Cronaca della mia disavventura su un treno non troppo “immaginario” - di M. L. Bonura

Arte, Ambiente e Territorio
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Sono le 8 di sera, il mio treno dovrebbe partire alle 8,13.

Il benvenuto alla stazione di Palermo è un monitor che segnala la cancellazione di 4 treni.

Mi aspetta un’oretta di afosa attesa, penso.

Già, perché ci sono 35 gradi ed io sono arrivata trafelata, con una valigia appresso ed in tenuta da ordinario combattimento palermitano: capelli a sanfasò1, domati alla meno peggio da una forcina storta, “prendisole” e sandali. Di più non si sopporta.

Ma Trenitalia pare avere un moto di generosità: eccezionalmente il treno delle 8,08 per Messina fermerà anche a Bagheria, proprio dove devo andare io.

Qualcuno mi fa capire che se sono una di quelle che rischia di schiattare lì al caldo per più di un’ora nell’attesa di un treno utile, posso anche provare a salire, magari correndo. Grazie assai.

Io non ho ovviamente obliterato il biglietto, non ho fatto in tempo, ma intravedo il controllore sulla porta dell’ultimo vagone per cui - ore 8,08 in punto - cammino spedita verso di lui, così “me lo scrive” - penso - e non mi fa storie.
“Solo che”, il gentiluomo comincia a imprecare: Devi aprire la porta, che fa non si capisce? Che ci vuole? Il disegnino? Ti pare che aspettiamo a te?

Il caldo ci fa venire fuori al naturale.
Ma talè a chistu2!
Mi fermo e, ancora da lontano, gli faccio notare che è il caso di darsi una calmata anche perché è Trenitalia che sta offrendo un disservizio, costringendomi a inseguire un treno in partenza, visto che il mio ed i successivi sono stati cancellati. Tra l’altro, non ho certo chiesto io di aspettarmi.
Entro comunque su questo benedetto treno e porgo il biglietto al gentiluomo agitato perché lo validi; ancora borbotta con un fare infastidito.
Improvvisamente capisco perfettamente l’espressione “m’acchianò u sagnu n’tiesta3!”. Descrive pienamente il mio stato d’animo.

Ripropongo la storia del disservizio, lui farfuglia infuriato cose che neanche ricordo per bene: non è vero che ci sono treni soppressi e se anche è vero non li ha certo soppressi lui, lui deve finire il turno, il treno non può aspettare i porci comodi di certa gente.. ed altre amenità, ma non ha molta importanza.
Quello che ha veramente importanza è il tono: offensivo, saccente, inopportunamente confidenziale.. con un uso del ostentato tu che non capisco e che mi irrita sempre di più.
Sembra un padre che riprende malamente il figlio dodicenne un pò troppo “scanazzato”4 per i suoi gusti.

Le vorrei far notare che io non sono sua sorella e che non è assolutamente il caso che lei si rivolga a me in questo modo. Come diavolo si permette? – dico.
Risposta (quasi urlata): a si? va bene va bene, intanto tutte queste persone sedute qua ora arrivano in ritardo per aspettare te! La prossima volta resti a piedi, hai capito?

Chiude la porta della cabina di comando e mi lascia nel mio brodo tra gli altri passeggeri.
Brodo di “raggia a’màtula”5 perché l’interlocutore si è sottratto e il pubblico non è interessato al mio “allattariarmi”, visto che stavolta il problema non lo riguarda: sono io l’unica persona che avrebbe dovuto prendere il treno successivo soppresso, loro si trovano esattamente là dove dovevano stare e rischiano pure di partire quasi in tempo, visto che sono le 8,10 e due soli minuti di ritardo per la partenza sono un evento straordinario sulle ferrovie dello stato.
Lo sanno bene, che che ne dica il ferroviere gentiluomo di cui sopra.

Più tardi mia madre commenterà: “Vastasu! Però.. il fatto è che da lontano devi essergli sembrata una ragazzina!”.

