La bellezza che ci possiamo permettere- di Maurizio Padovano

Politica
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" Un settore che non può essere trattato solo in termini economici ma, soprattutto, culturali e sociali" scrive a un certo punto del suo intervento del 20 aprile, circostanziato e intelligente, Valerio Gruessner. E mi par finalmente di sentire - dopo un mese, o quasi, di farraginosa campagna elettorale a bassa intensità - una voce capace di una visione globale del pezzo di realtà che si propone di esaminare e spiegare.

Gruessner parla di turismo - ovvero una morgana che i politici bagheresi, da almeno trenta anni (il periodo di cui ricordo meglio, e autonomamente, facce e storie) lasciano svanire dopo averne fatto sbafo in campagna elettorale. Un tema su cui la retorica di circostanza si è esercitata, in queste ultime settimane, a livelli più o meno infimi, veleggiando tra il luogo comune e la supercazzola involontaria. Quasi che certuni tra i candidati alla guida della città volessero blandire il bagherese, o baàrioto che dir si voglia, narrando le magnifiche sorti che arriderebbero all'economia locale se la nostra costa... se le nostre ville (nostre?)... se la nostra gastronomia (se riusciamo a sintetizzare chimicamente lo sfincione il mercato globale si inchinerà ai nostri piedi!) ... come cioè se bastasse un po' di maquillage a coprire uno sperpero del territorio e delle sue risorse che dura da quasi un secolo. Sulle ferite che abbiamo inferto al territorio e sui modi per porvi parzialmente rimedio, nessuna parola. Sembra che esse si risaneranno da sole, magari con un unguento miracoloso che il prossimo direttore-taumaturgo del Museo Guttuso, di nomina politica, diffonderà con apposito aspersorio. Sperpero dunque del quale nessuno - e figuriamoci ! - è pronto a riconoscere la paternità: politica e culturale. Specie in questo frangente particolare nel quale la compagine che per cinque anni è stata al governo della città ha fatto di tutto - riuscendoci - per indossare le vesti del capro espiatorio. Cinque anni di inadeguatezze colpose che cancellano settanta anni di discutibile, e talvolta condannabile, vita politica e amministrativa della città. Come se l'ultimo governo della città ci fosse piovuto addosso da Marte e non fosse frutto, nel bene e soprattutto nel male, della storia precedente. Non siamo innocenti noi che in questi ultimi cinque anni non abbiamo governato: nessuno in questa città lo è.


E pure sulla cinica ripetizione del tema degli incompetenti al governo - da cacciare via il prima possibile - si sta di fatto costruendo il discorso delle due aree politiche che si auto-accreditano il prossimo governo della città: 1) votate per noi, abbiamo dentro la coalizione i simboli dei partiti dell'attuale governo regionale e nazionale - cioè possiamo andare a questuare nelle opportune sedi con qualche asso nella manica: insomma, un ritorno all'usato sicuro (che "assicura" cioè lo status quo ); oppure: 2) votate per noi altri che, se anche siamo l'auto di terza o quarta mano che mai comprereste, vi assicuriamo però che faremo, pur mischiando carte e casacche, da frangiflutti contro la marea nera che rischia di franare addosso all'intero paese. Un esempio perfetto di ciò che lo storico Emilio Gentile chiama "democrazia recitativa": la riscossa anti sovranista che comincerebbe da Bagheria e con una sbiadita lista tricolore (Fratelli di Bagheria?) al seguito.


Ovviamente, lo sappiamo tutti, siamo in campagna elettorale: cioè siamo in un contesto sociale particolarissimo, nel quale si sa bene che alle parole - spesso singole, strozzate, quasi espettorate e mai dentro un flusso di discorso convincente e puntuale - non è lecito aspettarsi che seguano i fatti. Insomma, bisogna far finta di credere: questo impone il gioco delle parti in corso. Obiettivo manifesto di molti "politici esperti", del resto, è di "allisciare" il potenziale elettore, farlo sentire a suo agio nella chiacchiera, solleticarne la vanità e il senso di appartenenza al villaggio. "La lusinga, anche se è uno squallido difetto nelle altre circostanze della vita, tuttavia è necessaria in una campagna elettorale. Infatti essa, quando con l'adulazione rende qualcuno più amico, non è tanto da biasimare, ma è necessaria al candidato, il cui aspetto, il cui volto e il cui discorso di devono cambiare e adattare secondo il sentire e la volontà di chiunque si incontri". Queste parole, indirizzate, per una campagna elettorale di poco più di duemila anni fa, da Quinto Tullio Cicerone al fratello Marco, ben più noto, oggi a Bagheria non possono non tornare alla mente dinanzi all'astrattezza di certe argomentazioni. Mondo è stato e mondo è, avrebbe commentato mio nonno, che se ne intendeva davvero poco di scrittori latini ma è nato, ha vissuto tutta la vita ed infine è morto a Bagheria. Lusinghe da campagna elettorale in effetti, ne conveniamo, sono parecchie di quelle che sentiamo in giro; ma lusinghe che rasentano la molestia acustica quando i "recitanti esperti" si lanciano a disquisire di cultura e di turismo.


