Senza Zucchero


Buon… segue breve dissertazione sull’augurarsi – Gli auguri ai tempi del colera economico. Non sono più gli anni ottanta e nemmeno i novanta e lo capisci da un milione di cose, non è più tempo di gioiose macchine da guerra, non è più tempo di orizzonti che si perdono, di futuro su futuro, di esaltazione della storia, di progresso su progresso, di generazioni successive che vivranno meglio delle generazioni precedenti, non è più l’Italia craxiana né il mondo reganiano. Non è più l’era andreottiana, dove ogni parassita trovava il suo organismo ospite, non è più epoca di mangiatoie e baby pensioni. Niente, nada. 

La realtà dice: niet. È tempo di depressione e disillusione, e tempo in cui la parola più spudorata è: speranza. La macchina non si è inceppata, ha tolto la maschera, il marchingegno sociale mostra il suo vero volto. Disumano. Non tutti lo capiscono, ma quasi tutti lo percepiscono. È un’aria che induce timore, paura, occhi bassi e pochissima voglia di pedalare.

C’è inquietudine e disorientamento e ogni cosa ne risente. Per esempio, anche gli “Auguri” che non sono più quella fantasmagorica raffica di auspici con cui si andava a caricare il futuro, ma sono piccole speranze sussurrate in punta di piedi. Negli anni ottanta, e in parte anche novanta, c’era abbondanza (o un luccichio che gli somigliava tanto) e l’abbondanza portava a porgere auguri iperbolici, fantastici, ricchi. Si sprecavano i mondi di bene, non si ponevano limiti ai desideri che ogni cuore poteva coltivare, si allargavano cerchie, a te e famiglia, al cane, al gatto, al nonno, al bisnonno, auguri pirotecnici di piscine e Ferrari, di Natale a Cortina e Capodanno alle Maldive.

Auguri da futuro amministratore delegato, da padrone del vapore. Auguri vaporosi. Auguri che grondavano opulenza come le vetrine. Oggi, invece, in questo fine di 2014, durante gli auguri la parola più utilizzata è diventata: “serenità”. Tanta, tanta, tanta serenità. I petti gonfi sono svaporati, il calore rassicurante che abbracci, strette di mano, sorrisi, comunicavano, si è trasformato in tepore, per poi farsi gelo, inquietudine, paura. Incertezza.

E allora si vada con la serenità. La speranza di riuscire a pagare ancora il mutuo ha sostituito le cartoline utopiche delle ville con piscina; il sogno di un Natale a Cortina spazzato via dal realismo di panettoni e spumante messi in svendita molto tempo prima dell’arrivo delle festività; il progetto di vedere il proprio figlio diventare un giorno il venerato amministratore delegato di una grande azienda internazionale, ripiegato e richiuso nel cassetto, sostituito da un più modesto, ma allo stesso modo utopico, futuro da precario trimestralista nella prima feroce grande azienda pronta a lanciarti l’osso.

L’illusione ha fatto posto alla disillusione, la forza alla paura, l’opulenza alla tristezza, l’ottimismo a uno scettico “speriamo bene”. Lo spreco al cominciare a rovistare nella spazzatura (si vede anche questo). E allora serenità, tanta serenità. Palate di serenità che sottintendono “speriamo bene”, che dicono “che Dio ce la mandi buona”, e ancora, a un substrato più basso, “incrociamo le dita, sino a spezzarcele”. È cambiata la colonna sonora, non è più tempo di Gazebo e di I like Chopin, delle sonorità glamour da pellicce non ecologiche, c’è rimasto Tonino Carotone (pseudonimo di Antonio de la Cuesta) e i suoi versi: “E' un mondo difficile e vita intensa felicità a momenti e futuro incerto”. Auguri a tutti (…e tanta, tanta, tanta serenità).

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Giusi Buttitta

 

 

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Bagheria e le occasioni mancate – Sulla chiusura del Museo Guttuso si è detto tutto. A parte una certa dose di strumentalizzazione, c’è stata indignazione, rabbia, si sono battuti i pugni sul tavolo, ci si è agitati legittimamente. Tutto giusto, molto condivisibile, ma anche abbastanza decontestualizzato.