L'apparenza della matricola fuori sede c'era tutta. Ok, d'accordo, ma la cosa dovrebbe consolarmi?

Domande sparse:

- Se da lontano, avesse visto un uomo, il ferroviere si sarebbe mai sognato di usare questi toni e questo atteggiamento?

- Se da lontano, avesse visto una donna “in tiro” (tacchi, stacco di coscia, tubino o tailleur e complementi d’arredo vari tipici della professionista, di fascino però), il ferroviere avrebbe trovato “conveniente” profondersi in un simile saggio di bon ton ferroviario?

E poi le domande per me, quelle forse più brucianti:
Perché mai l’unica “provocazione” che sono riuscita a tirare fuori, così.. d’istinto, lì per lì, è stata: “ma mi ha scambiata per sua sorella?”?!
Che c’entrano le sorelle? C’è forse una licenza sottile di trattare le sorelle - soprattutto quelle piccole - a pesci in faccia, dopotutto?
Tanto “un c’è cuosa6”, una sorella perdona, ci passa sopra, c’avi a fari?
Evidentemente si, la licenza c’è ed è pure ben consolidata nell’immaginario comune, non si spiegherebbero altrimenti battute come “Sé, A tò suoru!” o “Va riccillu a tò suoru”7 in risposta ad insulti e offese varie.

In fondo avrei potuto chiedergli se avessimo per caso fatto il militare insieme, nonostante io non ne avessi memoria. Invece no, lì per lì, dal magma della raggia è venuta fuori sono la solita sorella e il tentativo di dire che no, non poteva trattarmi come lei, perché io non sono come lei.
Eppure solo lei ho trovato dentro me in quel momento. Altro che raffinate riflessioni su Genere, “Generentole” e dintorni!
In seguito, scrivendo qui, ho anche fatto qualche “passo avanti”.
Avrete notato che ho paragonato il ferroviere ad un padre incazzato con il figlio ragazzino, ma mi chiedo adesso: perché? Forse che la relazione adulto-bambino è un ambito in cui, tutto sommato, un atteggiamento così arrogante e sprezzante può essere considerato “accettabile”? Certo che no, eppure..

E’ un vecchio trucco, dopotutto: Up- chiama down-. Messaggio ricevuto.
E dalla posizione down- scatta la guerra dei poveri o delle povere: “io non sono povera come gli altri (i bambini)/le altre (le donne deboli). Ergo, non mi puoi trattare così”.

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Guerra che non risolve granché, come tutte le guerre. Ma che la dice lunga su quanto ancora bisogna combattere, in noi e fuori di noi. Anche quando di “questioni di genere” e di rapporti di potere ci si occupa tutti i giorni.
Insomma, dall’immaginario collettivo al savoir fair ferroviario il passo è breve, andata e ritorno.

Prego, prima le donne e i bambini! Si accomodino!
Ancora.

Ancora.. si, perché il viaggio è ancora lungo.

Maria Luisa Bonura, Psicologa preso il centro antiviolenza "Le Onde" Palermo

 

articolo tratto da: al-mafraj.blogspot.it/

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DIZIONARIETTO PER NON SICULI

A sanfasò: in modo disordinato, "ad muzzum". Pare che abbia origine dal francese "sans façon = alla buona. Il mio sinonimo preferito: “all’ariulè”.

Ma talè a chistu! Dai questo si capisce!

m’acchianò u sagnu n’tiesta: mi è “salito”, ribollendo, il sangue alla testa.

Scanazzato: difficile da tradurre, ma molto trasparente! Amunì! Di solito è sinonimo di "sbandato", "testa calda".. ma si fa presto a dare dello scanazzato anche a chi è troppo vivace/vitale e forse .."sanamente" selvatico" per mettersi in riga.

Raggia a’màtula: rabbia (in ebollizione), ma inutile, fine a se stessa.

un c’è cuosa: non è successo nulla di importante.

“Va riccillu a tò suoru”: Vallo a dire a tua sorella.


 

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