E la chiamano estate. Calda, rovente, umida e soffocante. Tropicale. È tempo di metamorfosi, di compimenti che si realizzano. Di cigni che diventano rospi. È tempo di sdoganamenti. Segue, esempio classico. Quando un fenomeno diventa diffuso, trasversale, permeante sino a raggiungere le falde più profonde di un tessuto sociale, non può fare altro che tracimare e finire in tv, il luogo della normalizzazione, della santificazione sociale.

Serve un Bruno Vespa che ti dia la benedizione. L’uomo che negli ultimi vent’anni ha officiato il rito della volgarità che diventa normalità, quotidiano, cifra stilistica, sta lì proprio per questo. È stata l’estate del carro funebre dei Casamonica, della criminalità che si racconta attraverso i suoi simboli, dell’occhio “gossipparo” che la scruta, mentre quello “vippettaro” ci accende i riflettori sopra come se si trattasse di un Fabrizio Corona qualsiasi. La società apre le porte del suo salotto televisivo, sulle stesse poltrone su cui si è accomodata la classe dirigente italiana ora ci stanno i Casamonica. Un’operazione di livellamento orizzontale.

In tv la forma è contenuto, le malelingue dicono che è stata un’operazione in continuità.

Già, Corona. Altro autore di reati che invece di rimanere a riflettere sulle sue malefatte si ritrova protagonista di un documentario che rilegge, racconta, rielabora, mitizza. E per il semplice fatto di essere stato realizzato, ribalta. Si intitola Metamorfosi, dal 10 settembre nei migliori cinema. Corona, su Facebook (e dove, altrimenti) racconta: "Questo documentario parla dell'ultimo periodo della mia vita prima di entrare in carcere. In quei giorni, ho iniziato un percorso di crescita interiore che ho continuato a seguire dietro le sbarre e che spero di portare ancora avanti per diventare un uomo migliore".

Il mondo tira un sospiro di sollievo. È l’estate della docu-fiction, è l’estate dello storytelling, è l’estate della terza via tra realtà e finzione. È tutto raccontabile, sceneggiabile, sino al punto di diventare un’altra cosa. A proposito, sapete dove sta finendo di scontare la pena Fabrizio Corona? Da Don Mazzi. Gira e rigira è sempre salotto televisivo. L’Italia rimane un cortile degli anni cinquanta sfociato per tracimazione dentro gli schermi televisivi. Mara Venier, la D’Urso e la De Filippi, sono le novelle comari che impartiscono lezioni di commozione, leggerezza, indignazione, trasgressione, bacchettonismo, nulla.

È tutto raccontabile, come il bambino siriano riverso su una spiaggia, che ti porta due verità. La prima, piaccia o no anche l’orrore estremo mostrato ripetutamente crea assuefazione. La seconda, in questo mondo dove esiste solo ciò che si vede se l’orrore non lo mostri non esiste. In verità di orrore da mostrare ce ne sarebbe ogni giorno. Nel mondo i bambini muoiono quotidianamente anche fuori dalle fotografie. Sintesi, è intollerabile l’orrore, è intollerabile che per accorgercene bisogna che ce lo sbatta in faccia una foto.

Assuefazione, è solo un’altra storia, un altro racconto. È un’altra vita.

È l’estate della reazione emotiva di pancia che non distingue più un bambino da un leone. Un dentista americano, appassionato di caccia sportiva di animali rari, utilizzando arco e frecce, ha ucciso il leone simbolo dello Zimbabwe di nome Cecil. La reazione della rete è stata simile a quella avuta per il bambino siriano, prima tutti “Je suis Charlie”, vampata immediata e dopo il nulla.

E poi, grazie a un sovversivo camuffato da altro, un destabilizzatore vestito di bianco, è anche l’estate del ritorno del comunismo. Giustizia, lotta contro lo sfruttamento, asservimento al dio denaro, superiorità dell’uomo sulla macchina della produzione, distribuzione e consumo. Schiavitù. Sì, anche la schiavitù, termine che sembrava sepolto sotto una montagna di civiltà e invece ritorna di attualità nelle campagne del nostro accogliente Paese. Dalla Sicilia, alla Puglia al Veneto, storie di ordinari abusi, sottomissioni, violenze, morti. E, dicevamo, un comunismo che ha il suo capo popolo. Sorpresa: è Papa Francesco. Peccato che manchi il popolo. Incredibile, se ci pensate un attimo.

Nell’estate in cui quello che ufficialmente è il leader della sinistra italiana usa gli stessi argomenti che usava Berlusconi qualche anno fa, l’estate in cui il rospo Renzi ha completato la trasformazione nel rospo Renzusconi, l’uomo pubblico più a sinistra è il Papa. Quel che resta di Che Guevara. Solo dieci anni fa ci sarebbe sembrata fantascienza. Oggi lo ignorano come fenomeno provando a farlo passare per un fatto normale. Troppo autorevole il pulpito, troppo scomode le parole. Ma le parole di Papa Francesco, proprio perché è il Papa, sono straordinarie. Vi invito a fermarvi e a riflettere su Renzi che dice quello che dice Renzi come leader del PD e sul Papa che dice quello che dice il Papa come leader della Chiesa Cattolica. Il Papa più a sinistra del leader della sinistra, il leader della sinistra a destra quasi quanto il leader della destra. E non è la saga di Guerre Stellari, sta accadendo veramente.

