Senza Zucchero

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SI  CAMBIA – A partire da questa settimana questa rubrica cambierà pelle. Tratterà un solo tema alla volta, non avrà più una cadenza settimanale, ma una cadenza anarchica (se vi interessa quello che scrivo sarete costretti a verificare quotidianamente la presenza di nuovi contributi) e si trasformerà in una sorta di blog (accanto all’articolo trovate sempre l’elenco dei numeri/interventi precedenti) dove ognuno di voi (come già fate) potrà esprimere la propria opinione.

RAPPORTI  DI  FORZA – Art. 18, Jobs Act, Riforma del Lavoro. Questo è il dibattito. Ci vogliono convincere che il rilancio occupazionale passa da un ridimensionamento dei diritti dei lavoratori. In questi anni questi diritti sono stati erosi, è dagli anni novanta che in nome della flessibilità che doveva garantire l’occupazione il mondo del lavoro è stato via via popolato da figure prima flessibili, poi ci si è accorti: precarie (sino alle assunzioni di e per un giorno), ma i tassi di disoccupazione invece di scendere sono saliti e continuano a ripeterci da più parti che la flessibilità non è ancora sufficiente. Per questo non scendono. I fatti, perché i fatti sono fatti, dimostrano che questa disponibilità del lavoratore ad essere flessibile, a piegarsi all’inverosimile pur di non spezzarsi, non ha portato miglioramenti, allora a che e a chi serve? A chi è chiaro. 

Per parlare di flessibilità del lavoro, deregulation, e amenità varie, voglio partire da un articolo che trovate sul sito de L’Espresso Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa - Il nuovo orrore delle schiave rumene”. L’articolo si occupa di una realtà taciuta. Donne abusate, ragazze di vent’anni in mano a padroni senza scrupoli, mariti e padri che vedono, non vedono, si girano dall’altra parte. Per bisogno. Un tetto, un alloggio (disumano), del cibo, l’acqua, la protezione dei figli (bambini) potenziali oggetti di ritorsione. Si può osservare che questo poco ha a che fare con il tema del mercato del lavoro, invece ha molto a che fare, perché la realtà estrema che ci presenta quest’articolo ci parla di una cosa che accomuna ogni rapporto lavorativo: il Rapporto di Forza. In assenza di regole e presenza estrema di bisogno, quando tutto è affidato al rapporto di forza delle parti l’abuso è la conseguenza naturale.

Ampliare i presupposti di licenziabilità, senza ammortizzatori sociali che garantiscano il lavoratore o la lavoratrice nel periodo di mancanza di lavoro significa puntare a questa moltitudine di persone una pistola alla tempia. E con una mano ti puntano la pistola e con l’altra non sai mai cosa possono fare. È un discorso vecchio come il mondo, soltanto che il mondo sino a qualche anno fa ce l’eravamo immaginato come un’entità che compiva solo passi in avanti e non indietro. Una saggezza popolare vigliacca, vile, portata a chinare il capo, incline all’umiliazione amava dire (nelle varie declinazioni dialettali): “Sopporta, figlio mio. Il bisogno è tuo.”. A grandi passi si sta tornando a considerazioni e contesti analoghi.

Chi ti dà lavoro ti dà la vita, (ovvero tradotto nel nostro dialetto 'cu ti runa u pani t'è patruni'), di conseguenza qualcuno si sente padrone di una porzione consistente di questa. La tua vita. E sono storie di arroganza, sono storie di sopraffazione, sono storie di lavoro nero, sono storie di straordinari non pagati. Sono storie di rapporti sottopagati. A volte, sono storie di sadiche angherie. È una questione di rapporti di forza, se la legge depotenzia le regole è il mercato a stabilire i termini dei rapporti e in un mercato dove il lavoro è merce rara a favore di chi va questo sbilanciamento mi sembra abbastanza chiaro. Più le regole allargano le maglie, più il rapporto di forza si insinua. Ma i padroni delle serre del ragusano che abusano delle ragazze rumene (tornando all’articolo de L’Espresso), secondo voi chi sono?

Hanno mogli, figli, figlie, nipoti, vanno alle comunioni, ai matrimoni, stringono mani, sorridono educatamente, fanno passare prima le signore, celebrano il Natale, salutano accennando un inchino, guardano Sanremo in televisione, s’indignano, dicono “che schifo”, piangono i loro lutti, i loro dolori. Fanno questo, non sono bestie, non sono diversi. Lo diventano. Quando il rapporto di forza ti mette su un piatto d’argento un essere umano, l’uomo (brutta bestia) non sa astenersi dall’esercitare il suo delirio di onnipotenza.

Attenti a questo piano inclinato che porta a dire “meglio questo che niente”, non sai mai dove ti porta, a quale livello di bassezza, a quale umiliazione. Si cominci invece a stabilire il limite oltre al quale non si può andare: un tetto, tre pasti al giorno, istruzione e sanità garantita, diritto alla propria vita per ogni essere umano. Si ritorna alla vecchia questione della redistribuzione, non della ricchezza, ma dei diritti, si faccia del lavoro una risorsa da redistribuire. Lo sbilanciamento tra chi un lavoro ce l’ha e chi no fa il gioco dei padroni del vapore. Ma si ricordino tutti (chi lo è e chi non lo è), che padroni del vapore non lo sono per diritto naturale.

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Giusi Buttitta
 

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LA  BARRICATA– Entriamo subito a gamba tesa, senza fronzoli e premesse, sull’argomento su cui si stanno dividendo i bagheresi (e questo è un merito; quantomeno, ogni tanto, segue dibattito…). Allora, con la diplomazia che l’argomento merita, dico che, a primo acchito, l’idea di riaprire al transito automobilistico il Corso potrebbe essere una boiata pazzesca. La butto lì, parafrasando Paolo Villaggio ne Il Secondo Tragico Fantozzi. All’affermazione di Fantozzi seguirono 92 minuti di applausi da parte dei colleghi. Sono certa che tutti i cittadini contrari alla riapertura, leggendo questa frase, non dico stiano applaudendo, ma annuendo in segno di condivisione, sì. Però, non è così semplice, perché se ci spostiamo e ci collochiamo su un altro punto di osservazione, forse, non è proprio una boiata, potrebbe essere la cosa giusta, la più funzionale, la più logica, perché all’interno di questa questione di ordine prettamente pratico, si contrappongono due visioni delle cose: la Bagheria ideale e la Bagheria reale. 

Se, e sottolineo se, Bagheria fosse un posto con una forte e naturale inclinazione alla civiltà, allora le cose andrebbero così: si trasformerebbe Corso Umberto nel salotto buono della cittadina, lo si abbellirebbe, spunterebbero le piante, le fioriere, sparirebbero quei discutibili arredi (tavolini, sedie) di plastica (bianco ospedale o verde angoscia, colori che esposti al sole e alla polvere assumono quella tipica tonalità detta “degrado imperante”) dei bar, sarebbero sostituiti da arredi in ferro battuto, smaltati in colori allegria, nascerebbero angoli con panchine dalle linee aggraziate, aree di sosta lungo il percorso, pub dove la sera si ascolterebbe musica dal vivo, poi ci sarebbero ordinanze comunali che obbligherebbero i proprietari dei locali commerciali sfitti a mantenere un decoro e non a mostrare al mondo un senso di abbandono, di vuoto, di assenza di vita (quell’aria di smobilitazione, fatta di cartellonistica strappata ancora attaccata ai vetri, nastri adesivi penzolanti, polvere, cartacce). 

Coprire, per favore (attività chiuse da anni; non si comprende per quale motivo l’attività non esiste più e la cittadinanza deve essere obbligata a gettare uno sguardo sui resti della tua smobilitazione). Vado avanti, se a Bagheria la civiltà avesse cittadinanza (anche onoraria), allora, i locali comunali del salotto buono sarebbero affidati ad associazioni culturali, ad associazioni giovanili, che avrebbero il compito di fare da supporto ai visitatori, e poi sorgerebbero lungo il Corso almeno due gazebo architettonicamente integrati dove all’interno le stesse associazioni prima citate promuoverebbero le bellezze che ci circondano (nella Bagheria ideale, anche quello che ci circonda sarebbe curato).

