Guardiani: 2 panieri di fichidindia e 1 morto ammazzato nelle campagne di Solunto

Guardiani: 2 panieri di fichidindia e 1 morto ammazzato nelle campagne di Solunto

cultura
Typography

Guardiani

1-Due panieri di fichidindia e un morto ammazzato nelle campagne di Solunto

Ovvero dove si mostra per cosa a quei tempi si uccideva e come, al solito, degli autori dei delitti non se ne veniva mai a capo.

Alle cinque del 29 ottobre 1854 il giudice Francesco Rodanò, per un rapporto del capo urbano di S. Flavia, viene a conoscenza dell’ennesimo omicidio verificatosi nel territorio. Quello stesso giorno, eseguito il sopralluogo “per tutto ciò che serve alla pruova sull’esistenza del reato”, egli ne scrive a Salvatore Maniscalco, direttore di polizia: “Ieri notte verso le ore tre nella parte di questa coltivata montagna, ove giacciono le rovine della vetusta città di Solunto posta all’erta del tenimento di S. Flavia, da due colpi d’arma a fuoco quasi nel contempo istesso vibrati per mani probabilmente diverse, facevasi cader onde commettersi furto di fichidindia lo infelice Giuseppe Mineo, il quale, com’era suo solito, stando in quell’ora intento alla custodia di quelle terre, avvicinatosi era verso il luogo, dove richiamato avea la di lui attenzione il rumore e il calpestio d’umano piede. Così quei malevoli non conseguito l’effetto di quell’impreso furto lasciavan sul luogo il frutto in due panieri raccolto i quali si rinvennero pieni”. Il riscontro del direttore di polizia al rapporto del giudice è del 31 ottobre. Al funzionario Salvatore Maniscalco comunica di “avere appreso con indignazione lo assassinio del disfortunato custode di campi” e di avere disposto l’invio del capitano d’armi Coffaro per coadiuvarlo nella ricerca degli autori del delitto. Non passano che pochi giorni e, il 3 novembre, il giudice torna a scrivere al direttore di polizia comunicandogli che “nonostante qualunque difficoltà…ha potuto penetrar nel sospetto” che gli assassini erano stati “i due fratelli germani Francesco e Gaetano La Barbera del Comune di S. Flavia” che già, per Ognissanti, aveva rinchiuso in carcere.


Il 3 novembre giunge a Bagheria il capitano d’armi Domenico Coffaro; scrive il giudice: “Ho avuto il bene d’essermi trovato con esso conforme nei giudizi”. Perché il giudice, e con lui è d’accordo il capitano d’armi, aveva arrestato i due fratelli di S. Flavia? Troviamo le ragioni in quella stessa lettera del 3 novembre: “E per vero fatti d’antecedente inimistà eran passati tra lo interfetto e suoi uccisori. Uomofacinoroso il detto Francesco, uso a mal sentire il freno della giustizia, e delle leggi…ha sempre egli il suo pensiero ravvolto ad ogni malevol mezzo per subentrare nel posto dell’ucciso Mineo. Così a raggiungerne il desiato fine non s’è mai ristato per farlo eziandio cadere in odio agli inquilini rubandogli e facendo rubar dai suoi le fichidindia, unico prodotto del terreno che cotestui altresì custodiva. … Giorni innanzi al commesso omicidio l’altro fratello Gaetano…su quell’istessa montagna…manifestava venirgli voglia farne a terra cadere il frutte delle piante pendente col colarcio del suo fucile, facendosi innanzi in quel luogo istesso al detto Mineo che stava lì in buona pace seduto con acri modi imprese a rimproverarlo, e nel bollore del suo impeto a trascendere con disonesti motti e delle minaccie perché erasi permesso nominar i suoi pella mancanza di quel frutto che erasi qualche volta colà sperimentato”. Collaborò il capitano Domenico Coffaro con il giudice Francesco Rodanò nelle investigazioni sull’omicidio di Solunto allo scopo di completare la relativa istruttoria da inviare alla Gran Corte Criminale e processare i fratelli La Barbera? Forse no se un colpo di scena si ha quando, il 15 dicembre, arriva a Salvatore Maniscalco una supplica del fratello dell’ucciso, Andrea Mineo, in cui quest’ultimo afferma che se “quel giudice arrestò le due fratelli Barberi volendoli colpevoli del sudetto omicidio, il Supplicante ora è venuto a conoscere che gli uccisori non furono li sopradetti arrestati” e che “il Capitan d’armi forse pure è al chiaro di tali verità”. Stando così le cose, Andrea Mineo prega Salvatore Maniscalco “perché voglia ordinare l’arresto dei veri rei”. Il giudice, informato del contenuto di quella supplica, interroga il fratello dell’ucciso che gli dichiara “di avere inoltrato quel ricorso per le insinuazioni del Capitan d’arme Sig. Cuffari, il quale gli diede motivo a dubitare di aver attinto notizie sulla conoscenza dei malfattori”; si rivolgerà quindi ufficialmente a Coffaro “perché mi appresti il risultato delle sue investigazioni onde farsene da me oggetto nella corrispondente istruzione criminale” (lettera del 22 dicembre al direttore di polizia). Evidentemente il giudice non era stato messo a conoscenza dal capitano d’armi di quanto egliera riuscito a sapere attraverso le sue indagini; Ma Domenico Coffaro, in quel fine anno, sicuramente pensava ad altro avendo richiesto, per ragioni familiari, di essere esonerato dalla carica.