Chiude un museo che ospita opere di grande spessore e viene voglia di mettersi di traverso, di farsi incatenare, pur di impedirlo questo sfregio; poi pensi a Bagheria e al suo rapporto con la bellezza, con la cultura e cominci a riflettere che anche se non è giusta la chiusura è, sicuramente, nell’ordine delle cose. Una naturale conseguenza. Figlia di una discesa. Agli inferi. Per proteggere bellezza e cultura occorre conoscenza, occorre coscienza, occorre memoria, occorre consapevolezza. I feticci non servono a nulla, le foglie di fico ancora meno.

La domanda brutale è: quanti bagheresi hanno in questi anni visitato il museo? Quanti in percentuale? Perché questa comunità dovrebbe difendere il museo quando negli ultimi sessant’anni (e ripeto, sessanta; è una storia che parte da lontano) ha massacrato ogni cosa che era massacrabile? Le due opere che negli ultimi vent’anni hanno riguardato da vicino Bagheria, sino a dargliene il titolo, sono il romanzo “Bagheria” (1993) di Dacia Maraini e il film “Baarìa” (2009) di Peppuccio Tornatore; in entrambi i casi c’è un momento in cui lo scempio, il processo di volgarizzazione di questo paese, viene messo in risalto, sottolineato, fino a farlo diventare un atto d’accusa. Non mi sembra un caso. Quello a cui assistiamo ed abbiamo assistito è un percorso che non tende a cristallizzarsi, ma avanza implacabile.

Oggi, l’unico dibattito che si può aprire su Bagheria è questo: Bagheria, un paese agonizzante o, definitivamente, un paese zombie? Parliamone. Perché difendere il museo è di un giusto che sfiora l’ovvio, in linea di principio, ma se in linea d’area, a un chilometro circa da Villa Cattolica, troviamo il girone dantesco della spiaggia di Aspra (percorrete a piedi il lungomare in direzione Ficarazzi), vergogna realizzata negli anni da questa comunità, dalla sua capacità di esprimere amministratori capaci, dal suo livello civico, allora la chiusura del museo diventa solo l’ultimo atto (in senso cronologico) non di una deriva, non di un aggravamento, ma di una putrefazione.

La morte di un’identità che lascia come macerie un quartiere dormitorio caotico, sporco, per certi aspetti, invivibile. Questa è Bagheria, esagero? Non credo, basta fare l’elenco di quello che si è fatto male, di quello che non si è fatto e delle occasioni che si sono sprecate.

È superfluo compilare cahiers de doléances (nemmeno una pista ciclabile siamo stati in grado di realizzare e gestire). Di fronte a questo spettacolo dell’abbrutimento progressivo e inesorabile, la barricata del museo come argine da contrapporre a questa discesa agli inferi, sa di inutile, retorico, addirittura una foglia di fico controproducente, perché copre quando serve svelare.

Questo si merita questa comunità, che non è nemmeno in grado di raccogliere i propri rifiuti, che non ha remore ad abbandonarli al primo angolo, che si ingolosisce di fronte ad un’area incustodita e la trasforma immediatamente in discarica abusiva; questo si merita: il museo chiuso. E dire che Bagheria ha goduto della fortunata coincidenza di aver legato il proprio nome a personaggi come la Maraini, Scianna, Tornatore, Buttitta, Guttuso; un patrimonio di opportunità da costruire attorno a questi nomi, potenzialmente, volani eccezionali. Invece nulla, perché quella parte di Bagheria che grugnisce non apprezza la cultura, non comprende la bellezza, non sa che farsene. L’unica cosa “alta” che Bagheria ha espresso in questi anni sono i palazzoni, e basta. Quindi, che venga pure Fabio Carapezza Guttuso a riprendersi i quadri del padre, smettiamola con questi avamposti, con questa cattedrali nel deserto gestite come peggio non si poteva, dotate di strumentazioni medievali. Basta con gli slogan.

Ed è quasi paradossale che a prendere questi provvedimenti sia un’amministrazione che è arrivata sulla spinta di una non più procrastinabile necessità di cambiamento e che invece, forse suo malgrado, chiude i musei, riapre il corso e non riesce a pulire le strade. Perché forse è arrivata troppo tardi, voleva rianimare ed invece sta soltanto costatando un decesso, e la smettesse anche quella parte politica che ha governato fino a ieri e che oggi prova a sbraitare indignazione, dove sono stati in questi decenni? In conclusione, troppo manifesta è l’inclinazione al degrado per poter anche solo concepire un’inversione di rotta.

Chiudiamo tutto e tra qualche anno sarà normale chiedere e chiedersi: Guttuso, chi?