E non solo, se il demone della civiltà si impossessasse di noi, l’amministrazione si preoccuperebbe di varare un programma di manifestazioni (e non solo sagre dello sfincione) culturali, musicali, cinematografiche. Portiamo la musica classica dentro le ville. Per esempio, immaginate una manifestazione di questo tipo d’estate, e poi pensate ad un’amministrazione che concede agevolazioni fiscali a chi apre una libreria lungo il Corso, o un ristorantino slow food che promuove i prodotti del territorio. E poi il cinema, la letteratura, la fotografia, la pittura. Bagheria ha la fortuna di avere tanti personaggi di spicco le cui radici affondano in questo territorio, Tornatore, Scianna, Maraini, Guttuso (solo per citare i personaggi simbolo, ma sotto, in ogni ambito, c’è ancora ricchezza da armonizzare per farne discorso progettuale, proposta culturale), nascerebbero piccoli festival; ci sono paesi in Italia, amministrazioni da cinquemila cittadini, che riescono ad organizzare festival cinematografici, portano i personaggi noti, giocano a fare i glamour e ci riescono, fanno accendere i riflettori. Da noi sembra impensabile. Occorrerebbe continuità, cura, attenzione, idee, promozione del territorio. Bisognerebbe fare di Bagheria un posto bello (valorizzandolo) e per farlo potrebbe essere importante trasformare Corso Umberto nel suo cuore pulsante. L’idea è far arrivare gente da fuori per farci conoscere e il tipo di persone che ti porti a casa dipende dall’immagine che offri.

Tutte le carte che avevamo le abbiamo strappate e gettate al vento (quante cittadine possono vantare un Baarìa girato da un premio Oscar nativo della stessa cittadina?). Il Corso chiuso è uno spartiacque, che ha senso mantenere ad una condizione, che lo si valorizzi. Oggi è un posto spesso lurido, triste, dove pesa un senso di abbandono. Poi, c’è la Bagheria reale. Quelli del “se, vabbé… ma, finiscila… le fioriere…”. E non avrebbero torto, perché quelli ti prefigurano scenari con fioriere rovesciate, panchine divelte, sporcizia dappertutto, quasi sicuramente hanno ragione. A Bagheria, il salotto buono non sa da fare perché lo distruggerebbero in 48 ore, questo ti dicono i realisti. Il problema è l’approccio al problema. Il Corso non è, né dovrebbe diventare, un abbozzo di centro commerciale. Semmai, è proprio il contrario, se il Corso diventa un posto gradevole, vivibile, dove è piacevole stare, arriverà la gente e se arriva la gente ci saranno imprenditori che avranno tutto l’interesse ad avviare attività commerciali, magari di stampo diverso di quelle che ci sono attualmente. Perché intorno alla questione del Corso si decide dove Bagheria vuole andare. Alto profilo o il lento degrado della periferia? Perché se la Bagheria ideale non è realizzabile, un sano senso di realismo mi porta a dire, riapriamolo pure il Corso, facciamoci passare le auto, anche la domenica, basta chiusure, anzi, vi dirò di più, demoliamo i marciapiedi che hanno ristretto la carreggiata, non hanno più senso.

Chi sostiene che oggi il Corso è un posto angosciante, ha ragione. È sporco, è triste, è svuotato, è un suk di cianfrusaglie, il trionfo del low-cost, non c’è eleganza, non c’è gradevolezza, un’atmosfera volgarotta e dozzinale regna sovrana. Che senso ha tenere il traffico chiuso per garantire questo spazio disperato? Un senso, in verità, lo avrebbe, farebbe da promemoria e da specchio tra quello che potevamo essere e non siamo riusciti a realizzare. Quindi, volendo essere pratici, questo Corso chiuso, in queste condizioni, a chi giova? Ora siamo ad un bivio, o si fa un enorme salto di qualità o ci si arrende, consci che un’anima vandalica e autodistruttiva che soffia sul nostro vivere come uno scirocco malefico potrebbe rovesciare sin da subito ogni costruzione portata avanti con le migliori intenzioni.

Sicuramente, da Patrizio Cinque, mi sarei aspettata una visione un po’ più alta, considerando le premesse e le parole, mi attendevo una “rivoluzione culturale” e non i piccoli, e di retroguardia, adattamenti per tutelare presunti interessi di bottega (tesi che nessun dato statistico di causa-effetto le supporti, ma solo un’empirica evidenza). Non è di questi provvedimenti democristiani che Bagheria ha bisogno. Questa è transizione, pezza su pezza. Bagheria ha bisogno di un aut-aut o dentro o fuori. Niente stalli. Un Corso aperto, anche per un tempo parziale, significa che del Corso non se ne vuole fare nulla di meglio di quello che già è, allora lo sia apra completamente, sempre, anche perché i marciapiedi ora sono abbastanza ampi da permettere il transito dei pedoni. Se la prospettiva è un luogo degradato aperto a fasce orarie, è meglio farci passare sopra una fila di auto e non se ne parli più. In sintesi, così com’è il Corso è una pena, quindi, o si ha la forza e la capacità di farne qualcosa di meglio (e non sembra ci siano i presupposti), oppure eliminiamo come spazio mentale, come luogo di aggregazione e avvolgiamolo in una nuvola di gas di scarico. Quanto meno, decongestioniamo un po’ il traffico. Il Corso chiuso, per certi aspetti, è un costo da pagare, ma se è questo quello che se ne riceve in cambio, allora non ne vale la pena.

IL  PESO  DEI  SIMBOLI – A Bagheria c’è un monumento che è un inno al fallimento, al vorrei ma non posso (un po’ quello che è successo con Monte Catalfano), all’incapacità di trasformare un progetto in realizzazione. Un inno all’aborto. Mi riferisco a quella (oggettivamente orrenda) fontana circolare che, all’altezza di Piazza Palagonia, si frappone tra il Bar Don Gino e il distributore di carburante. Se qualcuno ne spiegasse la presenza la popolazione ringrazierebbe, perché messa lì, in discontinuità con la passeggiata del Corso, non ha nessun senso; ma la vera aggravante è che la fontana bagherese non ha mai zampillato (almeno, io non ne sono mai stata testimone) un solo getto d’acqua. La Fontana Arida (nuovo nome di battesimo) con i suoi otto dispositivi centrali intristiti nell’attesa di schizzare e con tutti gli altri (più piccoli) dispositivi disposti a cerchio come damigelle rinsecchite durante un ballo di zombies, si è trasformata in un grande contenitore dentro il quale far confluire schifezze indifferenziate. Aridità di fatto e aridità di idee. Considerando che oggi Bagheria è amministrata da un movimento che ha mosso i suoi primi passi dal Vaffa Day, sarei tentata di lanciare un Vaffa a questa Bagheria incapace di cambiare. È curioso come i cerchi, prima o poi, si chiudano.

AVVERTENZA – Non so se, quando e in quale forma tornerò ad occuparmi di questa rubrica (devo pensarci). Mi rendo conto che, al di là della questione di turno, ci si va ad arenare sempre sulle stesse constatazioni intrise di una rassegnata immutabilità. Di fronte a questo scenario, questa rubrica rischia di trasformarsi in uno stucchevole, e un po’ inutile, esercizio di ripetitività.

La frase – “Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile.” (Dal film: A BEAUTIFUL MIND)

Giusi Buttitta

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Una ragione di più – 'Sai, c'è una ragione di più per dirti che vado via; vado e porto anche con me la tua malinconia'. C’è una ragione di più per andare via: la paura. Le parole le ho prese a prestito dalla Vanoni, scritte da Reitano e Califano (quando si dice il diavolo e l’acquasanta). Ogni momento merita una sua colonna sonora. Ci siamo lasciati a fine luglio, dandoci un arrivederci a settembre e ora rieccomi qui. Non puntuale, sono in ritardo, la rubrica doveva ripartire la settimana scorsa, ma non c’è l’ho fatta, agosto mi ha lasciato un senso di nausea, di angoscia, di disgusto, nulla che scopro all’improvviso, ma la sensazione forte è che oggi sia costantemente meglio di domani. Dicevamo, La Paura. Andiamo di ritagli, titoli e sottotitoli, frammenti di cronaca, commenti, schegge di fatti. Cruenti, violenti, terrorizzanti. “Palermo. Raid notturni in via Sciuti e via Aquileia, tre negozi assaltati in mezz'ora… mazzate alle vetrine, un'occhiata alla cassa, la fuga quasi a mani vuote…” Si suppone: “…intimidazioni per aprire la strada a future richieste di pizzo”.

