Guttuso, chi? - di Giusi Buttitta

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Bagheria e le occasioni mancate – Sulla chiusura del Museo Guttuso si è detto tutto. A parte una certa dose di strumentalizzazione, c’è stata indignazione, rabbia, si sono battuti i pugni sul tavolo, ci si è agitati legittimamente. Tutto giusto, molto condivisibile, ma anche abbastanza decontestualizzato.

Chiude un museo che ospita opere di grande spessore e viene voglia di mettersi di traverso, di farsi incatenare, pur di impedirlo questo sfregio; poi pensi a Bagheria e al suo rapporto con la bellezza, con la cultura e cominci a riflettere che anche se non è giusta la chiusura è, sicuramente, nell’ordine delle cose. Una naturale conseguenza. Figlia di una discesa. Agli inferi. Per proteggere bellezza e cultura occorre conoscenza, occorre coscienza, occorre memoria, occorre consapevolezza. I feticci non servono a nulla, le foglie di fico ancora meno.

La domanda brutale è: quanti bagheresi hanno in questi anni visitato il museo? Quanti in percentuale? Perché questa comunità dovrebbe difendere il museo quando negli ultimi sessant’anni (e ripeto, sessanta; è una storia che parte da lontano) ha massacrato ogni cosa che era massacrabile? Le due opere che negli ultimi vent’anni hanno riguardato da vicino Bagheria, sino a dargliene il titolo, sono il romanzo “Bagheria” (1993) di Dacia Maraini e il film “Baarìa” (2009) di Peppuccio Tornatore; in entrambi i casi c’è un momento in cui lo scempio, il processo di volgarizzazione di questo paese, viene messo in risalto, sottolineato, fino a farlo diventare un atto d’accusa. Non mi sembra un caso. Quello a cui assistiamo ed abbiamo assistito è un percorso che non tende a cristallizzarsi, ma avanza implacabile.

Oggi, l’unico dibattito che si può aprire su Bagheria è questo: Bagheria, un paese agonizzante o, definitivamente, un paese zombie? Parliamone. Perché difendere il museo è di un giusto che sfiora l’ovvio, in linea di principio, ma se in linea d’area, a un chilometro circa da Villa Cattolica, troviamo il girone dantesco della spiaggia di Aspra (percorrete a piedi il lungomare in direzione Ficarazzi), vergogna realizzata negli anni da questa comunità, dalla sua capacità di esprimere amministratori capaci, dal suo livello civico, allora la chiusura del museo diventa solo l’ultimo atto (in senso cronologico) non di una deriva, non di un aggravamento, ma di una putrefazione.

La morte di un’identità che lascia come macerie un quartiere dormitorio caotico, sporco, per certi aspetti, invivibile. Questa è Bagheria, esagero? Non credo, basta fare l’elenco di quello che si è fatto male, di quello che non si è fatto e delle occasioni che si sono sprecate.

È superfluo compilare cahiers de doléances (nemmeno una pista ciclabile siamo stati in grado di realizzare e gestire). Di fronte a questo spettacolo dell’abbrutimento progressivo e inesorabile, la barricata del museo come argine da contrapporre a questa discesa agli inferi, sa di inutile, retorico, addirittura una foglia di fico controproducente, perché copre quando serve svelare.

Questo si merita questa comunità, che non è nemmeno in grado di raccogliere i propri rifiuti, che non ha remore ad abbandonarli al primo angolo, che si ingolosisce di fronte ad un’area incustodita e la trasforma immediatamente in discarica abusiva; questo si merita: il museo chiuso. E dire che Bagheria ha goduto della fortunata coincidenza di aver legato il proprio nome a personaggi come la Maraini, Scianna, Tornatore, Buttitta, Guttuso; un patrimonio di opportunità da costruire attorno a questi nomi, potenzialmente, volani eccezionali. Invece nulla, perché quella parte di Bagheria che grugnisce non apprezza la cultura, non comprende la bellezza, non sa che farsene. L’unica cosa “alta” che Bagheria ha espresso in questi anni sono i palazzoni, e basta. Quindi, che venga pure Fabio Carapezza Guttuso a riprendersi i quadri del padre, smettiamola con questi avamposti, con questa cattedrali nel deserto gestite come peggio non si poteva, dotate di strumentazioni medievali. Basta con gli slogan.

Ed è quasi paradossale che a prendere questi provvedimenti sia un’amministrazione che è arrivata sulla spinta di una non più procrastinabile necessità di cambiamento e che invece, forse suo malgrado, chiude i musei, riapre il corso e non riesce a pulire le strade. Perché forse è arrivata troppo tardi, voleva rianimare ed invece sta soltanto costatando un decesso, e la smettesse anche quella parte politica che ha governato fino a ieri e che oggi prova a sbraitare indignazione, dove sono stati in questi decenni? In conclusione, troppo manifesta è l’inclinazione al degrado per poter anche solo concepire un’inversione di rotta.

Chiudiamo tutto e tra qualche anno sarà normale chiedere e chiedersi: Guttuso, chi?

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Giusi Buttitta

 

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