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Giusi Buttitta

 

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Sull’autodeterminazione – Brittany Maynard (di cui probabilmente avrete letto), la ragazza americana di 29 anni che ha scelto l’eutanasia rifiutandosi di spegnersi lentamente tra le atroci sofferenze che le provocherebbe un tumore al cervello, ha deciso di rinviare la sua decisione. In un primo momento aveva annunciato di volersene andare il primo novembre, all’indomani del compleanno del marito Dan, ora il rinvio della decisione lo ha giustificato così: “Sto ancora abbastanza bene, provo ancora gioia, mi diverto e rido con la mia famiglia e i miei amici, adesso non mi sembra il momento giusto per morire”.

La vita vale ancora la pena di essere vissuta, almeno ancora un po’. Il caso ha rinfocolato il dibattito, a livello mondiale, su argomenti come: suicidio assistito, eutanasia, o nulla. In molti paesi del mondo sulla questione si è presa una posizione, in Italia siamo lontani anni luce anche, semplicemente, da un dibattito serio. La questione è delicata; e non voglio addentrarmi sugli aspetti tecnici. Solo un dato, pare che in Italia si verifichino circa mille suicidi l’anno che hanno come spinta motivazionale la prospettiva di un percorso legato a una malattia terminale. Quindi, senza – per il momento - voler prendere posizione a favore o pro rispetto alle possibili soluzioni e/o alternative, la domanda da porsi è: “di chi è la mia vita?”.

La domanda è meno scontata di quello che possa sembrare, perché se la risposta, quella più ovvia, è “mia”, la domanda successiva è “fino a che punto è tua?”. Per esempio, a proposito della scelta di Brittany Maynard, il dottor Ira Byock, specialista in medicina palliativa ha dichiarato: "L'hanno informata male. Potrebbe avere cure eccellenti. I suicidi assistiti non sono una scelta personale, ma un atto sociale". E qui entriamo dentro il cuore del dibattitto: “I suicidi assistiti sono una scelta personale o un atto sociale?”. Perché se non ci si ponesse questa domanda la questione potrebbe essere “facilmente” dipanata seguendo la logica del libero arbitrio; al di là di come la si pensi andrebbe lasciata ad ognuno la libertà di decidere per se stesso. Quindi, come per molte altre tematiche, chi è d’accordo può scegliere il suo percorso, chi è contrario si può astenere senza la necessità di costringere l’altro ad adeguarsi alla sua visione delle cose. Sembra civile, no? Quasi ovvio.

Non è da trascurare il fatto che un percorso assistito, sostenuto da equipe di medici in grado di fornire supporto psicologico, potrebbe far cambiare idea al malato e, probabilmente, quella che apparentemente sembra una soluzione cinica di una società permissiva si trasformerebbe nella via migliore per intercettare la disperazione e restituire dignità al soggetto. Perché anche morire con dignità è un diritto, se il suicidio assistito è considerato da qualcuno disumano, abbandonare il malato lasciandogli l’unica via di una morte non dignitosa e spesso atroce, non è meno disumano. Perché, alla fine, la risposta di molti che ritengono di essere dalla parte giusta è: “Vuoi morire? Arrangiati, non sarò certo io ad aiutarti”.

È chiaro che il tema è di una complessità enorme e ogni singola parola sull’argomento può dividere; io – per esempio – ho tirato dentro l’aggettivo “dignitoso”, mi rendo conto di quanto sia soggettivo il significato, Montanelli sosteneva che “la vita è degna di essere vissuta finché si è in grado di andare in bagno da soli”. È un criterio, non è la verità assoluta. Era il criterio di Montanelli. Aggiungo anche che trovo un po’ paradossale che una società che permette di decidere, dentro rigidi paletti, di abortire (prendendo, comunque la si metta, una decisione per un soggetto terzo), poi impedisca (dentro altrettanti rigidi paletti) di decidere della propria vita. E torniamo all’affermazione del dottor Ira Byock per chiederci nuovamente: “I suicidi assistiti sono una scelta personale o un atto sociale?”.

Vi do la mia risposta, per quel che vale. Quale atto, mi chiedo, individuale non è in qualche misura sociale? E se bastasse questo criterio per consentire ad una società di decidere al mio posto, cosa ne sarebbe della mia libertà individuale? Per esempio: Fumare o riempirmi di grassi saturi, fare parapendio sono atti individuali o atti sociali? Non ci sarebbe atto, anche il più banale, da questo punto di vista (quello del dottor Ira Byock), che non possa essere considerato oggetto di espropriazione rispetto alla sfera delle decisioni individuali.