Palermo, zona Viale Lazio: “Anziano garagista picchiato con la pistola per un bottino di 15 euro… armati e coi volti coperti da un casco… Alla reazione dell'uomo, i malviventi hanno risposto colpendolo con l'impugnatura dell'arma. Per lui tanta paura ed un trauma cranico”. Palermo: “Rapina in Via Ausonia… Assalita una tabaccheria… due banditi hanno messo a segno una rapina violenta, stringendo in mano un fucile a canne mozze…” Palermo: “Un corteo contro il Far West della stazione… «Stop agli scippi - la sicurezza è progresso». È lo slogan scritto su uno striscione che ha accompagnato il corteo, organizzato dalla prima circoscrizione, contro la criminalità nel centro storico… alla stazione centrale si sono svolte rapine e aggressioni a ripetizione. In tre ore sono state picchiate e derubate due turiste francesi, una cinese ha subito uno scippo e un immigrato dello Sri Lanka è stato aggredito…”. Partinico: “Uomo picchiato selvaggiamente e rapinato: notte da incubo… In due hanno cercato di entrare in casa con una scusa… Il malcapitato è ricoverato all’ospedale del paese…”. Castelbuono: “Nella notte i malviventi hanno sfondato la vetrina di una tabaccheria a Castelbuono e sono scappati con una Mercedes rubata...”. Bagheria:Rapinata farmacia…”.

E questa è solo una raccolta alla rinfusa di frammenti di terrore, non esaustiva, non definitiva. Si potrebbe continuare con altre aggressioni, con altri, furti, con altre rapine, con altri turisti aggrediti e malmenati, con appartamenti svaligiati, con ragazzi derubati (dammi i soldi e il telefonino). Tutto questo non riguarda un tempo dilatato e lunghissimo, ma solo gli ultimi trenta, trentacinque giorni. Una porzione d’estate. Tra questi pericoli si vive. Anzi, tra questi pericoli si sopravvive, ci si nasconde, ci si tappa in casa, si hanno gli incubi, si attraversa - stando sul chi va là - una strada deserta. Tra questa assenza di sicurezza si affretta il passo che ci separa dall’auto, si stringe il manico di una borsa, si ascolta con inquietudine un passo che casualmente ti incalza. In questo clima scatti in avanti come un meccanismo a molla se un motorino che va per la sua strada si incunea tra un’auto e l’altra sfiorandoti. Si chiama qualità della vita, il senso di sicurezza ne fa parte integrante e assieme a tutte le altre assenze rappresenta quella ragione di più per la quale ci viene voglia di andare via. A volte mi chiedo se non stiamo cadendo nell’errore di considerare ancora guaribile quello che, invece, è un malato terminale.

Parassitismi – Segue provocazione. È un’avvertenza. E se tutta questa criminalità diffusa non fosse altro che la punta cruenta di un iceberg che riguarda tutti? Se la spiegazione non albergasse in quel mix letale di ignavia, apatia, abulia, accidia, pigrizia, indolenza, inerzia, torpore, indifferenza, passività, poltroneria, mescolato a dosi variabili di qualcosa che viaggia tra la scaltrezza e la furberia che ammorba le menti e le energie della gente del sud, in generale, di quella siciliana, in particolare e che dalle nostre parti riesce a trovare una delle sue espressioni migliori? C’è un filo conduttore che lega (tenetevi forte) la grande criminalità che non riesce a rinunciare al pizzo anche di fronte a esercenti disperati non in grado di far confluire nelle casse delle organizzazioni criminali che pochi spiccioli, la micro criminalità che scippa la vecchietta o il turista, il funzionario pubblico o il politico che arraffa tangenti, sino a scendere in questa piramide dell’inazione sino ad arrivare trasversalmente a un po’ tutta la fascia della popolazione che proclama solennemente che nulla si può fare pur di non fare niente?

Quanto costa l’azione, quanto costa smuovere le acque, quanto costa mettersi in discussione? E quanto è comoda una nicchia, quanto è bello un riparo, quanto è facile la rassegnazione, quanta è breve la via verso la sopraffazione? Alla fine, sono le spalle di un qualcuno, uno qualsiasi, quelle che sono le più ricercate, per aggrapparsi con violenza, con pietà, col carico del senso di colpa, col ricatto dell’amore, con la minaccia di un coltello puntato alla gola, con la vigliaccheria di chi ti minaccia gli affetti più cari e prospettandoti questo scenario ti chiede porzioni della tua vita. Il nostro popolo ha dimostrato, sono i fatti a parlare, che tra il reddito (lavoro) e la rendita (parassitismo) si è sempre scelto la seconda. A Bagheria qualche decennio fa esisteva un’economia agrumaria (il reddito) spazzata via dalla prospettiva miope di una rendita (i contributi comunitari). Si cerca un posto all’ombra o un posto al sole, in funzione delle stagioni.

La domanda è: in questo clima depresso, così carico di angustie, dov’è l’energia? La rabbia? Quanto sono diffusi i casi di parassitismo rassegnato e stanco? Il punto massimo di indignazione che riusciamo ad esprimere si concretizza in una voglia di delegare a qualcun altro. Abbiamo le idee chiarissime su quello che gli altri devono fare e in questa assegnazione di ruoli chi li distribuisce spesso è proprio quello che rimane senza parte. Ci si adatta. La spazzatura ci sommerge? La si scansa. Ci svaligiano l’appartamento? Ci si tappa in casa. Il lavoro non c’è? C’è la pensione della zia ottantenne. Dovrei andare a lavorare? Scippo la vecchietta, questo sì, è un lavoro facile, facile. Piccoli e grandi parassiti crescono. Onore a quei grandi criminali che animavano i film americani degli anni cinquanta, che svaligiavano banche scavando tunnel infiniti, rischiando, immaginando, sognando crimine. Disonore al pallido funzionario pubblico che incassa mazzette al bar sotto casa, che infila buste giallo ocra piegate in due dentro tasche grigie come la loro anima. Onore ai nostri nonni che si imbarcarono verso l’ignoto una mattina fredda di febbraio guardando con nostalgia il porto di Palermo che si faceva sempre più piccolo e sempre più lontano. Disonore a tutti quei giovani e meno giovani che invece di fare lo sforzo di guardare in faccia la realtà, girano la testa dall’altra parte e si adattano in un angolo che si fa, progressivamente, sempre meno comodo.

Onore ai volontari che puliscono le spiagge, disonore a chi stende il telo mare limitandosi a spostare la lattina vuota. Onore a chi si mette in discussione, disonore a chi ha sempre una scusa. Onore a chi si mette sul banco degli imputati, disonore a chi si autoassolve. Onore a chi ha saputo chiedere giustizia, libertà, diritti. Disonore a chi cerca solo piccoli e miserabili privilegi. Onore a chi paga il prezzo della sua libertà. Disonore a chi si vende. Onore a chi agisce, crea e mette in circolo energia; disonore al parassita che guarda, giudica, approfitta, succhia. Come una sanguisuga. Onore agli ostaggi dei parassiti.

Il Migliore – Tiriamoci su il morale grazie al più grande comico degli ultimi cento anni. L’uomo che ha sfondato il muro del paradosso, invaso il territorio del surreale, il vero genio in grado di mescolare realtà e finzione per tirarne fuori una terza, mai immaginata, e indescrivibile dimensione. Mi riferisco a Silvio Berlusconi. Non voglio fare ironia, dico sul serio. La battuta del mese, dell’anno e del secolo è questa: “Ho governato per 20 anni e tutto andava bene. Ora invece...” (28/8/2014).

I Peggiori – Sono proprio gli scudieri, i cavalier più o meno serventi, i paladini senza causa, i peggiori. Quelli che privi anche di un solo filo di umorismo si mettono a fare i difensori d’ufficio. Per esempio, Luciano Malan; il  senatore di Forza Italia che vuole far ritirare “Belluscone – Una storia siciliana”, il film di Franco Maresco sul Cavaliere, che è stato in concorso a Venezia. Questa la tesi di Malan: “Deve intervenire la magistratura. Qui non c’è proprio nessuna satira: c’è ben poco da ridere. C’è piuttosto un attacco a una persona, a un'intera parte del Paese, a un movimento politico. Sono tre anni che Berlusconi non è più al governo italiano, quindi bisognerebbe parlare di qualcos’altro. Il cinema può essere un veicolo eccezionale di promozione, non solo turistica, ma anche economica in generale, ma purtroppo c’è un eccessivo indulgere sulla mafia...”. Malan dimostra di non aver capito alcune cose, la prima è che non è vero che c’è poco da ridere, quando c’è Berlusconi di mezzo c’è sempre molto da ridere e lo stesso Silvio lo bacchetterebbe per questa affermazione avventata. La seconda, ancora più grave e che se arriva all’orecchio del capo, Malan rischia grosso è “Sono tre anni che Berlusconi non è più al governo italiano, quindi bisognerebbe parlare di qualcos’altro”, Berlusconi tutto desidera tranne che essere dimenticato, l’unica cosa che vuole veramente è che si parli di lui. Questa è stata la sua regola che ne ha ispirato la condotta e ora arriva un Malan qualunque e vuole parlare d’altro. Però su una cosa Malan ha ragione “c’è un eccessivo indulgere sulla mafia...”. Peccato che, a volte, si muore di fuoco amico, ed è la stessa mafia che indulge su Berlusconi. Vero è che a suo tempo Totò Riina ha affermato “Questo Dell'Utri è una persona seria”, ed è sempre bello ricevere attestazioni di stima, però in questi giorni è venuto fuori che, sempre Riina, dice pure, riferendosi a Silvio: “A noialtri ci dava 250 milioni ogni sei mesi”, e forse per Malan, per Forza Italia, per Berlusconi e anche per Belluscone, il vero problema non è tanto se il cinema indulge sulla mafia, ma se è la mafia che comincia a soffermarsi su Silvio.