Assuefazione, sarà il caldo che rende l’aria soporifera. Altrimenti come spiegare che una notizia così passi lasciando tutti indifferenti. Media, mondo politico, società civile. Processo Stato-Mafia, un pentito: "Berlusconi suggeriva gli obiettivi delle stragi". Il collaboratore di giustizia Giovanni Ciaramitaro alla ripresa dell'udienza del processo sulla trattativa tra Stato e mafia, in corso nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, punta il dito contro il leader di Forza Italia e dice: “dava gli obiettivi da colpire, gli indirizzi giusti”.

Quel poveretto di pentito pensava, probabilmente, che la sua sarebbe stata una dichiarazione dirompente, l’inizio di un cataclisma, ma nell’Italia “dell’uno o l’altro uguali sono”, nemmeno la strumentalizzazione politica è più in voga. Al di là della veridicità, in passato, qualcuno avrebbe cavalcato la tigre, oggi si sbadiglia: “ah, vabbé, e allora?”.

C’è caldo signori, ed è già settembre.
 

La domanda è: si può morire per eccesso di assuefazione? E non è una domanda retorica, non racchiude in sé la risposta, è una domanda concreta, che ha una sua ragion d’essere. Perché potrebbe anche essere che, in verità, l’assuefazione sia la strategia vincente, forse l’unica possibile. Perché si potrebbe morire per una incapacità ad assuefarsi, espulso da un ambiente come un elemento spurio. Ai cambiamenti, agli accadimenti, mi adatto, mi modello su di essi e vado avanti. Flessibile, plasmabile, rimodulabile. Concavo, convesso, piatto.

Acritico. Ma, soprattutto, indifferente. Assuefatto. Perché di piccole e grandi cose che meriterebbero ferme posizioni trasversali ne accadono, e pure tante, ma non indignano, non sconvolgono, al più infastidiscono, ma ancora più fastidiosi sembra risultino quelli che ancora si prendono la briga di sottolinearle, di provare a portare avanti un ragionamento. Che, poi, è proprio quello che manca e quando c’è è considerato un intruso: il ragionamento.

Nella migliore delle ipotesi la reazione si esaurisce nel fuoco di paglia dei social, d’istinto, di pancia, si è tutti il Charlie di turno per qualche minuto e poi l’andamento della quotidianità riprende il suo moto frenetico e monotono, impegnati a ingurgitare notizie di ogni tipo, vittime di un inquinamento da informazione che porta a fare un frullato di tutto senza più riconoscere il peso e la portata delle cose. Per farlo occorrerebbe ragionarci su, approfondire, sviscerare, dedicarsi alle sfaccettature, ma per ragionare serve tempo e lo scorrimento un po’ più lento della pagina web.


Per esempio, accade che un governo con un presidente del consiglio mai eletto da nessuno sia il padre della nuova legge elettorale. Non male come contraddizione. Basterebbe questo. La legge è un pastrocchio che potenzialmente, grazie ai premi di maggioranza, può portarti a governare partendo da percentuali ben lontane dal 50 (Chi al primo turno riesce a ottenere il 40% dei consensi si aggiudica un premio di maggioranza che lo porta automaticamente a 340 deputati, su 630. Se nessuna delle liste ottiene quella percentuale, due settimane dopo si torna alle urne a votare il ballottaggio tra le prime due liste “classificate” al primo turno, e chi arriva prima ottiene il premio che la porta a 340 eletti. Quindi se, al primo turno, la lista prima classificata ottiene il 20% e la seconda il 18%, queste due liste andranno al ballottaggio e l’Italia sarà governata da un gruppo di potere che avrà avuto il consenso, bene che vada, del 10-12% degli italiani, considerando che il 20% iniziale riguarda il numero di votanti).

Questo il contenuto, ma non importa, il padre della nuova legge, Renzusconi, va in televisione a presentarla come un successo, si appella al fatto che da anni si attendeva una legge elettorale, e ora “eccovela” (come se ne fosse servita una, qualunque essa fosse), segue qualche voce fuori dal coro, qualche politico che dichiara “la legge elettorale fa schifo”, ma “gli italiani hanno ben altre priorità”; il lavoro, la sicurezza, l’immigrazione. La democrazia, no. Evidentemente non importano a nessuno potenziali derive autoritarie, non fanno saltare dalla sedia, anzi la gente ti fissa e sembra dirti: “lei con i suoi discorsi mi tedia”. E allora, viva l’Italicum. E le preferenze? E le liste bloccate? E le percentuali azzardate?