E allora, dovendo prendere una posizione, dico che all’ipocrita “buonismo” del “No”, preferisco il pietoso “cinismo” del “Sì”.

Nota a margine: trovo insopportabile che chi è già chiamato a prendere decisioni drammatiche e laceranti debba anche sopportare il peso di chi gli punta il dito contro.

Giusi Buttitta

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Schiavi senza catene – Questa settimana avevo deciso occuparmi dei concetti di efficienza e competitività ed annesse interpretazioni e derive perverse. Poi ho letto una notizia e ho preferito occuparmi di questa, anche perché, alla fine, trattasi di argomenti intimamente e strettamente collegati. Sfaccettature dello stesso mondo. La notizia, ormai nemmeno tanto fresca, è questa: Facebook e Apple, i due giganti della Silicon Valley, si sono offerti di pagare il procedimento per consentire alle proprie dipendenti di congelare gli ovuli nell'eventualità che un giorno decidano di fare un figlio. Il benefit, perché di questo si tratterebbe, o, meglio, così è stato presentato, ha lo scopo di agevolare la carriera delle donne rimandando a tempi migliori la procreazione dei figli. Tradotta in altri termini la questione sarebbe: promettimi di non intralciare il tuo percorso lavorativo con noiose pulsioni ed istinti materni ed io, in cambio, ti pago il congelamento degli ovuli. Il figlio? Quando e se ci sarà tempo.

Questa è la storia. Niente emotività, niente retorica. Sarebbe troppo facile. Solo una costatazione. Ci sono fatti, episodi, progetti, che funzionano da spartiacque o mettono un timbro su un processo, su un cambiamento, su una realtà. La notizia che riguarda Facebook e la Apple, non a caso due simboli della post-modernità, segna una sorta di inversione ormai conclamata nella scala delle priorità. Il sistema produttivo ed economico creato dall’uomo, a servizio dell’uomo, ha preso (e non occorreva certo l’ovulo congelato per capirlo) vita propria. Le esigenze dell’uomo, compresa la sua stessa esistenza, ufficialmente non sono più prioritarie, prima di ogni cosa è prioritario non intralciare o rallentare il sistema. L’uomo piega la sua natura alla natura di qualcosa che ha preso vita propria, non si può più fermare, ha esigenze che fagocitano, che divorano e quindi o ti lasci inghiottire piegandoti alle sue esigenze o sei fuori. Questa, tecnicamente, senza farla troppo drammatica, si chiama schiavitù. Anzi, è molto di più, è abdicazione.

La vita non è più la priorità, la libertà è un capriccio, la scansione dei tempi naturali dell’esistenza, la nascita, la crescita, la procreazione, la vecchiaia e forse, un giorno, anche la morte non devono rallentare la macchina, infastidire il processo. Il sistema economico, come un novello Frankenstein ha preso vita propria, e, ora, è il nuovo signore, gli scienziati (leggasi: l’uomo) che lo hanno creato sono diventati i suoi umili servitori. Qui non si tratta di indignarsi, questa è solo l’arcinota punta dell’iceberg su tutta una serie di aspetti che una volta, ormai nostalgicamente evocati, si definivano diritti.

È l’estrema interpretazione del concetto di flessibilità, la sintesi dell’idea “Io ti pago” legata al suo senso sottinteso “Io ti posseggo”. Facebook e la Apple, in questo momento, rappresentano i guardiani di un tristissimo eden. Nulla di nuovo. Già accade che le donne rimandino gravidanze, o le evitino del tutto, volontariamente, per non intralciare il proprio percorso lavorativo, non servivano certo la Apple e Facebook per scoprirlo, ma la spudoratezza nell’ammetterlo presentandolo come un vantaggio, un benefit del quale approfittare, significa che i tempi sono maturi, hanno vinto loro, i padroni del regno, quelli che decidono chi e come ci deve stare dentro e a tutti sembrerà (e sembra) un fatto normale, giusto, nell’ordine naturale (e sottolineo all’infinito “naturale”) delle cose. Perché si vive anche di simboli e se il sistema produttivo entra, come un tir contro una vetrina, dentro il sistema riproduttivo, allora è di mutazione antropologica che stiamo parlando.