Breve statistica senza senso – Molte, più di dieci, le persone che questa estate tornando da un viaggio vicino o lontano che sia stato (anche in Sicilia: Marsala, Ragusa Ibla, Capo d’Orlando, Gioiosa Marea, Acireale… Non per forza nell’ordinata Svizzera, nella precisa Germania o nella fascinosa Francia) mi hanno detto con l’aria di farmi una confidenza: “ma perché ogni posto mi sembra più bello di Bagheria? Riescono a essere più ordinati, più puliti, e alla fine tutto risulta più vivibile.”. E se fosse una questione maggioranze più o meno civili che abitano i luoghi? Insinuava un’amica poca interessata agli indici di popolarità.

10 - 10 è stato il numero dell’estate. Non c’è stato quotidiano, settimanale, mensile italiano nella sua versione online o cartacea che non si è lanciato in quello che è diventato una sorta di gioco. Il gioco del dieci. Le dieci cose da fare, le dieci cose da non fare, le dieci cose da mangiare, le dieci cose da evitare, i dieci borghi più belli, le dieci spiagge più belle, i dieci libri da leggere, i dieci viaggi più interessanti, le dieci frasi da non dire, le dieci frasi che lui ama sentirsi dire, le dieci bugie più frequenti, le dieci fantasie più sconvolgenti, le dieci cose da non pensare, le dieci cose da compensare, le dieci cose a cui ancora nessuno aveva pensato, le dieci bandiere bianche da sventolare. In questo trionfo del decalogo comportamentale, classificatorio, para-esistenziale, uno mi ha lasciata basita, perplessa, inebetita: cosa fare e non fare quando si è su una barca a vela. Perché questo sì che un problema che ci attanaglia, visto con quale frequenza gli italiani cavalcano le onde del mare issando vele, tirando cime, fiutando venti. 10 all’incapacità del giornalismo italiano di provare a trovare qualcosa di originale. 10 al suo vuoto di contenuti. 10 alla tendenza di copiarsi a vicenda.

Ultima ora – Mentre scrivo mi giunge notizia: “Palermo, rubato il giglio d’argento dalla statua di Santa Rosalia”. Cercavo una chiusura, questa mi sembra perfetta. W Palermo e Santa Rosalia.

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Giusi Buttitta
 

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La crisi e la tascida – I dati, i numeri, la depressione economica, le statistiche, le curve dei grafici che sembrano aver fretta solo di sprofondare. Sempre più giù. E poi, ci sono le sensazioni, le percezioni, il clima. Un pomeriggio al Corso Umberto, dentro questa estate apatica. Pure lei. Cammini lentamente, cerchi qualcosa, non si sa bene cosa, shopping abulico, poi rallenti, alzi la testa, ti guardi intorno, afferri un frammento di un quadro di insieme, metti in fila piccoli segnali di cedimento, li addizioni, tiri le somme e ne viene fuori una piccola catastrofe. Serie di esercizi commerciali chiusi, interrotte qua e là, da piccoli esercizi commerciali di cianfrusaglieria assortita, questi, invece, ancora aperti, e poi qualche altro esercizio commerciale che viene dal passato, testimone di una Bagheria che qualche decennio fa, ad un certo punto, ci apparve quasi opulenta. 

Un significativo livello di sporcizia ammanta l’ambiente, come se fosse nebulizzato nell’aria, mi soffermo ancora davanti alle vetrine di qualche negozio che vende oggetti a buon mercato. Investimenti limitati. Pochi spiccioli e via, e metti su un’attività. Si respira difficoltà.

Sia chiaro, prima che qualcuno abbia da ridire, nulla contro nessuno, ci mancherebbe, si tira su quello che si può, quello che è interessante evidenziare è il settore commerciale come termometro, mentre le attività legate ad un’idea di lusso scompaiono o si ridimensionano, il low cost dilaga, ma non perché rappresenti l’ultima frontiera del business, ma perché è l’unico sbocco occupazionale possibile, l’ultima carta da giocare, l’illusione che si stia facendo qualcosa.

Ma il commercio e la sua tipologia misura solo la ricchezza che ci sta dietro, non la produce. I negozi di lusso arrivano dove c’è ricchezza; il low-low-low-cost, dove c’è difficoltà. E allora, Bagheria sta messa veramente male. Alla fine, circa sessantamila abitanti, in termini di redditività, sono in grado di produrre questo. Rifletto: è questo il suo salotto buono. Invertire la tendenza? Nella disperazione servono idee. Considerando che sulla ricchezza, direttamente e a breve termine, non si può agire, allora – quanto meno - animiamolo questo salotto buono. Su questo aspetto l’amministrazione potrebbe fare la sua parte.

Per esempio, un programma (non deprimente) di animazione, spettacoli, musica, tutto nel segno della cultura, unito a un livello di decoro maggiore, potrebbe trasformare alcuni spazi del paese in poli d’attrazione anche per la provincia. Attiriamo gente, buttiamoci dentro, con criterio, un po’ di cultura, rassegne, mostre, premi letterari, cinema, musica. Diamoci un tono da colti, se non da ricchi. Credo si possa fare. Perché il brutto sta prendendo il sopravvento. E allora, giochiamocela questa carta della cultura, il materiale non manca, gli spunti nemmeno, le figure di riferimento abbondano. Inventiamoci una movida “alta”, cerchiamo iniezioni di vitalità, non abbandoniamoci a questa insulsa e insopportabile “tascida” (la tascia movida in salsa bagherese), fatta di pantaloncini corti, canotte improponibili, plastica unta, e di un simbolo. Sì, perché la tascida bagherese ha un suo simbolo, che nel suo salotto buono la fa da padrone, un marchio doc, che tra qualche anno ce lo ritroveremo dritto, dritto, appiccicato sul gonfalone. Il simbolo è una vaschetta di plastica bianca, straboccante di patatine unte, afflosciate e ripiegate su se stesse da un caldo umido e pesante, e affogate – senza speranza - dentro un’abbondante quantità di ketchup. Una preghiera, non abbandonatela ad ogni angolo, adottate una vaschetta di plastica bianca unta e sporca di ketchup, riponetela negli appositi cestini, e se questi sono stracolmi portatevela a casa. Invertiamo il corso della tascida del Corso. Togliamoci l’unto d’addosso. Cerchiamo un argine su ogni fronte.

Poveri polli - C’è la crisi, e anche per i polli tira una brutta aria. A Bagheria, da qualche parte, di sfuggita, credo si trattasse di una polleria, ho letto che (come misura anticrisi) ogni dieci polli uno è gratis. La comunità dei polli è in subbuglio, rischiano di diventare un anello prelibato (e a buon mercato) della catena alimentare. Addirittura, mi è capitato di intercettare un dialogo tra polli, dove uno (con un’aria marcatamente intellettuale) rivolgendosi all’altro (con un’aria da impiegato del catasto) citava Woody Allen e diceva: “Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene”. C’è la crisi, e anche a noi, metaforici polli, non va tanto meglio. Negli anni settanta l’agenda del dibattito politico contemplava il tema dell’industrializzazione della Sicilia. Sappiamo che la cosa non ha avuto uno sviluppo, solo embrioni, velleità, aborti. In questo panorama del “quasi nulla” gli ultimi dati ci dicono che possiamo cominciare a rimuovere il “quasi”. Nel settore industriale siciliano, dal 2009 al 2013, sono svaniti nel nulla 22.600 posti di lavoro. Il 2014 non si preannuncia migliore, con oltre settemila operai in cassa integrazione. Gente che rischia di non mettere più piede nelle fabbriche. Le chiusure si moltiplicano e la pianta, già nana, dell’industria siciliana, rischia di sparire del tutto. Intanto, l’ENI dà l’addio alla raffineria di Gela. Mentre tutti sembrano in attesa della ripresa, quella che veramente sta andando avanti senza soste è la discesa.