Domande che affogano dentro uno sbadiglio.


altIl primo maggio, durante una manifestazione NO-EXPO, i black-bloc devastano il centro di Milano. Partono i complimenti, e tutto un bravo-bravo trasversale, ministro dell’interno, vertici delle forze dell’ordine, esponenti politici. Non si è caduti nelle provocazioni, si è evitata un’altra Genova. E in tanti ad annuire.

Certo qualche altra considerazione si poteva fare, tipo: ma la presenza dei black bloc non si poteva prevenire e bloccare? ma a manifestazione finita non si potevano arrestare? e si può parlare di successo di fronte a vittime incolpevoli chiamate a pagare tramite i loro beni (auto, negozi, etc…)? 

Esiste la necessità di risolvere, attraverso una via plausibile ed efficace, il contrasto tra legalità e ordine pubblico, che da noi faticano a coincidere.

Perché in Italia tutto quello che avviene all’interno di un’aggregazione umana che invade una piazza, la curva di uno stadio, il binario di una ferrovia, ha una gestione extra codice senza che questo scandalizzi nessuno?

Perché i diritti, o anche i privilegi, di soggetti che aggregati fanno una forza, devono pesare di gran lunga di più degli stessi diritti di un singolo individuo? Il codice non è fa mai una questione di quantità, di forza dei numeri. L’Italia è un paese dove lo Stato quando non è in grado di garantire la legalità si accontenta dell’ordine pubblico.

Di fatto, è una resa. Esistono esempi estremi di resa, basta leggere la nostra storia recente. E questo accade sempre più spesso. La legalità ad intermittenza dovrebbe provocare indignazione, fastidio, ribellione, soprattutto presso quei cittadini che, invece, sono chiamati a fare i conti con la faccia più ferma ed intransigente della legge. Invece tutto evapora in un “si sa che le cose vanno così”, fatalista e rassegnato. E chi continua ad agitarsi è solo qualcuno che non ha capito nulla della vita.

Da un comunicato stampa di lancio delle prime iniziative della Sicilia all’Expo: «A far da apripista per i 180 giorni di attività, unico partner pubblico italiano di EXPO MILANO 2015, saranno le isole di Sicilia (Pantelleria, Lampedusa, Linosa, Favignana, Levanzo, Marettimo, Ustica, Lipari, Vulcano, Salina, Stromboli, Panarea, Alicudi e Filicudi) che, con una sorta di “james session“, porteranno a Milano prodotti, stili di vita, identità culturali ed attrattive territoriali. Questa modalità intende premiare le peculiarità di ciascun apporto identitario, all’interno di un’armonia condivisa».

Quando si tratta di farci ridere dietro non ci facciamo mancare niente. Ebbene sì, il signor James Session non esiste, non c’è, bisogna farsene una ragione. C’è una tale jam session che, wikipedia alla mano, sarebbe “una riunione (regolare o estemporanea) di musicisti che si ritrovano per una performance musicale senza aver nulla di preordinato, di solito improvvisando su griglie di accordi e temi conosciuti (standard)”. Insomma, siamo allo slang anglo-siculo sui comunicati ufficiali. La superficialità al potere. Ma, anche su questo, nemmeno tanta sorpresa, nemmeno troppa ilarità, perché, in fondo, che vuoi che sia, si sa che da noi funziona così.

Nel frattempo a Bagheria affiorano spontanee e graziose fontanelle sulla superficie delle strade, trasformano il paese in una sorta di installazione di arte contemporanea, arte concettuale, un simbolo, una metafora dal titolo: Facciamo Acqua Da Tutte Le Parti.

Giusi Buttitta

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Domanda: quanto la tipologia di consumo, sia culturale che di intrattenimento, di un Paese ci fornisce la misura dello spessore del Paese stesso? In altre parole: Esiste un legame che rende direttamente proporzionale il livello culturale e il livello etico/morale di una comunità? Nei giorni scorsi, in Italia, leggendo i giornali mi imbatto in tre notizie che si legano tra di loro e fanno sistema, disegnano un ambiente.

Il gruppo “Il Volo” vince a Sanremo, la parodia di due tenori e un baritono che il pubblico gradisce, premia e scambia per arte vera, sono in 14 milioni davanti alla tv; nel primo fine settimana nelle sale il film “50 Sfumature di Grigio” (il momento più alto di sadomasochismo è andarlo a vedere) incassa ben otto milioni di euro, un brutto film tratto da un pessimo libro che a sua volta ha avuto un successo clamoroso; l’Istat fornisce i numeri su quanti sono gli italiani che leggono, nel 2014 il 60% degli italiani non ha letto un solo libro, se ci si limita a guardare la Sicilia la percentuale sale a 71,8.  

Mettete in fila le tre notizie e poi chiedetevi chi è l’elettore che va a votare, capite anche perché vota questa classe politica e comprendete soprattutto perché è così facilmente abbindolabile. Siamo un Paese a maggioranza ignorante. 50 Sfumature di Analfabetismo. Eccessivo come giudizio? Snob come analisi? Vi concedo che i toni sono un po’ provocatori.