L’uomo non è più, prima di ogni cosa, uomo, ma è, nella sua doppia veste, meccanismo di produzione e meccanismo di consumo. L’uomo è una cosa. Questa non è più la vecchia storia dell’uomo che cerca di sottomettere un suo simile, questa è la storia dell’intero genere umano che si sottomette, ogni giorno di più, ad un’entità impalpabile ed astratta, a un concetto, a un nuovo Dio. Anche i padroni del vapore, i signori del regno, a differenza di quanto accadeva in passato, sono essi stessi schiavi della stessa logica. C’è qualcosa di palesemente demoniaco in tutto questo (nota a margine: da parte della Chiesa, sempre sensibile ai concetti legati alla vita e alla procreazione, mi sarei aspettata una presa di posizione, non dico dura, ma due parole…).

Altro che Grande Fratello.

Giusi Buttitta

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Tra omini e “Uomini sessuali” – “il sindaco di Bagheria, Patrizio Cinque, ha sottoscritto la prima trascrizione nel Registro di Stato civile del Comune di Bagheria di un matrimonio same sex, a seguito della ricezione di un’istanza di trascrizione del matrimonio omosessuale celebrato all’estero” (da Bagherianews del 12/11/2014). La notizia non passa inosservata, e le comari del paesino non prendono certo l’iniziativa, ma la parola prendono, eccome. La parola social. Col loro piedestallo virtuale portatile, montano su, portano le mani sui fianchi e giù di sentenza. I contrari sono quelli che più bruciano di sacro fuoco, i favorevoli provano a ribattere argomentando. Non se ne esce, ognuno rimane della propria idea, qua e là affiora qualche insulto velato, integralista, libertino, bigotto, perverso. Si arriva all’idiota reciproco, in certi casi. 

Io credo che la domanda sia mal posta: sei favorevole o contrario al matrimonio tra persone dello stesso sesso? La domanda corretta, invece, sarebbe: è legittimo vietare il matrimonio a persone dello stesso sesso? Io, per esempio, sono contraria al matrimonio, sia che sia etero, sia che sia omo. Nell’era dei rapporti liquidi il matrimonio, così come concepito attualmente, è preistoria. Alla luce di questo presupposto, pur considerando l’unione omo una conquista in linea di principio, la corsa al matrimonio per persone dello stesso sesso rischia di trasformarsi in una corsa sul terreno borghese, istituzionale. Non si comprende perché gli omosessuali debbano cercare riconoscimento sociale in una contrattualistica che appesantisce (almeno come è concepito in Italia) il rapporto a due, lo lega a lacci e lacciuoli. 

altSia per gli etero che per gli omo occorrerebbe delle clausole un po’ più light, una via di mezzo tra la convivenza e il matrimonio così come è concepito attualmente. Il divorzio breve potrebbe essere un primo passo, quello istantaneo una cosa logica. Non esiste nessun contratto dove alle due parti che decidono di separarsi viene chiesta una camera di decantazione che dura un’eternità. Incomprensibile. Detto questo, sto dalla parte degli omosessuali che desiderano sposarsi, cosa ne penso io non conta assolutamente nulla, conta solo la loro volontà, la scelta non ha ricadute dirette sulla mia vita e allora la domanda diventa: perché no? Eppure, tanta gente si dichiara contraria, s’infervora, s’indigna, si mette di trasverso, mormora “dove andremo a finire di questo passo?”.

Già, dove andremo a finire? Direi che la presenza in una comunità di coppie omo sposate non sposterebbe nulla, né nel bene né nel male, e allora di cosa hanno paura i contrari? Molti di loro sono degli ipocriti (non è offensivo, è un fatto tecnico), cominciano i loro discorsi premettendo che loro rispettano tutti, che è giusto riconoscere i diritti e bla, bla, bla; però, il matrimonio no, quello non sa da fare. Perché non è naturale e poi perché tra due persone dello stesso sesso non si può generare.

Le solite argomentazioni, tutte da seppellire sotto una montagna di sbadigli. L’omosessualità è naturale, perché se non è naturale qualcuno mi dovrebbe spiegare cos’è? Non è che la sessualità è qualcosa che si sceglie, è un sentire, è una pulsione è connaturata. Appunto, connaturata. Chi non la pensa così, la riduce ad un livello di scelta e quindi a una sorta di malattia se non di perversione. Ecco, perché parlo di ipocrisia, perché se ritieni che l’omosessualità non è naturale devi avere il coraggio di dire cos’è? Sono troppo pavidi per avere il coraggio di uscire allo scoperto e allora ci girano intorno. Andiamo all’altro pilastro del ragionamento dei contrari: la maternità, la procreazione.