.
Ottenne quell’esonero nel gennaio del 1855; lo sappiamo dalla lettera inviata dal direttore di polizia al prefetto e a quanti la cosa interessava (lo scrivano di razione, il controloro generale…) che contiene anche la decisione di “fondere in una le due compagnie d’armi delle sezioni orientale ed occidentale dello stesso distretto e metterla sotto il comando del capitano della sezione occidentale”. Con le dimissioni di Domenico Coffaro, divenuto capitano d’armi dopo l’arresto nell’agosto del 1852 di Giuseppe Scordato, cessa pertanto di esistere la compagnia d’armi della sezione orientale del distretto di Palermo, di cui era gran parte Bagheria. Coffaro esce di scena, non esistono documenti sui risultati delle eventuali indagini da lui svolte, il giudice si intestardisce nella sua idea sulla colpevolezza dei fratelli La Barbera. Ma sono essi davvero colpevoli? Una supplica (udienza del 23 marzo 1855) dei fratelli La Barbera che, “facendo animo a se stessi con le lagrime agli occhi pregano il caritatevole cuore” dell’eccellenza Salvatore Maniscalco affinchè ottengano la libertà, sottoponendosi “a qualunque obbligo ordinato perocchè daranno sollievo alle sventurate di loro famiglie”, ci chiarisce i fatti processuali che li riguardano. Essi scrivono: “…Da quel Signor Giudice si eseguì l’istruttoria ed indi furon rimessi gli atti alla Signora Gran Corte la quale conoscendo non esistere verun carico fu ordinato lo rinvio degli atti a quel funzionario onde procedersi dallo stesso ad una nuova istruzione d’atti per venir a chiaro chi siano stati gli autori di simil reato. Eseguitosi ciò furono nuovamente rimessi gli atti alla Gran Corte. La medesima ch’era l’innocenza dei Ricorrenti con deliberazione del 14 marzo volgente ordinò la loro libertà rimanendo però sotto disposizione della polizia”. Caduti nelle grinfie della giustizia, non era semplice poi esserne liberati. La Gran Corte non ritiene di dover condannare i due fratelli per l’omicidio del guardiano basandosi l’istruttoria soltanto su indizi ma, lo stesso, li trattiene nelle Grandi Prigioni costringendoli ad inviare una supplica al direttore di polizia. Naturalmente dopo quella supplica Salvatore Maniscalco si rivolgerà, ancora una volta, al giudice che dovrà ammettere come non fosse riuscito a trovare delle prove convincenti per fare condannare quei due fratelli che continuava, tuttavia, a ritenere colpevoli. Per loro ha in serbo, infatti, o la galera anche se non era “sperabile che per la semplice restrizione del carcere, voglian fare essi ammenda dei loro falli, in modo da non incorrere in novelle delinquenze” o, se il direttore vuole ridargli la libertà, “potrebbe venir allora questa ordinata sotto condizione di non abbandonare il proprio lor tetto dopo le ore ventiquattro di ogni sera, e data sicurtà di persona ben vista per la susseguente lor buona condotta consegnandoli ad ogni richiesta della giustizia, mercè la somma di D.ti 100” (lettera di Francesco Rodanò a Salvatore Maniscalco del 16 aprile 1855). Gabriello Viglia, funzionario del ministero e alle dirette dipendenze di Salvatore Maniscalco, scriverà al prefetto, in quello stesso aprile, perché liberi, alle condizioni suggerite dal giudice, i fratelli La Barbera.