Si offenda chi vuole offendersi, ma un dato di fatto è incontestabile, quando la parola passa alla “ggente” i risultati sono catastrofici. L’anno in cui a Sanremo la giuria fu solo ed esclusivamente tecnica, di qualità, vinsero gli Avion Travel (altro spessore, altro livello); invece, quando vota il pubblico da casa trionfa il trash.

Appunto, trash. Trash, trash, trash e ancora trash. Senza possibilità di appello. Trash è un termine, non so se lo avete notato, che è un po’ uscito dal linguaggio comune, è stato messo da parte, deposto, ma non perché il livello di trash si sia nel frattempo abbassato, ma, al contrario, proprio perché regna sovrano e invade un po’ tutto.

È diventato l’habitat naturale. Viviamo nel trash. Chiudo il cerchio, perché un cittadino che vota “Il Volo”, vede “50 Sfumature di Grigio” e non legge nemmeno un libro durante l’anno, poi, non dovrebbe far trionfare il trash anche in politica? Se ti rotoli nel trash, agisci trash. È inevitabile.

E anche i raggi di sole riscaldano poco. Un raggio di sole è Matteo Renzi che dichiara “La Rai è un pezzo dell'identità culturale ed educativa del Paese. E allora non può essere disciplinata da una legge che si chiama Gasparri”, finalmente parole di saggezza, ma parte subito il cortile e Gasparri si indigna, fa l’offeso e replica “Renzi è un vero imbecille”.

Il siparietto è simpatico, è bello quando due persone che non stanno ai vertici della tua personale classifica di gradimento si danno dell’imbecille reciprocamente (vinci sempre, ti fermi, stai lì e osservi compiaciuto), peccato che questi siano, rispettivamente, il nostro Presidente del Consiglio e il nostro Vice Presidente del Senato.

Questi ci governano.

Ora, anche il più antirenziano degli antirenziani non può non ammettere che Renzi ha ragione, e, tra l’altro, la sua affermazione è rivelatrice, ci riaggancia a quello che avevamo detto precedentemente, e mette a nudo una verità: il principale network televisivo (che forma, educa e al quale l’italiano medio(cre) si abbevera, oltre che alla pastoia delle berluscon-tv) è regolato da una legge che porta il nome di Gasparri.

Con tutto il rispetto (è solo un’espressione convenzionale), non Umberto Eco. Poi non stupiamoci delle conseguenze. La cultura ha preso “Il Volo”.

Foto tratta dal profilo facebook dell'ass.regionale all'Agricoltura Nino Caleca 
 


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L’Italia è un Paese a maggioranza bieca. Segue breve dissertazione condotta pescando a caso dentro il calderone delle parole in libertà pronunciate sul caso di Greta e Vanessa.

Greta e Vanessa. Due ragazzine, in fondo; due di quelle che se le abbiamo in casa come figlie o nipoti le chiamiamo ancora bambine, spinte probabilmente da una sorta di ingenuità idealista (e non so se considerarla una colpa o un merito), vanno in Siria a seguito di una sorta di ONG fai da te. Vogliono aiutare chi, secondo loro, soffre; chi, secondo loro, è vessato. Le ragazzine forse sono ingenue e sprovvedute, ma di fronte alla loro voglia di un mondo migliore e alla lobotomia di massa che riguarda molti loro coetanei storditi di noia, alcol e videogiochi, qualche dubbio su chi preferire mi sovviene.

Le ragazzine vengono rapite, rimangono mesi nelle mani dei loro rapitori, questi fanno girare video che le riprendono mentre rilasciano dichiarazioni estorte. Le condizioni delle ragazze appaiono tutt’altro che rassicuranti, sono provate, stanche, in preda alla paura di chi sa di essere in balia. Le ragazze vengono rilasciate. Sospiro di sollievo? Macché! Anche se ufficialmente nessuno ha dichiarato che è stato pagato un riscatto, si scatenano polemiche, invettive, si vomitano parole piene di livore.

C’è cattiveria, assenza di umanità. Di pietà. In sintesi: pur di non pagare si dovevano lasciare in mano ai rapitori. Le ragazze se la sono cercata. La cosa incredibile è che è la politica, come un mostro famelico, ad impossessarsi del caso e a strumentalizzarlo, a cannibalizzarlo. Fanno campagna elettorale. Provano forse a far dimenticare le varie “MafiaCapitale”, le “Trattative”, le “Depenalizzazioni”, le “Casse depredate”. Salvini, per esempio, vuole sapere se e quanto si è pagato. Vuole chiarezza. Guarda un po’, i leghisti, i vecchi alleati di Berlusconi vogliono chiarezza.