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In vetta – Non è stato facile, abbiamo dovuto lottare, non demordere, essere caparbi, certi che prima o poi ce l’avremmo fatta. Gli avversari non erano facili, gente testarda, abituata a non mollare; ma, alla fine, il primo posto è stato nostro, in vetta ci siamo noi, seppur per poco, ma ci siamo noi. Finalmente. La Sicilia è la regione più povera d’Italia. Per anni la Calabria ci ha conteso e strappato questo primato, ma, ora, si sono dovuti arrendere. Per qualche decimo di punto, ma si sono dovuti arrendere. E' la Sicilia, con il 32,5 per cento di famiglie indigenti (una su tre) contro una media nazionale del 26 percento, la regione più povera d'Italia. Abbiamo superato la Calabria, dove l'indice di povertà relativa è pari al 32,4 per cento. Questo è quello che emerge da un'indagine Istat sulla povertà in Italia nel 2013. Il sorpasso è recente ed è dovuto al numero di persone indigenti che in Sicilia è cresciuto di 2,5 punti percentuali rispetto al 2012 (dal 29,6 percento al 32,5). Le classifiche sono importanti, basta capire da quale lato guardarle.

La Frase – “Sono ottimista sul futuro del pessimismo.” (Jean Rostand).

Jurassic Mind – La vendetta è un piatto che va servito freddo. Anche quella piccola, anche quella che si riduce soltanto ad un simpatico sfottò. Ma la tentazione è forte e non si può non cedere. Oscar Wilde insegna. La notizia è di qualche giorno fa: i webanimalisti (il popolo degli animalisti che si fa popolo del web) furiosi contro Steven Spielberg. Rabbia, indignazione; qua e là, pulsione forcaiola. Un’ondata di rabbia scatenata da una foto in cui il noto regista è ritratto con la schiena appoggiata a un dinosauro morto. Come un volgare cacciatore sopra un elefante abbattuto durante un safari, Spielberg si fa immortalare assieme alla sua preda ormai accasciata. Scoppia la furia del webanimalista, il quale se ne infischia (o, accecato dalla rabbia, gli sfugge) di quanto studiato alle elementari sull’evoluzione della specie, cancella il particolare che i grossi rettili si siano estinti 65 milioni di anni fa; e condivide la foto. Per ben 31 mila volte l’immagine di Spielberg il carnefice viene condivisa. E per un numero di volte ancora maggiore Spielberg viene ricoperto d'insulti ("E' un assassino"; "Non m'importa chi è. Non avrebbe dovuto uccidere questo animale"; "Disgustoso. Scommetto che si è tenuto solo le corna!"; "Per favore, condividete la foto, così che il mondo possa svergognare questo uomo spregevole"; e così via…). Peccato che l'animale, ovviamente, è un robot, è il triceratopo di "Jurassic Park", e la foto fu scattata durante le riprese del film. La prima lezione da trarre dall’episodio è che il web ha annullato i tempi di decantazione del pensiero, ci si indigna, si reagisce di pancia, si sputano sentenze, non si resiste a quell’irrefrenabile voglia di esprimere la propria opinione. E si fa la figura degli imbecilli. Meditate, gente. Meditate. La seconda lezione è che non c’è nulla di più pericoloso di quando l’ottusità si scambia per verità. Infine, chiarisco perché aver evidenziato questa notizia è una forma di piccola e perfida vendetta. Per qualche mia osservazione riportata nei numeri precedenti su animalisti e popolo del web, ho dovuto fronteggiare – pubblicamente o in privato – alcuni attacchi polemici da dogmatici appartenenti alle due congreghe. Le mie erano posizioni sfumate e non in contrapposizione, ma, nello sbalzo pressorio di qualche lettore, così sono state intese. Ora che animalisti e - al contempo - popolo del web si consegnano al ridicolo con tanta docilità, ci si può esimere dall’impugnare il pennarello blu e sottolineare tre volte?

La Frase – “Il Web non si limita a collegare macchine, connette delle persone.” (Tim Berners-Lee, Discorso al Knight Foundation, 2008). E non sempre è un bene.

La Frase – “Caso Ruby, Berlusconi assolto. Ora si attendono le motivazioni, ma quando te le spiegano le barzellette non fanno più ridere.” (di qualcuno che preferisce rimanere anonimo).


 


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Un passo avanti verso il terrore – La scorsa settimana mi sono soffermata su una serie di episodi violenti accaduti nel palermitano durante l’ultimo scorcio d’estate. Rileggendo ho pensato di aver, forse, esagerato. Purtroppo, no. Da livesicilia.it: “La rapina è avvenuta nella villetta del commerciante… …, titolare di un negozio Compro Oro, iscritto all'associazione Addiopizzo… Una notte di terrore per marito e moglie nella zona di Cruillas…la coppia stava per rientrare a casa quando due uomini con il passamontagna ed armati li hanno sorpresi alle spalle, bloccandoli per le braccia… Dopo avere costretto il gioielliere ad aprire la cassaforte dell'abitazione e avere trascinato lui e la moglie con violenza all'esterno, hanno appiccato le fiamme alla casa. I coniugi, legati ed imbavagliati, sono stati costretti ad assistere impotenti alla scena...”.

All’interno dell’articolo ho estrapolato una frase che è una metafora “Mentre il fuoco devastava tutto ciò che incontrava…”. Un fuoco cieco, ottuso, feroce, divoratore. Qui ci muoviamo dentro una dimensione nuova, non conosciuta in precedenza, la violenza valica limiti ritenuti invalicabili, entra dentro le case, sfonda la barriera sacra del nucleo familiare, esplode all’interno dell’ambiente domestico. Episodi simili vanno ben al di là del tornaconto legato all’atto criminoso, azioni del genere mirano a stabilire delle regole. Ferree, inattaccabili. A guardia di queste regole ci sono uomini che non sanno cos’è la pietà.

Assiomi – Un popolo civile governato da regole civili, questo è il presupposto necessario per una democrazia matura. Un popolo civile governato da regole incivili, è la condizione che caratterizza le dittature. Un popolo incivile governato da regole incivili, può rappresentare una necessità. Un popolo incivile governato da regole civili, è caos e paralisi. Queste (astruse e strampalate?) considerazioni hanno a che fare con il nostro territorio e con la necessità di governarlo. Considerazioni che non vanno spiegate, ma usate per cominciare a valutare i fatti che accadono attorno a noi secondo un’ottica diversa. Sono consapevole del rischio di cadere nel qualunquismo, di produrmi in banali generalizzazioni, però forse è arrivato il momento che la porzione civile della popolazione si contrapponga con veemenza all’avanzare inarrestabile dell’inciviltà. O si fugge o si rimane. Ma se si rimane non si può subire. Civiltà e Inciviltà non possono convivere. I sopraffatti si sono stancati dei sopraffattori. Non vogliono vivere nella paura, nella vessazione, nella minaccia. Siamo stanchi. La violenza di ogni tipo, degli abusi, degli intrighi, degli intrallazzi, dei furbi, degli usurpatori di potere. Sino a quella da strada. Violenza, esercitata, minacciata, lasciata intravedere. Volontà di far abbassare lo sguardo. Non si può accettare. O noi, o loro.

Terra bruciata – Dopo l’elezione di Patrizio Cinque avevamo pronosticato per lui una vita “istituzionale” difficile. Era facile immaginarlo. Lo avevamo messo in guardia rispetto alla possibilità del gioco al massacro, del “tanto peggio tanto meglio”, di chi si sarebbe messo lì a ripetere il mantra del “nulla è cambiato”, che la nuova politica (o “non politica”, o meglio “la politica dei non politici”) avrebbe fatto peggio dei predecessori, non sarebbe riuscita a cambiare nulla, anzi, sarebbe stato lo sfascio, il collasso. La fine. Le cassandre non vedono l’ora di passare all’incasso aspettando che torni il loro momento. Ma qualcuno non ha capito una cosa, al di là di come andrà a finire l’esperienza di Patrizio Cinque, non c’è più spazio per ritorni, per consorterie, per spartizioni, per i fuochi che covano sotto la cenere. Non si torna al passato, per un motivo molto semplice: Bagheria muore e non c’è più tempo. O questo paese si governa (chiunque lo faccia) dentro una visione orientata alla trasparenza, alla pulizia, allo sviluppo, al piacere di essere comunità, al culto della bellezza e alla sua valorizzazione, o se persisteranno piccoli e grandi potentati che continueranno a mettersi di traverso, a cercare lo status quo, allora, chi vive il disagio di respirare questa Bagheria dovrà o tirare fuori le unghia e pretendere quello che da troppi anni gli viene negato o dovrà andarsene. Con il dolore che ogni fuga comporta.

