Open space: degrado sociale!? - di Ezio Pagano

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Lo chiamano open space, io ostinatamente continuo a chiamarlo spazio aperto, sono le abitazioni senza pareti divisorie, in un unico grande vano c’è tutto: cucina, soggiorno, salotto, studio e qualche volta anche la stanza da letto. Per fortuna agli open space, almeno per ora, si sottraggono i bagni, e non credo per esigenze pudiche, ma per mero fatto olfattivo.

Questo significa che genitori e figli convivono nello stesso spazio per ventiquattro ore al giorno. Ditemi voi, come si fa a riflettere in queste condizioni? Io a casa mia, che non è open space, ho il “pensatoio”. Si! Uno spazio solo mio, dove mi ritiro per leggere, scrivere e soprattutto pensare.
La verità è che oggi molti credono di poter fare a meno di pensare, si agisce e basta. Oggi tutto è improvvisazione. Infatti, provate ad ascoltare i politici quando parlano e sarete sicuramente d’accordo nel dire: questo non sa quello che dice, mi auguro che non abbia riflettuto prima di parlare. (e non mi riferisco solo a Salvini).
Una volta si rifletteva per dare valore alle cose da dire e da fare, riflettere era un’esigenza, ad esempio: per fare una collezione d’arte, una biblioteca o una raccolta di autografi e così via. Oggi, nell’era della “società open space”, non è più così, anche perché si collezionano autografi di calciatori, attori e Influencer, e, per far questo non è necessario riflettere.
I personaggi di una volta, anche se rari, esistono ancora. Sono quelli che non vivono negli open space e riflettono. Li riconosciamo perché al massimo portano un paio di gemelli e l’orologio al polso per scandire il tempo. I personaggi di oggi, invece, si riconoscono perché possono vantare almeno un quarto del loro corpo tatuato, e qualche volta, invece, un quarto è quello non tatuato; si agghindano con gioielli tramite piercing alla narice, nel labbro, al trago, alla conca, nel capezzolo, nell’ombelico e in altre parti intime del corpo che non m’interessa indagare.
Oggi, per colpa del non riflettere, il mondo è pieno principalmente di pattume, e la cosa più grave è che giorno dopo giorno ci stiamo assuefacendo.
Mi viene in mente il monito: “Non perdere l’ultimo treno!”


Foto di copertina Ezio Pagano “Nel pensatoio”, 2019 - Foto e post produzione di Giulia Becchinella