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La politica che si indigna di fronte al modo in cui vengono spesi i soldi pubblici (l’ipotetico riscatto), è un poco come vedere uno spacciatore di crack scandalizzato di fronte al contrabbando delle sigarette. Non si tratta di entrare nel merito, di stabilire se le ragazze hanno fatto bene o male, sicuramente – come minimo – saranno state imprudenti, secondo Giuseppe Esposito, vicepresidente del Copasir “Quando si decide di partire per missioni umanitarie è necessario, indispensabile, muoversi nell’ambito di reti in grado di dare il necessario supporto organizzativo e di copertura. Il loro unico errore è che si sono improvvisate operatrici umanitarie”, ma qui si tratta semplicemente di non dimenticare che sulla vita di due ragazzine non si specula. Si riportano a casa, e basta. 

Come si è fatto. E niente moralismi e distinguo se di mestiere fai il politico. Semmai, monitori prima e controlli diversamente questo tipo di iniziative. Invece ci tocca sentire Galeazzo Bignami, capogruppo di Forza Italia alla regione Emilia-Romagna, dire: “Mi auguro che adesso le due tipe si mettano a lavorare gratis fino a quando non ripagheranno all'Italia quanto noi abbiamo dovuto versare, in nome della loro amicizia, ai ribelli siriani”. Se penso prima al numero di scandali, ruberie, contiguità mafiose, intrallazzi in cui è stata coinvolta la politica e poi ci accosto le parole su Greta e Vanessa; non ci posso fare niente, mi viene la nausea. Provo ribrezzo. A proposito di ribrezzo, queste le parole via twitter del Vice Presidente del Senato Gasparri Maurizio: “Vanessa e Greta sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!”. Ovviamente è una bufala, ovviamente Gasparri si difende accampando una scusa idiota “l’ho letto su internet”. Verifica delle fonti? Nessuna. Su internet c’è anche scritto che Elvis è vivo, che una popolazione aliena sta per invaderci e addirittura che Gasparri, prima o dopo, ne dirà una giusta.

Piccolo particolare senza importanza: Maurizio Gasparri,Vice Presidente del Senato. A occhio e croce, solo la quarta carica dello Stato. Quando si dice difendere la dignità delle istituzioni. Nelle parole di Gasparri troviamo i peggiori luoghi comuni, il peggiore sessismo. Le donne, il maschio, il sesso, l’occhiolino, le gomitate di complicità. La migliore dimostrazione di cosa siano: le parole vergognose. La democrazia è un boomerang. I Gasparri sono maggioranza nel Paese. La democrazia è roba da paesi civili.

In un Paese normale dopo queste parole al Maurizio Gasparri di turno gli avrebbero imposto le dimissioni. Lo avrebbero preso per un orecchio e messo alla porta. Non avrebbero dimenticato un calcio nel fondoschiena per accompagnarlo fuori. In un Paese normale Maurizio Gasparri non sarebbe Vice Presidente del Senato. In un Paese normale non raccoglierebbe un solo voto. L’Italia sa come individuare i suoi uomini simbolo. Anche l’assenza di speranza necessita di un volto e di uno sguardo. Quello di Gasparri. 

Giusi Buttitta

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Da un po’ di tempo più di una persona mi chiede, con una frequenza che sfiora la quotidianità, perché in questo spazio non tratto più argomenti legati alla realtà bagherese. La domanda contiene un rimprovero e un invito: torna ad occupartene (qualcuno insinuava simpatie politiche che portavano a omissioni… gente che non sa cosa sia l’onestà intellettuale…). 

Alla domanda, finora, non ho mai risposto, ho fatto spallucce, mi sono rifugiata dietro un fumoso “è capitato così…” chiuso da un sorriso di circostanza. In verità, la risposta ce l’avevo, solo che era troppo d’impatto, avrebbe aperto discussioni infinite che, francamente, mi hanno annoiato. Perché la risposta è politicamente molto scorretta e dura da digerire, anche per me. Già in passato ho manifestato quello che si può etichettare come pessimismo (cosmico) o come spietato realismo (dipende dalla visione delle cose) e continuare a farlo rischia di suonare retorico, ridondante, stucchevole.

Lo faccio per l’ultima volta, tranne eclatanti accadimenti. La risposta alla domanda “Perché non scrivi più di Bagheria?” è “Perché, alle condizioni attuali, Bagheria è un posto senza speranza”. Punto. Il comune è in bancarotta, la spazzatura ci sommerge, la distribuzione idrica (questa è una new entry) fa acqua, anzi, non la fa (ci scherziamo sopra…), i tetti delle scuole cominciano a sbriciolarsi sulle teste dei bambini (lo fanno quasi con pietà, qualche calcinaccio per avvertire e metterli in salvo; e questa è una metafora perfetta: un edificio scolastico che viene da un lontano passato minaccia di crollare sulle teste delle giovani generazioni; le colpe dei padri come un fucile puntato contro la testa dei figli), addirittura alle persone indigenti che si recano alla Caritas viene rubata l’auto (e anche questo episodio ha una sua valenza simbolica non certo trascurabile: la vecchia lotta tra poveri ha sempre una sua attualità…).

E ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ci sono problemi atavici, c’è degrado incancrenito, c’è il massacro del “bello” figlio dell’incuria e, come se non bastasse, ci sono tutti i problemi della Sicilia, dell’Italia. Poi che c’è? C’è la politica. Appunto. Riduciamo la questione a un concetto espresso in estrema sintesi: la politica che ha governato questa comunità ha fallito. 

La logica dell’alternanza, non più alternabile, quasi per disperazione, ha avuto un suo sbocco nella squadra dell’attuale sindaco, come se si fosse detto alla vecchia politica: “Ora Basta! Mettiti da parte che ci governiamo da soli”. Sono giovani, forse ingenui, sicuramente speranzosi (già, la speranza). Risultato? Siamo sinceri, rispetto alla rivoluzione che ci aspettavamo possiamo dire che la montagna ha partorito il topolino e, forse, nemmeno quello. E lo dico con rispetto e quasi con l’affetto che la generazione dei fratelli maggiori prova verso quella dei fratelli minori, perché tutto si può dire alla squadra di Patrizio Cinque, tranne che non ci abbiano e non ci stiano provando. Ci hanno messo la faccia e il cuore, non era facile, anzi era difficilissimo. Forse, impossibile. Di fatto, nella percezione generale, poco è cambiato.

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Probabilmente, ha fatto pure comodo a una vecchia politica aver trovato qualcuno che in un momento così difficile gestisse le patate bollenti, a cominciare dalla questione dei precari. Ma, in ogni caso, per certi aspetti, a questo punto, è anche inutile attribuire responsabilità, per un attimo mettiamole da parte. Guardiamo avanti (e indietro). Che Bagheria sia incapace di esprimere una classe dirigente in grado di amministrarla mi sembra evidente (lo dice la storia e lo dice la cronaca), aggiungiamoci a questo l’assenza (quasi assoluta) di un’identità economica (dagli agrumi, passando dall’edilizia, per arrivare sino al nulla – di cosa vive Bagheria??? Il terziario autoreferenziale non lo chiamerei “economia”), e la povertà di risorse di un comune tecnicamente fallito.

In sintesi, manca: 1) Qualcuno capace di amministrare la comunità; 2) La capacità del territorio di produrre reddito; 3) Le risorse per ogni tipo di progetto di rilancio.

Di fronte a questo scenario, certo, si può sempre provare a sperare, nessuno lo proibisce, ma è chiaro che se le condizioni rimangono queste non se ne esce. Da bambini, alle elementari, i cinquantenni di oggi vergavano temini sulla fame nel mondo. Dopo cinquant’anni in Africa si continua a morire di fame.

Il tempo non guarisce le ferite; l’azione sì (ma deve essere chiaro CHI la conduce, DOVE si va, e COME si porta avanti). Qui, premesso che è assolutamente necessario individuare il medico, bisogna capire se Bagheria è un malato grave (ma che ha ancora la chance di una cura possibile) o Bagheria è un malato terminale, incurabile.

Nel secondo caso, la speranza è solo una forma di umana pietà. Serve il miracolo e in questi casi quelli che si aggrappano al miracolo sono le persone che più amano il malato. Quelli che non si vogliono arrendere all’evidenza. Ma, il più delle volte, non serve a nulla.

Giusi Buttitta

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Intanto, scusate il ritardo. Questo pezzo, in verità, era pronto per essere partorito almeno una settimana fa. Questioni dipendenti, totalmente, dalla mia volontà e da un’altra serie di cose lo hanno impedito. Ma non è un problema, perché l’avevo conservato in memoria. Dovevo solo mettere nero su bianco. È una riflessione matrioska o, se volete, una riflessione flipper, che si sofferma su tre questioni di per sé totalmente slegate. Partiamo.

24 Gennaio 2015, inaugurazione Anno Giudiziario, parla la magistratura e disegna un quadro del nostro Paese e della classa politica che lo amministra a dir poco agghiacciante (Spero che il ct della nazionale di calcio Antonio Conte non sporga denunzia per violazione del copyright). Con sfaccettature e sottolineature diverse, un unico filo lega le parole pronunziate dai magistrati. È un atto d’accusa, da Torino a Palermo, da Roma a Napoli o a Genova. Mi limito a riportare due interventi. A Roma parla il presidente della Corte d'Appello Antonio Marini: “Con Mafia Capitale è emerso un sistema di complicità tra politica e criminalità, ampiamente strutturato, capillare e invasivo.” Politica & Criminalità, un sistema strutturato, capillare, invasivo. Relazione spietata. Come commenta la politica chiamata in causa? Col silenzio.

