racconti divisi per decenni (anni '60, '70, '80, '90 e Anni Zero), ha il ritmo incalzante dell'oralità di Pagano, della sua verve discorsiva, della sua esuberanza descrittiva. Chi ha avuto modo di ascoltarlo almeno una volta, comprenderà. Il racconto autobiografico (che per larghi tratti si snoda come un romanzo di formazione) rivela la personalità d'eccezione di un ragazzino (non sembri un'esagerazione: era tale Ezio quando iniziò la sua vita "pubblica") precocissimo nel comprendere il proprio talento (che coincide con una fortissima passione) e alquanto determinato nel trasformare quel talento/passione in un progetto di vita e in una visione culturale. La fiducia in sé stesso gli consente di diventare presto un gallerista maturo e di successo organizzando, nella sua prima Galleria baariota, Il Nibbio (personalmente inaugurata da Guttuso), mostre di artisti del calibro di Isgrò, Consagra, Simeti, Scarpitta, Guccione, Accardi: con una attenzione e una cura per il dettaglio, oltre che con una capacità comunicativa che ne fanno presto, di Ezio e de Il Nibbio, un punto di riferimento non soltanto per i pittori siciliani ma anche per i grandi movimenti artistici nazionali. In questa sua originaria e duratura passione per i pittori siciliani - che lo porta a setacciare capillarmente, come un bibliotecario borgesiano, il territorio isolano per ri-conoscerne e valorizzarne i talenti più originali - è da cercare, mi sembra, il seme dell'idea che lo condurrà a immaginare e fondare l'Osservatorio dell'Arte contemporanea in Sicilia.
Pagano ha condotto la propria attività, lunga ormai mezzo secolo e più - gallerista, manager della cultura, tipografo/editore, fondatore di un Museo unico nel suo genere - in un tourbillon di incontri e avventure intellettuali con una sequela di personaggi i cui nomi, da Leonardo Sciascia a Gillo Dorfles, riempirebbero qualche decina di rubriche telefoniche (e parecchi romanzi sulla vita artistica, politica e culturale del secolo scorso). Ezio di personaggi ne ha incontrato, corteggiato, valorizzato, spesso scoperto, a volte "inventato" tanti - come pochi altri galleristi e organizzatori di eventi culturali hanno saputo fare. Se la vita è l'arte dell'incontro (Vinicius de Moraes), non sarebbe eccessivo pensare a lui anche come a un artista. Il caleidoscopio degli incontri che ruotano attorno alla sua vicenda umana e professionale, e che ne fanno uno straordinario viaggio nel Novecento, hanno finito però inevitabilmente con l'orbitare attorno a Bagheria (anche quando le sue iniziative si sono dipanate tra Australia e Stati Uniti d'America, Argentina o Venezuela). La scommessa di Ezio del resto, posta con chiarezza d'intenti fin dall'inizio della sua carriera ed elegantemente vinta, è stata quella di proporre e imporre la "sua" Bagheria come città d'arte contemporanea: anche in anni (ad esempio l'inizio degli Ottanta) durante i quali la città era sulla ribalta internazionale per questioni di geometria criminale (Triangolo della morte - il titolo de L'Espresso per la mostra di Hsiao Chin del 1981, presso la Galleria Il Poliedro, la dice lunga sulla percezione mediatica della città durante quel periodo). La fondazione (1994) e l'inaugurazione (1998) del MUSEUM - Osservatorio dell'Arte contemporanea in Sicilia, lungi dall'essere il coronamento di un antico progetto sono la dimostrazione di come il sogno di Ezio non smetta di misurarsi con la realtà e con il futuro. Come inesauribile è il rapporto con la città.
Questa autobiografia - che in realtà è una multi biografia, come ogni vita autentica è, perché intessuta nella relazione autentica con gli altri e nel rapporto contraddittorio ma fecondo col tempo presente - non potrà non svelare a coloro che si ritroveranno tra un secolo, nel 2119, a scrivere l'ennesima storia di questa città, qualsiasi sia il punto di vista che adotteranno, che il merito più duraturo di Ezio Pagano è stato, è e sarà quello di avere reso, tra il XX e il XXI secolo Bagheria contemporanea al proprio tempo storico attraverso la bellezza e l'arte. E dirà anche, a quei nostri lontani e cerulei nipoti, che la Bagheria che Ezio ci ha raccontato, con generosità e intelligenza, è uno dei veri volti di una città che troppo spesso, purtroppo, si compiace di indossare maschere vili.
7 gennaio 2019
Maurizio Padovano
P.S. Dai mitici anni sessanta all'alba del terzo millennio (Edizioni Plumelia)di Ezio Pagano sarà presentato il prossimo 12 gennaio, alle ore 18,00 a Bagheria presso la Sala Borremans di Palazzo Butera. Interverranno, oltre all'autore, Franco Lo Piparo.

Foto di copertina Renato Guttuso ed Ezio Pagano

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