“Chissà chissà domani” caro Conte- di Massimo Mineo

“Chissà chissà domani” caro Conte- di Massimo Mineo

Politica
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“(…) Aspettiamo che ritorni la luce
Di sentire una voce
Aspettiamo senza avere paura, domani.”

Sì caro Conte abbiamo paura, tanta paura, ma per andare avanti dobbiamo immaginare un domani, avere fiducia che ritorni la luce.

Ora non mi aspettavo certo che perdesse tempo a leggere la mia precedente lettera ma forse mi piacerebbe leggesse questa.
Premetto subito che non sono un esperto e ho sempre evitato di argomentare tematiche che non rientrano nella mia formazione o esperienza professionale. E mentre le sue task force, o meglio conosciuti come comitati di esperti, elaborano quelli che saranno i futuri modelli socio-economici, socio-sanitari e socio-culturali che ci traghetteranno almeno per un annetto, mi permetto di fare qualche considerazione a voce alta.
E ripeto che non lo faccio in quanto esperto ma soltanto in quanto persona che all’età di tredici anni già lavorava, che ha lavorato durante tutto il liceo, l’università e il master. Lo faccio perché i macro modelli lasciano per strada sempre qualcuno ed è Suo dovere e di tutta la politica non lasciare indietro nessuno. Ogni singola persona è un microcosmo di sacrifici, investimenti, potenzialità e ricchezza che va assolutamente tutelato e garantito.

I prossimi mesi non li definirei tanto un ritorno graduale alla normalità quanto il tempo della resistenza. E per resistere servono gli strumenti. Dovremmo tutti rivedere il concetto di tempo e di spazio cercando di essere più che originali. Ma per quanta originalità sapremo esprimere senza le opportune risorse e dovute garanzie non si va da nessuna parte. Lo Stato deve essere protagonista assoluto.
Forse alcune delle proposte che seguono verranno definite impossibili o inapplicabili, ma questo deve essere il tempo delle cose impossibili per rendere possibile la sopravvivenza di un’economia che diversamente rischia di collassare con risvolti certamente catastrofici.

Per prima cosa vanno individuati questi settori lavorativi maggiormente penalizzati da quelle che saranno le restrizioni della fase 2 e 3 e su questi settori rendere operativo l’istituto della cassa integrazione. Mi riferisco ad esempio al settore alberghiero, dei trasporti, della ristorazione. Tutto ciò potrebbe contenere inevitabili licenziamenti. Sapere di avere un ammortizzatore come la CIG proietterebbe il datore di lavoro a valutare di mantenere tutto l’organico pur articolando diversamente la presenza lavorativa.
E parlando di organico di lavoro va seriamente presa in considerazione l’opportunità di sospendere il disincentivo al licenziamento. È inconcepibile far pagare ad un imprenditore una penale per un licenziamento da attribuire ad un evento inaspettato e dirompente come quello che stiamo vivendo. Qui non si tratta di incapacità imprenditoriale o di scelte soggettive, qui il problema è di natura esclusivamente oggettiva e si potranno palesare situazioni in cui l’unica soluzione per la salvezza dell’impresa è la riduzione del personale.
A questo punto i licenziamenti da coronavirus andrebbero trattati in modo del tutto differente dalle logiche che oggi regolamentano la disoccupazione.
Ma volendo perseguire la scommessa del mantenimento occupazionale potrebbe essere messa in campo una manovra straordinaria rispetto a quelli che sono i costi contributivi e retributivi che un datore di lavoro deve sostenere. Un’idea potrebbe essere quella di una compartecipazione Stato-Datore di Lavoro. Il datore di lavoro si impegna a non licenziare e lo Stato di contro, per tutto il “periodo di resistenza”, assolve in toto o in parte agli oneri contributivi e previdenziali.

Altro punto importante la diminuzione delle accise per ciò che concerne luce, gas e carburante. È sempre stato un nodo di grande sofferenza quello delle accise. È già paradossale in una situazione di normalità leggere una bolletta della luce e notare che due terzi dell’importo sono tutto fuorché la fornitura di energia elettrica. Senza dimenticare l’IVA. Su buona parte di ciò che acquistiamo il 22% è un’imposta. Sono costi che vanno subito rivisti in un momento così complesso.
E parlando di costi una delle nuove spese che dovranno sostenere a lungo le attività lavorativa sarà quello delle misure precauzionali di contenimento. Nello specifico intendiamo periodica sanificazione degli ambienti, utilizzo di mascherine, termotest, specifici detergenti, e così via discorrendo. Tutte spese che andrebbero conteggiate a fine anno e trasformate in credito di imposta al 100%.
Non dimentichiamo che serve liquidità, e questa non può essere ossigenata solo da mutui garantiti dallo Stato. Le partite IVA sono già appesantite da mutui e finanziamenti. Bisogna piuttosto strutturare linee di credito che prevedano una parte di fondo perduto per coloro che scommettono nella resistenza.

Per tutto questo periodo di transizione bisognerebbe mettere a punto un piano di detassazione e di defiscalizzazione rivolto alla piccola e media impresa, ma anche alla libera professione, e comunque a tutti i possessori di partita IVA. Lo Stato di concerto con le Regioni e tutti gli Enti Locali dovrebbe sospendere o comunque ridimensionare consistentemente la pressione fiscale vigente. È più che scontato che ci sarà una contrazione della spesa pro-capite e questo si tradurrà nell’impossibilità di far fronte a tasse e fisco nei termini tutt’ora vigenti.
E parlando di Enti Locali non vanno bloccate le gare d’appalto, anzi vanno espletate in tempi più celeri. Deve essere colta finalmente l’occasione per rendere funzionale, realistico e snello il Codice degli Appalti.
Nodo fondamentale sono proprio gli appalti se vogliamo sperare che il 2021 sia l’anno del riscatto. Bisogna volere ora le infrastrutture che ci serviranno domani affinché una nuova economia, fondamentalmente green, corra veloce. Penso ad esempio al mezzogiorno. Come pensate, caro Conte, il futuro del sud per interconnetterlo al nord e parlare finalmente solo di Italia? Bisogna finanziare adesso l’Italia di domani, affinché l’economia, la cultura, il turismo e l’eccellenza italiana tornino forti e competitivi.

Ho esagerato? Non ho tenuto conto del debito pubblico, di come garantire le coperture, delle regole dell’Europa? Io direi piuttosto di avere dato il punto di vista di chi non vuole licenziare e di chi non vuole essere licenziato, di chi ogni giorno lavora e vuole continuare a farlo, di chi sta sul campo di battaglia e che soffre più di chi legifera. Oggi non è il tempo del “non lo possiamo fare perché”, è il tempo di “è necessario fare questo per”.

Massimo MIneo