Glissa, archivia, fa finta di niente. Come se la cosa non la riguardasse. Come fece il giorno del secondo insediamento di Napolitano quando mentre il presidente accusava, per esempio, per “l’imperdonabile nulla di fatto sulla riforma elettorale” la politica lo applaudiva annuendo; regalandoci uno dei momenti più folli, patetici e imbarazzanti di rimozione collettiva di responsabilità che si siano mai visti. Ancora più preoccupanti, per certi aspetti, le parole di Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello di Milano “La presenza mafiosa al Nord deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione”. “Interazione” e “Occupazione”. La politica che dice: “Niente”. Corruzione, criminalità, questione morale non sono in agenda. 

In agenda ci sono le parole della ministra delle Riforme Maria Elena Boschi sull’articolo 19 bis del decreto attuativo della delega fiscale, ovvero il cosiddetto “salva-Berlusconi“ “Non è una norma pensata per salvare l’ex Cavaliere, ma riguarda 60 milioni di italiani”. Più o meno quello che dicevano i ministri di Berlusconi quando al governo c’era lui (e tutti l’accusavamo per le leggi ad personam). Peccato che la Boschi sia del PD. Ma, comunque, considerando che ormai, in Italia, centrodestra e centrosinistra si differenziano per cinquanta sfumature di nulla, nemmeno le parole di Miss Boschi mi sorprendono.

Torniamo a questioni più serie, ricostruendo un mappa superficiale quanto efficace della criminalità, questa comanda al Sud (si sapeva), al Nord (Canzio docet) e al Centro (Marini, arridocet). Mi sembra che il territorio sia efficacemente coperto. Forse c’è una politica in Italia che pensa che la criminalità non rallenti lo sviluppo, semmai, lo stimola e lo incoraggia. In cambio, lo controlla. Stando alle parole dei magistrati la politica con la criminalità fa sistema, non si tratta di occasionali, sporadici e circoscritti rapporti ma di “&” commerciale. Stando sempre alle parole dei magistrati, sembra esista una zona grigia dove colletti bianchi delle grandi organizzazioni criminali e rappresentanti della politica si incontrano e spartiscono.

Sempre che la politica che si siede a questo tavolo lo faccia con pari dignità e non con ruoli subordinati.

A quel punto il politico sarebbe solo strumento d’infiltrazione, un rappresentante (non del popolo) nelle istituzioni. La magistratura, dati alla mano, parla di una rappresentazione della popolazione carceraria simile a quella del 1860, composta largamente dai ceti bassi, di contro, di fronte al dilagare di corruzione ed evasione, il numero di persone in carcere per reati di questo tipo è bassissimo. Insomma, nella rete finiscono solo i pesci piccolissimi.

Di fronte a questa stagnazione che si consolida facendosi sempre più inscalfibile, stagnazione che richiederebbe discontinuità, svolta; la politica che fa: elegge presidente della repubblica Sergio Mattarella. Fatta salva la storia personale dell’uomo, inappuntabile; mi chiedo se un vecchio democristiano sia il simbolo migliore per rappresentare questa Italia che a parole vuole cambiare.

Un passo nel passato per guardare al futuro. Mah. Ci serviva un uomo che già dalle prime mosse sembra muoversi nel solco ecumenico di Napolitano (vedi invito a Berlusconi - fino a prova contraria, un pregiudicato - per la cerimonia d’insediamento) o di un Bergoglio formato Quirinale? La sobrietà che sicuramente Mattarella non farà mancare è quello che ci vuole per scacciare via i maiali dalla mangiatoia o serviva qualcuno dai modi un po’ più spicci?

La politica - e andiamo al terzo anello (Anno Giudiziario, Presidente della Repubblica, Renzi & Berlusconi) di questo ragionamento fatto di rimandi - si arrocca. Fa muro. Ci sono le prove. Queste. Conversazione Berlusconi-Renzi. In teoria, leader contrapposti. L’episodio riportato dai giornali. Cerimonia di insediamento del nuovo presidente della Repubblica, stretta di mano tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Renzi presenta a Berlusconi il ministro Pier Carlo Padoan e il leader di Forza Italia scherza: «Speriamo non sia birichino come te»; replica Renzi: «Il fatto è che io sono meno birichino di te».

Poco dopo il premier incrocia Gianni Letta e gli racconta l’episodio: «Nella classifica dei birichini c’è prima Padoan, poi Berlusconi e poi io». Ci si scontra a colpi di birichino tra fronti contrapposti. E questi dovrebbero guidare il cambiamento? Questi fanno muro. Sono una classe che si riconosce trasversalmente. Sono altro. Sono birichini.

Giusi Buttitta

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De profundis – 31 Dicembre, discorso del Presidente della Repubblica alla nazione. L’ascolto e mi chiedo se questo invito da parte di Napolitano a un ulteriore e definitivo colpo di reni non sarà, in realtà, ricordato come la pietra tombale, il sigillo definitivo su un futuro che non ci può essere. Se questo spronare al cambiamento non sia uno solo uno sterile esercizio sostanzialmente velleitario. L’augurio di pronta ripresa a un malato terminale. Non si tratta di essere pessimisti, ma di analizzare pragmaticamente frasi, parole, presupposti e cercare di capire quanto possano trovare realmente una loro concretizzazione.