Questo non è un momento di transizione, questo è il “Momento”, o si cambia o non c’è futuro. Voglio chiarire che la mia non è una posizione filo M5S, mai avuto posizioni “filo” qualche cosa, ma non si può non ricordare alla vecchia politica che punta il dito contro, che il miglior sponsor politico del M5S a Bagheria (come in Italia) è stata proprio lei. Hai governato, hai fallito e ora pretendi di dare lezioni? Il M5S, il sindaco Patrizio Cinque, sono, piaccia o no, la conseguenza di un’esasperazione, esasperazione che proprio la vecchia politica ha alimentato. In qualche caso, forse, si è buttata l’acqua sporca con tutto il bambino, ma, è pur vero, che il bambino ha perso troppo tempo a sguazzare in quell’acqua. Tornando a Patrizio Cinque e alla sua squadra, non è questo il momento di fare attorno a loro terra bruciata. Gli va data la possibilità di poter fare. Per poi essere giudicato, senza buonismi. Cinque è un giovane (e già questa in un clima di disimpegno è una nota da sottolineare) al quale troppo spesso verrebbe voglia di chiedere: “ma chi te lo ha fatto fare?”. In questo paese non è semplice sciogliere nodi, rimuovere resistenze, girare pagine da girare. Necessita solidarietà. Certamente non si deve procedere con approcci demagogici, occorre tener presenti i diritti di tutti, stare attenti che a pagare non siano i più deboli, persone che rischiano di essere due volte vittima (di un’illusione e di una disillusione). Il cambiamento non è uno slogan.

Co.In.R.E.S. – Il comunicato del Co.In.R.E.S. del 12 settembre pubblicato su questo sito ad un certo punto recita: “Il disastro Co.In.R.E.S. è da ricercare altrove, a cominciare da chi lo ha governato, l'ha gestito e, forse è il caso di dire, manipolato. Chi lavora all'interno di questo ente ha ben poca responsabilità diretta, se non quella sua specifica di dipendente, quest'ultima, ove sussista, da individuare, definire e contrastare con gli strumenti che la legge consente.”. Io non conosco nei dettagli tutta la storia e quindi non mi esprimo, ma nell’individuazione delle responsabilità e nella definizione del ruolo dei dipendenti, forse, c’è molta verità. Il problema Co.In.R.E.S. sta a monte, e non sono i dipendenti, che rischiano di diventare le vittime di un progetto che non hanno ideato, ma ci sono entrati dentro per sviluppare il loro progetto di vita. Ci sono responsabilità a monte, mentre, ora, a valle, qualcuno deve fare i conti con le conseguenze. I lavoratori e l’amministrazione. Quello che è importante è che la questione Co.In.R.E.S. non si trasformi nella battaglia tra l’amministrazione comunale e i dipendenti del consorzio. Questo non farebbe il gioco né dell’amministrazione né dei dipendenti. Occorre dialogo. 

Fuori dai denti – Nel libro di Valérie Trierweiler, ex compagna del Capo dello Stato francese François Hollande, traccia un ritratto impietoso del dietro le quinte del presidente, tra le altre cose viene riportata l’abitudine, da parte di Hollande, di definire con cinismo i poveri, qualificati dal presidente "sdentati" ("sans-dents"). In Francia è scoppiato uno scandalo e Hollande ora è ai minimi storici in termini di popolarità. Hanno trovato indegno e irrispettoso che un presidente potesse esprimersi così. Vittorio Feltri non è presidente, d’accordo. Rimane, però indegno e irrispettoso esprimersi così:  “La penso come Hollande, a me i 'senza denti' mi stanno sulle palle, i poveracci preferisco non frequentarli. La povertà è brutta, e a me i poveri non piacciono, mi intristiscono, sono malinconici...” (04/09/2014). In Italia fa chic mostrare disprezzo. Siamo arrivati a questo. Però nel ragionamento di Feltri e di chi la pensa come lui c’è un punto di caduta, quello di dare per scontato che le normali regole del vivere civile, le leggi, saranno comunque e sempre rispettate da tutti o da quasi tutti, in modo che la normale azione repressiva nei confronti di chi la viola sarà sufficiente a garantire l’ordine sociale. Perché se questi poveri cominciano a diventare un numero insopportabile, potrebbero stancarsi di assistere allo spettacolo di chi vive beatamente mentre loro lottano per sopravvivere, magari cominciano a contarsi, ad aggregarsi, magari diventano un’onda, uno tsunami sociale che invade le strade, entra nelle case, anche in quelle di chi oggi li sbeffeggia. La ricchezza non è un diritto naturale, basta un nulla e te la portano via. La disuguaglianza non è utile a nessuno, non a chi ha e nemmeno a chi non ha. La storia ci insegna che i denti, e non solo, possono cadere anche agli insospettabili. In Francia ne sanno qualcosa.

La Frase – “In politica la bellezza è un valore...” (Alessandra Moretti – Partito Democratico). Quel che rimane della sinistra italiana. Al di là dei numeri, dei voti, dei consensi, ha vinto Berlusconi. Ha realizzato la rivoluzione culturale. La sua.

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Giusi Buttitta

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Annunciazione, annunciazione… – Questo è l’ultimo pezzo prima del rompete del righe, ci si rilegge la prima settimana di settembre. Ma, niente paura. In caso di crisi di astinenza da SenzaZucchero potrete contattarmi inserendo messaggi su quest’ultimo pezzo e io non esiterò ad elargire piccole pillole di saggezza dall’indubitabile effetto placebo, che magari non soddisfaranno la vostra sete di lettori orfani della rubrica, ma, quanto meno, serviranno a lenire, resistere, trattenere il respiro, in attesa della ripresa dei ritmi canonici. Settembre poi verrà, ma senza sole. Ma, con SenzaZucchero. E non è poco. (Non fateci caso, è il sole…).

Nel frattempo, stringete i denti, distraetevi, ingozzatevi di granite, prendete dei sonniferi, spegnete gli incendi, andate in vacanza, tappatevi in casa e tuffatevi in una full immersion di Uomini e Donne, approfondite i risvolti e analizzate le ricadute del pensiero e della filosofia di Alba Parietti sulla storia recente del nostro Paese, provate a stabilire se i programmi della De Filippi sono il sintomo o la malattia, adottate un sacchetto di spazzatura abbandonato lungo le strade di Bagheria, fatene un pezzo d’arredo, spiegate agli svedesi come si riciclano i rifiuti, tuffatevi tra le onde cantando acqua azzurra acqua chiara, fate il “morto a galla”, ignorate la bottiglia di plastica che galleggia accanto a voi (imitandovi), sorridete e tirate un respiro di sollievo al pensiero che vi poteva capitare di peggio, rimuovete dalla vostra testa i dati di Goletta Verde che tradotti in maniera meno tecnica si possono sintetizzare nell’affermazione “il nostro mare è una fogna”, schizzatevi e sperate che sia solo acqua, asciugatevi, rimmergetevi nell’acqua sino al collo, ripensate ai dati di Goletta Verde, e consideratevi la rappresentazione simbolica dell’italiano medio e della sua situazione socio-economica. Andate in spiaggia, mangiate tanto cocco, e scansate il catrame. E, soprattutto, fregatevene del buco dell’ozono. Tanto ci sarà un inverno intero ad attenderci ed estetiste pronte a consigliarci i prodotti migliori per una pelle migliore (pelle che per conservarsi meglio non dovrebbe prendere sole; ma va bene così, la vita è tutta una contraddizione).