Il matrimonio tra etero garantisce questo presupposto. In verità non è così, perché nell’unione tra persone etero c’è una percentuale di soggetti che decidono deliberatamente di non procreare, ci sono quelli che loro malgrado non possono farlo, ci sono quelli che ricorrono a una serie di legittime misure per riuscirci (e chissà cosa pensano a riguardo i sostenitori del “naturale”). Se la procreazione fosse veramente, nella società d’oggi, la vera giustificazione al matrimonio, a coloro che non procreano entro un determinato tempo andrebbe allora ritirata la licenza (matrimoniale). Sia chiaro, chi è contrario ha diritto ad esprimere le sue idee, non ha diritto che queste impediscano ad altre persone di vivere in armonia la loro esistenza. In questa incapacità di riconoscere questo diritto ritengo ci sia una forma, probabilmente inconsapevole, di razzismo strisciante, di omofobia latente mascherata dalle buone maniere. Un’incapacità di accettare chi è diverso da te.

E, poveretti, in questa società dove regna l’ipocrisia del politically correct si barcamenano, s’arrampicano, si contengono e nell’intimità, portando una mano sulla bocca per non far leggere il labiale, avrebbero tanta voglia di gridare con livore: “’a frocio!”. Mi ricordano una scena di Cado dalle Nubi di Checco Zalone (questo è il link del video su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=4mu08TDzsA4), è triste essere una parodia senza rendersene conto. Vai Checco: “I uomini sessuali sono gente tali e quali come noi,  noi normali, sanno ridere sanno piangere sanno battere le mani, proprio come alle persone sani…” “E s’eri tu così?”

Giusi Buttitta

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Sorpassi – Non è una novità che al mondo avvengano fatti strani in posti con nomi altrettanto strani. I tre giorni della kermesse della Leopolda voluta da Renzi, per esempio, saranno ricordati come i giorni dove qualcosa di inimmaginabile è accaduto: il sorpasso a destra della Sinistra alla Destra. E non è facile, nemmeno da capire. E sì che c’erano i segnali, perché i fatti non accadono mai, così, all’improvviso. Si fanno preannunciare. Allora, pensi alle visite di Renzi ad Arcore, rifletti che non si era mai visto un leader della sinistra così stimato, ammirato, apprezzato da parte del suo dirimpettaio della destra; se poi il dirimpettaio è Berlusconi, forse, qualche riflessione in più bisogna farla. Ma le parole, quelle contano; le parole. Non le considerazioni. E allora andiamo alle parole del leader del maggior partito di sinistra (???) italiano. 

Se D’Alema si limitava a non dire nulla di sinistra, questo dice molto di destra. Spariamoci subito le prime parole: “il posto fisso non c'è più”; dette praticamente in concomitanza con la manifestazione della CGIL, sono parole che subito segnano una bella linea di demarcazione tra la sinistra e la sinistra in maschera (che potrà anche piacere più della prima, ma che, per chiarezza, vanno distinte. Chiamiamola Sinistra Fonzie, tanto per rendere omaggio al suo creatore). Il posto fisso non c’è più, e allora cosa c’è, verrebbe da chiedere; cosa c’è di sinistra, intendo. Non si sa.

Altra picconata al passato: “Non saremo un partito di reduci e non permetteremo a quella classe dirigente di riprendersi il Pd per riportarlo dal 41al 25 per cento”; ma cos’è questa sfida sul terreno dei numeri, della sostanza, del potere, se non un cavallo di battaglia della destra? Quanto è berlusconiana l’aspirazione al 51% dei consensi? E quanto è berlusconiano Renzi quando etichetta negativamente l’élite pensante del Paese con un “di una parte del ceto intellettuale”, riducendola ad una casta privilegiata e socialmente schizzinosa. E sull’art. 18: “E' una regola degli anni Settanta”; e sulla semplificazione modernista del futuro (ricorda molto le tre “I” di Silvio) sfodera il suo cavallo di battaglia: le battute (come il Cavaliere); e allora, “è come prendere un Iphone e dire dove metto il gettone?” (riferendosi all’art. 18), oppure, “Come prendere una macchina fotografica digitale e provare a metterci il rullino.”. E poi l’annuncio solenne “E' finita l'Italia del rullino”, nemmeno un brusio in sala di fronte a tale rivelazione.