Rispetto a quelle fole il discorso di Gruessner, competente e di buon senso, appare come il classico sasso nello stagno. Perché quando dice che la questione turismo va inquadrata in un più ampio discorso culturale e sociale sta finalmente gridando, come il bambino della famosa fiaba, che il re è nudo: e cioè che ciò attorno a cui svolazzano quando parlano di cultura, stanchi mosconi, i due candidati (tra cinque) che si accreditano come i due soli contendenti di questa sfida elettorale, è distante anni luce da qualsiasi valutazione di sistema del nesso turismo/cultura/città. E così succede che ascoltandoli - loro che vantano linguaggio e know how da "politici autentici" - si rischia di perdersi, come criceti, nel circolo vizioso di una ruota che si avvolge su se stessa con i medesimi proclami degli ultimi trenta anni: Museo Guttuso - Sagre alimentari - Ville settecentesche - Passerella a mare - Porto turistico e via favoleggiando con l'aggiunta di una spruzzatina di cifre e dati statistici mandati a memoria. Singoli proponimenti (alcuni in sé nemmeno disprezzabili) ma privi di un collante progettuale, della giusta visionarietà che sola potrebbe tenerli insieme. Gruessner invece, con poche e chiare parole, va oltre queste minuzzaglie e ci mostra di avere un'idea della città e del suo sviluppo: un'idea che sa guardare alle presenze del passato e collocarle in un futuro praticabile, per il quale è necessaria non soltanto una sequela di investimenti che procureranno ricchezza a pochi, ma una nuova cultura condivisa, un nuovo senso della comunità che è necessario fondare su una rideterminazione del senso del pubblico. Soltanto ciò consentirebbe quel pensare "out of the box" auspicato dal giovane concittadino.


La cultura di cui ha bisogno questa città ha bisogno di essere fatta di ben altro. Deve ricominciare da altro. La città e coloro che intendono guidarla devono scrollarsi di dosso l'idea che "fare cultura" dipenda da singole iniziative edificabili nel breve-medio termine. "Fare cultura" non è affare esclusivo infatti di chi amministrerà la città nei prossimi cinque anni, ma di tutti quelli che la amministreranno nei prossimi venticinque anni: solo un patto intergenerazionale forte ed esplicito può raggiungere l'obiettivo. Rigenerare ciò che chiamiamo cultura della città richiede infatti tempi lunghi e deve cominciare, necessariamente, da un'idea di comunità che sembra esserci estranea. E che forse mai, fino a ora, i bagheresi hanno condiviso. La parola comunità ha dentro di sé la parola munus, che significa: dovere, compito ma anche dono. Beninteso: il dono che si deve fare, non ricevere. La com-munitas è un insieme di persone unite non da un possesso ma da una mancanza: da un debito di ciascuno verso gli altri. Una comunità di donanti. Soltanto l'ambire a un patto di tal genere (o anche a un patto più alto, ma io mi fermo a questo) può innescare un rinnovamento culturale: una nuova idea di bene comune; nuove pratiche dell'avere cura della città. Cambiamento che non può certo cominciare dalla "promessa" di una "ricompensa" all'elettore che ha deciso si estendere fino all'inverosimile la soglia della propria credulità dinanzi ai discorsi dei politici "esperti".


Noi che da "politici non esperti" ci sentiamo davvero cittadini- debitori, verso tutti gli altri, di un'idea nuova della cura della città, agli elettori proponiamo: un nuovo patto di collaborazione attiva; un itinerario di salvaguardia del bene comune che impegni chi andrà al governo a scelte che non intensifichino, e se possibile la contengano, la privatizzazione e la mercificazione della natura e dello spazio pubblico. Le solite promesse degli "esperti" di lungo corso e dalle tante casacche saranno anche rassicuranti per pochi, ma rischiano di essere nefaste per tutti. Nel medio e nel breve termine, stavolta. Da dove può ricominciare la rinascita culturale della città se non da un nuovo atto d'amore per essa? Dal prendersene cura come mai prima? Con le strade in questo stato, priva di spazi verdi e di luoghi di socializzazione, senza un credibile e sostenibile progetto di mobilità urbana, senza strutture amministrativo-politiche che sappiano davvero fare da diaframma tra l'esigenza di fare dei singoli, gli interessi legittimi dei gruppi sociali e il bisogno di crescere delle nuove generazioni... perché senza tutto questo, e tanto altro, Bagheria dovrebbe inserirsi virtuosamente nel circuito dell'economia turistica regionale, e da cui è ben lontana, che Gruessner ha così ben delineato?


E pure, la sola bellezza che possiamo permetterci, necessaria quanto mai prima, comincia da lì. Da un nuovo senso del luogo: dalla creazione di uno spazio pubblico all'interno del quale la comunità sappia definire le linee fondamentali della propria vita collettiva. Cosa che non può scaturire certo dall'esausto raccontino circolare, autoreferenziale e autocelebrativo (storytelling lo si è chiamato negli ultimi anni...) dei "politici esperti" che oggi guidano una mai nominata "restaurazione", ovvero il ritorno di pratiche e consorterie già conosciute e che tristemente hanno segnato questo territorio e la sua storia. Restaurazione che è la negazione dell'unico ma decisivo cambiamento che potrebbe far uscire la nostra indebolita democrazia dalla sua profonda crisi di legittimità: ricominciare a intendere la politica come principio attivo di costruzione, quotidiana e dal basso, di una città a cui tutti dobbiamo qualcosa; di una politica intesa e praticata come processo partecipato e creativo che solo può rinnovare il senso del luogo-Bagheria.

Maurizio Padovano, Assessore designato alla Bellezza e alla Conoscenza della Lista Cento passi con Belvedere per Bagheria e per Aspra

22 aprile 2019

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