Ballate sino allo sfinimento per quattro notti di fila i più biechi balli caraibici, fatelo come suggerisce Battiato, come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavigliere del Katakali. E vi renderete conto che, alla fine, gira tutt'intorno la stanza mentre si danza, storditevi che tanto poi torna l’inverno, e Berlusconi, e la Merkel, e Dell’Utri, e Renzi alleato con Alfano, e Gasparri che si ostina a non chiudersi in un dignitoso silenzio, e la Biancofiore, e la Santanché, e Dudù, e la Pascale, e la Clerici a fare la Clerici, e i giudici beffati da sentenze beffarde, e noi tutti presi per il naso (la parte anatomica è a scelta), e ancora Fiorello a fare il simpatico, e Gianni Morandi a fare il rassicurante, e Bruno Vespa a fare l’equidistante, e Napolitano a fare il super partes, e i Cinque Stelle che hanno trovato i colpevoli, e i Cinque Stelle che non trovano soluzioni alle colpe, e il buongoverno e il mal governo, e ancora Sanremo, X-Factor, l’ultimo film di Pieraccioni, l’ultima intervista a Tiziano Ferro dove fa coming-out sul suo coming-out, e l’ultima fidanzata di Balotelli, e un’ultima cucchiaiata di Raffaella Carrà (liofilizzata), e la Concordia come metafora dell’Italia, e l’Italia come metafora della Concordia, e poi celebrazioni, fiaccolate, processioni, parole, parole, parole. Uno stanco andirivieni tra indignazione e rassegnazione. E allora, che estate sia. E così sia. Compresi i miei sproloqui.

La bellezza interiore – Avrete capito che si respira aria da ultimo giorno di scuola, ci buttiamo sul frivolo, sul leggero. Argomenti da sotto l’ombrellone. Sabina Altynbekov è una giocatrice 18enne della nazionale kazaka di pallavolo Under 19. Nel sud-est asiatico pubblico e stampa impazziscono per lei. È bravissima? No, è bellissima. Dopo aver partecipato a un torneo organizzato a Taipei, sull'isola di Taiwan, si è guadagnata l'appellativo di Miss Volley. Tutto bene? No! Il mondo è pieno di sorellastre di Cenerentola. Infatti, compagne di squadra e l'allenatore non gradiscono affatto le attenzioni che la giovane atleta riceve sia dentro che fuori dal campo, e anche la ragazza si sente un po’ in imbarazzo: ''All'inizio mi sentivo lusingata, ma ora è davvero troppo. Voglio rimanere concentrata sulla pallavolo''. Con queste parole Sabina ha provato ad arginare l’invidia delle compagne.

Ha rincarato la dose l’allenatore: "Così è impossibile lavorare. Quando c'è in campo lei, le altre non esistono". La colpa di Sabina è che è bella. Lei minimizza, ma, intanto, la rete decreta il successo e la sua pagina Facebook ha raggiunto 60mila "mi piace" in soli tre giorni. Con buona pace dei sostenitori della “bellezza interiore”. La “bellezza esteriore” inclina la strada, la mette in discesa. Malgrado le intenzioni e gli imbarazzi di tutte le Sabine del mondo. In sintesi, che piaccia o no, la bellezza esteriore è un lasciapassare, quella interiore è roba per venditori porta a porta. Mostri la merce, provi a convincere l’interlocutore. Devi sudare, il campionario della bellezza interiore non ruba l’occhio. È la distanza che passa tra il giorno da leone e i cento da pecora. Tutto il resto è ipocrisia, perché la bellezza esteriore è facile, è lì, non devi far fatica; per la bellezza interiore devi scavare, devi faticare, e non è più tempo, non c’è più tempo. Semmai, questo è il tempo del mondo in superficie, superficiale. Solidarietà alla bella Sabina e ai suoi contrari. Solidarietà alle troppo belle come Sabina che non sanno come fare.

Banane – L’Italia è il Paese dei paradossi, flirta con i cortocircuiti. Zero logica, zero speranze. Ho ricostruito i fatti. L’Italia del calcio raccatta e porta a casa una figura penosa ai mondiali di calcio, il presidente della federazione Giancarlo Abete si dimette. Bisogna cambiare, serve aria nuova. Il candidato, sicuro vincente, al governo del calcio ora è tale Carlo Tavecchio, anni 71 (strano modo per far partire un rinnovamento). Basterebbe questo per capire quali differenze ci siano tra l’Italia e il resto del mondo. Ma, Tavecchio, per mettere subito in chiaro la forza delle sue idee durante un discorso ufficiale dichiara “Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare . Noi, invece, diciamo che Opti Poba - dice inventando un nome - è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”. Prima mangiava le banane (?!?). Bravo. Tanto per chiarire il cortocircuito, in caso (a quanto pare, è cosa fatta) di elezione di Tavecchio si creerebbe una situazione di questo tipo: la federazione che sino all’anno scorso ha chiuso stadi, curve, multato società per episodi razzisti, compreso il lancio di banane versi scimmieschi e altre simpatiche esternazioni di pari rango, pone al vertice della sua organizzazione uno soggetto che a pochi giorni dalle elezioni non riesce a trovare parole più opportune se non quelle sui mangiatori di banane riferite a giocatori di colore. In un paese normale (espressione abusata, ma che nel suo abuso manifesta la sua necessità) Tavecchio sarebbe preso a calci nel sedere per un numero di volte pari alle banane esistenti sul pianeta, invece, in Italia, si fanno distinguo, si giustifica, e, potete scommetterci, sarà eletto. Ma, in fondo, questo è un Paese che, dopo l’ultima sentenza sul caso Ruby, vuole Berlusconi al Quirinale.

Abbiate Fede – Emilio Fede sul Rubygate (intercettazioni): “Non so, avrà scambiato una 17enne per una maggiorenne, a Ruby poi mancavano tre mesi a diventare maggiorenne. Ma lui scopava, scopava, io glielo avevo detto non esagerare lascia perdere, altrimenti non te le togli più di torno. Io, guarda, sono stato un amico vero e ho tentato di proteggerlo in tutte le maniere, mica come Lele Mora, ma guarda Lele un mascalzone”. E, a uno così, non vogliamo farlo Presidente. Presidente di tutti gli italiani. Ma facciamoci Emilio Fede Presidente!!!

Poveri ladri – A Bagheria, in due momenti diversi, tra il 25 e il 26 Luglio, a due donne, una di settantacinque, l’altra di ottanta anni, sono state strappati dai lobi delle orecchie gli orecchini. Mettendo da parte ogni considerazione, ovvia, possiamo paventare che queste siano gocce di futuro. Questa è una proiezione, è l’anno che verrà. Soggetti deboli in balia di soggetti disperati. Senza possibilità di difesa. Benvenuti in Sicilia, che è destinata a spopolarsi perdendo i figli migliori, lasciando soltanto vecchi in balia di bande di disperati. Un day after, senza un giorno dopo.

La frase – “Non ci sono più mezze stagioni. Vivaldi, fosse nato adesso, non faceva primavera, estate... Ne faceva una sola, una sola di strombazzamenti e la chiamava 'Tempo di merda'” (Luciana Littizzetto).

Arrivederci a settembre.

Giusi Buttitta
 

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Il GRUGNUMANO – L’istruzione, la civiltà, la qualità di vita, la relazione con gli altri. Tutte cose che si tengono in piedi l’una con l’altra. Come in un castello di carta. Avvertenza: c’è un pizzico di rabbia e molta rassegnazione nelle parole che seguono. C’è anche il tentativo di definire il profilo antropologico di una categoria di soggetti (le persone sono un’altra cosa). Costoro li ho studiati nel loro vigliacco anonimato e li ho immaginati nella loro meschina soddisfazione, mentre mettono in atto la loro abominevole strafottenza. Sono arrivata a una conclusione: occorre una definizione. Allora, ho elencato, preso, scartato, ripreso - rovistando dentro un mucchio di etichette, definizioni, targhette - per poi, dopo aver tagliato, eliminato, abbandonato ogni altro tipo di marchio doc, sono rimasta con l’unico possibile, un neologismo: il grugnumano.