Che l’Italia del rullino fosse finita l’avevamo capito, quello che non si è ancora capito, o, meglio, non esplicitamente detto, qual è l’Italia che è cominciata. O forse sì, e per capire basta andarsi a rileggere (meglio sentirgliele pronunciare, rende di più; fatelo, andate su internet e fatelo…) le parole del finanziere Davide Serra, proprietario del fondo Algebris, sostenitore e finanziatore del premier Matteo Renzi (un finanziere che è finanziatore del leader della sinistra… Fantascienza, nemmeno in Blade Runner si sono viste cose del genere); le parole sono sull'ipotesi di limitare il diritto di sciopero dei lavoratori pubblici: "Dico che è un diritto, cerchiamo di capire che è anche un costo".

Lo sciopero è un costo e lui vorrebbe limitarne il diritto. Legittimo pensarlo, se non fosse che stiamo parlando di sinistra. E in tutto questo parallelismo berlusconiano non poteva mancare la battuta anti Merkel, che pur senza definirla “culona”, le si ricorda che un po’ di polvere alle elezioni gliela si è fatta mangiare: “Io rappresento il partito più votato. Tu hai preso 10,6 milioni di voti, noi 11,2: sono cose che capitano. Quindi abbiate rispetto per il mio paese e per il mio partito”. Il Renzi dall’ego smisurato non si poteva astenere. E tanto per non lasciare dubbi su cosa lui pensa di una sinistra meno pragmatica, più idealista (e, forse, più sinistra), Renzi sentenzia: “le sinistre arcobaleno perdono e fanno perdere l'Italia”. E anche questi sono stati messi a posto. Che dire, questa è la nuova sinistra, la sinistra 2.0 o, più correttamente, la sinistra 0.2, nel senso delle percentuali, come nei succhi di frutta dove ti indicano in percentuale la reale presenza della quantità di frutta. Nel PD, con Renzi, c’è lo 0,2 per cento di sinistra, tutto il resto è acqua e sostanze di dubbia origine.

GIUSI  BUTTITTA

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BASTARDI  DENTRO – Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali. 4 Luglio 1952, Tour de France, è la tappa che da Losanna conduce all’Alpe d’Huez, Coppi e Bartali stanno affrontando il passo del Galibier, un fotografo, Carlo Martini, che lavorava per l’Omega Fotocronache, immortala i due mentre si passano una bottiglia. Gli acerrimi rivali, due simboli dell’Italia del dopoguerra, identificati (un po’ forzatamente) nel democristiano Bartali e nel comunista Coppi, per attribuire alla sfida un risvolto politico ed ideologico, si soccorrono. Sono rivali, non nemici. È lo spirito dell’Italia del dopoguerra che deve ripartire, si deve ricostruire, è l’immagine di un’Italia bonaria, forse semplice, ma consapevole che le divisioni fino all’odio reciproco e trasversale non servono, gli italiani sanno che la salvezza dell’uno non sta nella fine dell’altro, sanno che al di là delle divisioni la comunità non abbandona il singolo, nemmeno se è un tuo rivale. La mutualità che si contrappone alla selezione naturale.

Torino, 5 Ottobre 2014, allo Juventus Stadium si sfidano Roma e Juventus. Partita di cartello, si confrontano le due squadre più forti del campionato. La partita (apprendo dalle cronache dei giornali) è segnata da almeno cinque episodi controversi che l’arbitro dirime così: due a favore della Roma e tre a favore della Juve (mi fido di quello che ho letto). Comincia il Far West, prima in campo, poi fuori. A caldo, Totti, simbolo della Roma e di Roma, dice chiaramente che il campionato è falsato, come del resto i precedenti, e che finché ci sarà la Juve loro potranno arrivare solo secondi (quando si dice il far play e cultura della sconfitta), a Totti risponde la moglie di Andrea Agnelli, Emma Winter, lo fa via twitter “I wish Totti would go and play in his own League” (in inglese, chissà perché, forse fa più figo). Insomma, cortile. C’era una volta la classe sabauda della famiglia Agnelli. C’era l’ironia sottile di Gianni, l’aplomb di Umberto. E fin qui siamo nell’ambito, seppur con qualche sconfinamento, del territorio calcistico. Ma, arriva il giorno dopo e lo sconforto aumenta. A dismisura. L’Italia sta attraversando uno dei suoi momenti più difficili sia da un punto di vista sociale che economico, la politica la si immagina impegnatissima a cercare una via per uscirne. Ebbene, ecco cosa avviene il giorno dopo di Juve-Roma.

