Emozioni in attesa - di Giuliana Larato

Arte, Ambiente e Territorio
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Tra le emozioni più intense che si possano provare, senza dubbio, quelle dell’attesa di un figlio: l’attesa vissuta durante la gravidanza e l’attesa del periodo antecedente all’avvenuto concepimento, quando ancora ci si interroga sulla possibilità di procreare e si vivono mille dubbi e mille ansie nella paura di non sentirsi adeguati al proprio ruolo rispetto al partner e rispetto alla famiglia d’origine.

Un bambino nasce, psicologicamente, nei pensieri e nei progetti di chi lo aspetta molto tempo prima che l’attesa giunga al suo termine. Quando una coppia comincia a progettare di avere un figlio, già, fantastica ed immagina un bambino con determinate caratteristiche fisiche e psico-affettive .

La scelta del nome, per es., dice molto del figlio che desideriamo, di come lo vorremmo, di come ce lo immaginiamo. Il nome, spesso, se scelto liberamente rispetto ai nomi di famiglia riflette alcune delle aspettative dei genitori; si pensi a nomi come “Libero”, “Vittoria”, “Ivan”, “Gaia”, “Riccardo”, “Serena”, “Angelo”, “Gloria”, “Emanuele”, “Vera”….

In altri casi, invece, viene riproposto il nome dei propri genitori esprimendo una scelta di continuità, talora, libera e consapevole, talaltra, frutto di un vero e proprio “vincolo” psicologico. In quest’ultimo caso i neo genitori sentono che per essere approvati e sostenuti in famiglia “devono” soddisfare il desiderio dei futuri nonni ed attenersi alla tradizione.

Il nome di un bambino, dunque, lo rappresenta ancor prima che questi sia nato e ci racconta qualcosa del legame tra il nucleo d’origine e la famiglia allargata e delle possibili emozioni che attraversano tale legame.

Ma quanto pesa ad un bambino portare il nome di qualche familiare morto da poco tempo?

Un bambino nato in coincidenza con un lutto importante può (non necessariamente succede) ritrovarsi a compensare un vuoto affettivo, a sostituire qualcuno che non c’è più.

Un bambino, però, ha bisogno di essere differenziato, ovvero di essere riconosciuto come unico, come distinto da chiunque: da eventuali fratelli così come da persone venute a mancare nell’ambito degli affetti primari.
Per tali ragioni non farei nascere un bambino nella stessa data del fratello più grande (evento che, ormai, si può programmare nei casi di parto cesareo), non gli darei il nome di qualcuno pianto da poco né il nome destinato ad un bambino venuto a mancare a causa di un aborto.

A chi non è del mestiere possono sembrare sciocchezze; si tratta, invece, di dettagli importanti perché potrebbero (e in molti casi accade) originare emozioni che accompagnano la crescita di un bambino e lo “confondono” nel senso psicologico di farlo sentire fuso con l’identità di qualcun altro. Spesso, peraltro, non si sviluppa una consapevolezza dell’origine e della ragione di tali emozioni con conseguenze psicologiche non indifferenti nella formazione dell’identità e nell’acquisizione di una propria sicurezza personale.

 

                                             Giuliana Larato psicologa dell'età evolutiva e psicoterapeuta delle relazioni e della famiglia
 

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