ASP, Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia, Dipartimento Polizia, filza n. 1084; Per i documenti sull’esonero di Domenico Coffaro cfr. ivi, filza n. 1109. (documenti non numerati).

2-Sul ferimento di Filippo Scaduto campestro di contrada Marino

Ovvero dove un ladro di pere viene colto sul fatto e, assicutato a pietrate, forse se la lega al dito.

Conosciamo i fatti dal rapporto del 6 febbraio 1855 del giudice Francesco Rodanò al direttore del dipartimento di polizia Salvatore Maniscalco.

Il ferimento.
“Filippo Scaduto custode nella contrada Marino la sera del dì 4 andante verso l’ora una della notte ritornando presso il suo domicilio fu per via incontrato da un individuo coperto di corto scapolare di albaggio, il quale traendo profitto da quella solitaria, e recondita strada, facendoglisi a bella posta a passargli vicino gli vibrò un colpo d’arma bianca nell’addome e si diè tantosto in fuga”.

Il presunto accoltellatore.
“Susseguentemente investigando sui fatti raccolsi che, sebbene l’offensore non fosse stato per l’oscurità della sera perfettamente riconosciuto, pure alla statura, al vestir ed all’andamento l’offeso concepito avea forte sospetto che sia stato esso Giuseppe Carollo di Antonino, il quale sin da luglio del trascorso anno non nascondendogli il suo odio per averlo sorpreso nel fondo da esso custodito in atto di rubar delle pere, ed inseguitolo col lancio delle pietre, guardato da quell’epoca a questa parte lo avea sempre in cagnesco”.

Quel ladro di pere era stato visto dalla moglie del ferito.
“Convalidò la moglie dell’offeso gli enunciati sospetti dichiarando aver visto aggirarsi poco pria dell’avvenimento nelle vicinanze di sua casa un’individuo, i di cui connotati da essa espressi ben si rapportano alla somiglianza di quelli del malfattore”.

E perciò, poiché l’alibi non reggeva, venne arrestato.
“Da tutto questo avendo a trarsi argomento che il Carollo dominato dalla idea della vendetta avesse in quel modo meditato giungere al suo pravo fine, fattolo trarre agli arresti, adduceva invece dè testimonj tendenti a giustificare una pruova dell’alibi, ma a torre di mezzo ogni prevenzione diretta ad arrestare le mire della giustizia, senza perdita di tempo intesi nel tempo istesso i testimonj da esso indicati negaron costoro l’addetto fatto giustificativo. Così rafforzandosi pruova a pruova ho io quindi spedito contro il prevenuto regolare mandato di deposito, e giace ora in queste prigioni a disposizione della giustizia punitrice”.

Ma era presto per stabilire l’accusa.
“La perizia verificò la esistenza delle riportate offese che furon giudicate prodotte da strumento di punta, e taglio, e pericolose di vita per gli accidenti. E spingendo vieppiù innanzi gli atti dell’istruttoria, qualunque esser si possa l’esito del giudicato pericolo mi occuperò a riunire il concorso di tutti altri elementi onde render l’imputato più che convinto di sua colpabilità”.

Non sappiamo se il ferito, a causa di eventuali complicanze (gli accidenti), morì (ma potremmo saperlo consultando il libro dei defunti presso l’archivio comunale), né, perciò, per che cosa venne processato il presunto feritore e gli esiti del processo. In ogni caso, così come nel delitto Mineo, anche nel ferimento Scaduto gli elementi a disposizione del giudice, che faceva davvero in fretta ad arrestare la gente, erano molto pochi per una certezza di responsabilità.

ASP, Real Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale in Sicilia, Dipartimento Polizia, filza n. 1083, documento non numerato.

Biagio Napoli

 

 

/