Prendo dai giornali: “Esposto in Consob per gli errori arbitrali di Juventus-Roma, L’iniziativa è firmata dal deputato del Pd, Marco Miccoli” (il Miccoli, ha ritenuto indispensabile, oltre all’esposto, anche un’interrogazione parlamentare – mi chiedo se il PCI di Berlinguer avrebbe tollerato un Miccoli o lo avrebbe espulso immediatamente); l’alfaniana Saltamartini: “Juventus-Roma miglior giocatore in campo per la Juve è l’arbitro Rocchi”; Paolo Cento (Sel) “Juventus-Roma è un fatto di civiltà che la magistratura ordinaria possa occuparsi del calcio se ci sono fatti da analizzare” (un fatto di civiltà? La magistratura?); Maurizio Gasparri (la sua stessa presenza in parlamento, assieme a quella di altri veterani, è la dimostrazione che l’uso della parola “cambiamento” è, nel nostro caso, fuori luogo; esercizio di illusionismo), indignatissimo, in risposta al giornalista che chiede se non è il caso di occuparsi di questioni un tantino più serie di un arbitraggio di una partita di calcio, risponde “Il calcio non è un problema secondario. Il calcio è un evento che ha un impatto non solo economico ma anche sociale. La cosa da rifiutare è questa demagogia del cazzo che lei fa. Lo può scrivere”. Siamo tutti demagoghi. L’Italia, si avventa, si scaglia, si inferocisce, digrigna i denti, perde la testa. Trasuda violenza, per una partita di calcio.

Torniamo a quel 4 Luglio del 1952 e sovrapponiamolo al 5 Ottobre del 2014, come e cosa è cambiato, in Italia, in questi sessantadue anni? Perché ci siamo così incarogniti? Coppi e Bartali, e il bar sport politico, sono due metafore di due Italie? Oh, yeh… risponderebbe Jannacci. È l’Italia dei senza speranza, impalpabile, ferocemente frivola, intimamente violenta. Quella dei deresponsabilizzati. Dei cavilli per farla franca. Dell’impunità al governo e del governo delle impunità (vent’anni di Berlusconi sovrapposti a vent’anni di sinistra via via sempre più diluita, incidono). Un’Italia nemica al suo interno.

A proposito di responsabilità. Pianura, periferia napoletana. Un quattordicenne viene seviziato, in quanto grasso, in un autolavaggio, utilizzando il tubo dell’aria compressa. Risultato: ragazzino in fin di vita, sette ore di operazione e colon asportato. La sua vita è segnata per sempre. Condannato a difficoltà indicibili. I protagonisti sono un ventiquattrenne sposato e padre di una creatura di due anni e altri due adulti. Lo sdegno è superfluo esprimerlo, ma ancora più vergognose, se è possibile, sono state le parole dei parenti del ventiquattrenne: “non è stata violenza, solo uno scherzo finito male”. Minimizzare, allontanare le responsabilità anche quando ti schiacciano. Negare l’evidenza. E torniamo all’Italia che fu. Di fronte ad un episodio, anche molto meno brutale di questo, la famiglia prendeva le distanze, si metteva in prima fila, diceva “se è stato lui è giusto che paghi”. Lo dicevano i padri, lo dicevano le madri. Non per meno amore, ma per un senso di dignità. Ecco la grande assente, la dignità. L’analisi sociologica di questo mutamento antropologico sarebbe lunga e ci porterebbe lontano, ma, sicuramente, lo spettacolo continuo di chi ha governato l’Italia rimanendo impunito malgrado l’evidenza dei fatti, ha contribuito a rafforzare l’idea che ogni verità, anche la più bieca, vergognosa, atroce, può essere edulcorata, manipolata, raccontata in maniera diversa.

Se i festini possono diventare simpatiche cene conviviali, le violenze su un ragazzino possono essere raccontate come simpatici scherzi finiti male. L’Italia, ammalata cronica di ghedinismo. Intanto, un presidente della repubblica e un boss mafioso rischiavano di ritrovarsi in un’aula di tribunale. E anche questa, se volete, potete leggerla come un’istantanea metaforica.

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GIUSI    BUTTITTA

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