Entriamo nel dettaglio. Riferendosi alla necessità di contrastare quelle che Napolitano definisce “gravi patologie”, così parla il Presidente “A cominciare da quella della criminalità organizzata e dell'economia criminale; e da quella di una corruzione capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto”.

Far piazza pulita di criminalità organizzata, economia criminale, corruzione, sodali e complici in alto. Questo sarebbe il primo presupposto per il cambiamento, secondo Napolitano. Ma, obiettivamente, chi realmente pensa che in uno scontro tra forze sane e quest’intreccio di forze criminali e istituzioni, le prime, le forze sane, abbiano una sola possibilità di farcela? Basta analizzare i trend storici, sono cinquant’anni che ne parliamo e nel frattempo il livello di infiltrazione criminale nelle istituzioni è diminuita o è aumentata? E per quale motivo bisogna credere che ce la possa fare un Paese dagli anticorpi ancora più indeboliti rispetto al passato? C’è un clima da fine impero, dove chi può stacca un quadro dalla parete e se lo porta a casa; sono arrivati, e da tempo, i barbari.

In un altro passaggio del suo discorso Napolitano, involontariamente, sembra supportare la tesi della permeabilità (tragica): “gli inquirenti romani stanno appunto svelando una rete di rapporti tra "mondo di sotto" e "mondo di sopra"”. Ma siamo ancora certi che si possa procedere a questa distinzione, che il “mondo di sopra” non sia altro che la più banale espressione “del mondo di sotto”? La cronaca sembra dire questo, è ovvio che questo non riguarda la totalità dei casi, ma una realtà che oggi appare maggioritaria. È sui numeri che occorre ragionare, altrimenti ci si infila in discorsi sterili.

Non tutto il mondo è così, d’accordo; ma in quale percentuale è così? Se dicessimo, per esempio, il 70% saremmo prudenti o esagerati? Supponiamo di esagerare, vogliamo tenerci su un 51% di “Italia Malata”? In ogni caso, troppa. Perché, la sensazione, è che il “mondo di sotto” stia sopra al “mondo di sopra” e che domini tutto. Napolitano continua “Sì, dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società. E bisogna farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna. Solo riacquisendo intangibili valori morali la politica potrà riguadagnare e vedere riconosciuta la sua funzione decisiva. Valori morali, valori di cultura e di solidarietà.”. Quindi, dovremmo bonificare. Società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna.

Tutti insieme. E allora, la società civile è la stessa che ha trasformato l’evasione fiscale in una piaga, è la stessa che ha costruito abusivamente, che assume lavoratori in nero, che non chiede la fattura così risparmia l’IVA, che ha inquinato tutto ciò che si poteva inquinare, che non esita a usare la criminalità per smaltire i rifiuti tossici, che necessità di essere controllata con misure di polizia per far sì che rispetti il bene pubblico, che non si è posta nessun problema a votare per decenni dei criminali, ed era chiaro che lo fossero, per piccoli ritorni di bottega. Questa è la società civile, non tutta, si dirà. Non tutta. Su Stato (leggasi istituzioni) e forze politiche, non ci mettiamo nemmeno a sgranare rosari. Queste tre forze, unite, dovrebbero procedere alla bonifica. Lasciatemi la libertà di rimanere perplessa. Napolitano chiude il passo del suo discorso con “Non lasciamo occupare lo spazio dell'attenzione pubblica solo a italiani indegni”.

E qui arriviamo al nocciolo, la distinzione manichea, gli italiani degni da distinguere dagli italiani indegni. E se contandoci scoprissimo che c’è una minoranza degna ostaggio di una maggioranza indegna? Ma poi siamo così convinti che questa linea di demarcazione sia così facile da tracciare? Perché Napolitano nel corso dei suoi quasi dieci anni di presidenza non ha messo alla gogna la politica indegna che ci ha governato? E dire che di politica indegna ce ne è stata tanta. In nome di un’unità? Quale unità, l’unità degli italiani indegni con gli italiani degni? No, grazie. Di quello che è accaduto e sta accadendo in Italia, per quanto noi possiamo esserci assuefatti, quando qualcuno, tra qualche anno, proverà a fornirne un’analisi storica, non potrà che rimanere sbalordito. Si chiederà: come è stato possibile? Per usare le parole del Presidente “il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società” non può che dare frutti marci e corrodere e far marcire ogni cosa; è come un cancro, ha invaso l’organismo e gli esercizi di ottimismo, gli inviti alla buona volontà, gli appelli, non servono a nulla. È andata così, a chi si sente sconfitto non gli rimane che la fuga.

P.S.: A proposito di speranza, un piccolo fatto emblematico. Sulla Palermo Agrigento un ponte inaugurato alla vigilia di Natale è crollato a Capodanno. Serve altro?

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Giusi Buttitta
 

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