Chi è il grugnumano? (letteralmente, l’umano che grugnisce). E’ un incrocio, una variabile nemmeno tanto impazzita. Mi sto riferendo a quel fortemente insulso, indecorosamente ridicolo, fondamentalmente odioso, decisamente viscido, soggetto che dopo essersi guardato un po’ a destra, un po’ a sinistra, un po’ in basso, un po’ in alto abbandona il suo sacchetto della spazzatura sopra un angolo di marciapiede, davanti il portone di un’abitazione o lo lancia dall’auto con finta nonchalance. C’è una sottospecie, quello che lo abbandona sulla spiaggia, o all’entrata della stessa, mentre accaldato se ne va via. Come se fosse normalità. E poi c’è il grugnumano del giochino “dove cade, cade”, che piazza il sacchetto sul cofano dell’auto, se si arriva al cassonetto, bene; se cade prima, amen. La roulette russa del grugnumano. Il De Niro della discarica. E a Bagheria, guardando le strade, osservando le spiagge, specie e sottospecie di grugnumani sono lontane dall’essere in via d’estinzione. Chi è costui? Chi è questo furbetto dell’immondezzaio, questa carogna che semina carogne, questo bieco figuro che non trova di meglio per segnare il suo passaggio che lasciarsi dietro una scia di bucce di banana, bottiglie vuote, freddi maccheroni affogati nella salsa, assorbenti indecorosi e una fretta vigliacca per non farsi riconoscere? La scia schifosa di esseri schifosi. Il sondaggio, occorre il sondaggio. Ci appelliamo al Sindaco (che tanto al Comune i sondaggi non se li fanno mancare), perché tramite un appello popolare si possa chiedere alla popolazione: siete d’accordo nel definire colui che abbandona la spazzatura lontano dai cassonetti, o da ogni altro luogo deputato, un grugnumano? Lo vogliamo coniare questo neologismo lessicale? Pronunciati,

altBAGHERIA!  INDIGNATI!  SVERGOGNATI! Perché da qualche parte bisogna partire, una linea di demarcazione occorre trovarla. O noi, o loro. Bisogna smetterla di definirci tutti cittadini, è la civiltà contro l’inciviltà che ora devono combattere, l’una contro l’altra, dietro barricate fatte di sacchi pieni di spazzatura. È il momento di dire che ci siamo noi e ci sono loro, bisogna denunciarli, additarli, cacciarli via dalla comunità. Perché non stiamo parlando di un sacchetto di spazzatura, stiamo parlando di una filosofia di vita. E mi appello anche ai collaborazionisti, quelli che vedono e girano la faccia, quelli che abbassano gli occhi; tu, che uomo sei se non hai il coraggio di affrontare un grugnumano? Il parallelo col maiale non riguarda l’idea del sudiciume che il suino richiama, ma fa riferimento a quella naturale incapacità di alzare la testa. E’ per l’ottusità del suono del suo grugnito. È per la testa ficcata dentro la mangiatoia. Non so se il grugnumano ha un sogno, forse ha quello di trasformare tutto in un enorme immondezzaio per rotolarcisi dentro, abbrutendosi e beandosi della sua dimensione sempre più grugnumanesca. Vuole che l’ambiente diventi sudicio all’inverosimile, un letamaio, in modo da trovare finalmente qualcosa di più zozzo del suo vuoto interiore. Questo vuole il grugnumano. Signori, è arrivato il giorno del giudizio: o noi o il grugnumano. (Questo è un esempio di – finta - invettiva rabbiosa scritta col sorriso sulle labbra. Ovviamente, il grugnumano non merita tanta indignazione, tanto disprezzo o – forse – sì? Che dire, solidarietà al grugnumano; che gli è già toccato in sorte il triste destino di essere un grugnumano).

LA  FRASE – Questa settimana ero indecisa, e mi sono organizzata un sondaggio. Ero l’unica a votare, quindi era una questione a maggioranza assoluta. Volevo interpellare il popolo del web ma erano tutti impegnati a votare un sondaggio per stabilire se era il caso di effettuare un sondaggio… Insomma, una cosa complicata che non ho capito. Il filo conduttore, per le frasi, era il maiale. È una metafora? Sì. È tendenzioso questo discorso? Sì. Allude? Certamente. Allora, la prima (e mi piace tanto) è questa “Vedo un futuro roseo per l’umanità – sì, roseo come la pelle di un maiale all’entrata di un mattatoio.” (Giovanni Soriano, Malomondo, 2013). La seconda è “Il maiale è diventato sporco solo in seguito alle sue frequentazioni con l'uomo. Allo stato selvatico è un animale molto pulito.” (Pierre Loti, Quelques aspects du vertige mondial, 1917.). E anche questa non è male. La terza “La Costituzione è molto più avanzata dell'Italia e di noi italiani: è uno smoking indossato da un maiale.” (Marco Travaglio, su la Repubblica, 2008). Mi sembra perfetta, così italica, trasversale. Una fotografia. Non so scegliere. Mi sembrerebbe fare un torto a qualcuno.

SOMARI – Premesso che non sono io a cercare le notizie sulle condizione della scuola in Sicilia, ma sono loro - le notizie, intendo - ad arrivare sulle pagine dei giornali con una puntualità da lasciare allibiti, detto ciò, si può dire che la storia è sempre la stessa. Ed allora, perché ribadirla? Perché è l’istruzione è l’origine di ogni male e di ogni bene, tutto il resto è conseguenziale. Andiamo ai dati. La Sicilia ha i liceali più “somari” d’Italia. Almeno in Italiano. L’ultima Rilevazione nazionale degli apprendimenti 2013/2014 condotta dall’Invalsi ci consegna questo responso. La cronaca di questi giorni ci fa sapere che analizzando il rapporto, confezionato dall’istituto di Frascati, viene fuori che i giovani liceali siciliani stanno, in italiano, a un livello inferiore di coetanei che frequentano gli istituti tecnici e addirittura gli istituti professionali di altre realtà italiane. I ragazzi siciliani, la classe dirigente del futuro, non riescono ad andare in Italiano, oltre i 198 punti, contro una media nazionale che si attesta attorno ai 212 punti. I nostri liceali vengono superati dai quindicenni trentini che frequentano gli istituti tecnici – che in italiano totalizzano 212 punti – e sono quasi alla pari coi loro coetanei che frequentano i professionali in Valle d’Aosta, solo tre punti li separano 195 a 198. Detto che il problema non possono essere i ragazzi, il problema, evidentemente, sta nel sistema scolastico. Se mettiamo assieme tutte le notizie che evidenziano il degrado della scuola siciliana ne viene fuori un dossier che ci racconta che i nostri giovani viaggiano con una palla al piede, sono penalizzati da un gap. È il futuro che perde pezzi.

VERY  GOOD – La scuola siciliana è agli ultimi posti di una scuola italiana che partorisce presidenti del consiglio e ministri con un livello di conoscenza della lingua (almeno, l’inglese) che potremmo definire, più che scolastica, de’ noantri. Oggi: l’intervento di Matteo Renzi, “in inglese” (una versione pataccata), alla 'Digital Venice Week': "Meucci is a very good Italian, but is 'olzo' a terribol history, bicos Meucci is de rial inventor of mo... telefon, I’m sorry with american people present here, but 'olzo' the congress of United Stets in tu tausand tu, in tu tausend way I didn’t rimeber, reconaisd the founder the inventor of telefon is Antonio Meucci. Antonio Meucci is incredibol man, a ginius..." Oh, yes!!! Ieri: Rutelli e il suo, ormai mitico, “Please visit Italy” (mentre promuove il turismo nel nostro Paese e il sito Italia.it). Ma se fate un giro sulla rete, trovate Berlusconi, trovate Fassino e altri e altri ancora. Tutti nel segno di Totò “Noio... volevam... volevàn savoir... l'indiriss...ja”. Purtroppo, in questo caso, non c’è nulla da ridere. Anche questo è un modo di misurare l’arretratezza di un Paese. Tutto il resto sono parole, in inglese o qualcosa che ci somiglia.

LO  DICE  LA  RETE – Da un po’ circola sulla rete una frase “Se i politici rubano è perché hanno preso il cattivo esempio dai cittadini italiani, che chiedono la raccomandazione e pagano l’idraulico in nero per risparmiare”, l’avrebbe pronunciata Livia Turco. Le parole, che sono anche presenti sul blog di Beppe Grillo, non sono supportate da nessuna documentazione video/audio – almeno, io non l’ho trovata – ciò non ha impedito di trasformarle in qualcosa di virale, rilanciate dai social, commentate con dosi variabili di disprezzo ed indignazione; ora, la Turco è diventata, per la rete, quella che considera i cittadini di cattivo esempio per i politici. Quali riflessioni possiamo fare sulla vicenda? Che la rete è un grosso moltiplicatore di leggende metropolitane e il “si dice” diventa “è”; che l’affermazione seppur (probabilmente) mai pronunciata è considerata verosimile, nessuno che dica “non ci posso credere” e questo ci dà un’idea di quale sia l’attuale livello di credibilità della politica; che dopo l’uovo e la gallina, in futuro ci logoreremo le meningi cercando chi è il cattivo esempio di chi. Piccoli spaccati d’Italy.

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     Giusi Buttitta
 

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