Bagheria, mon amour…di Giusi Buttitta

senza zucchero
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Da un po’ di tempo più di una persona mi chiede, con una frequenza che sfiora la quotidianità, perché in questo spazio non tratto più argomenti legati alla realtà bagherese. La domanda contiene un rimprovero e un invito: torna ad occupartene (qualcuno insinuava simpatie politiche che portavano a omissioni… gente che non sa cosa sia l’onestà intellettuale…). 

Alla domanda, finora, non ho mai risposto, ho fatto spallucce, mi sono rifugiata dietro un fumoso “è capitato così…” chiuso da un sorriso di circostanza. In verità, la risposta ce l’avevo, solo che era troppo d’impatto, avrebbe aperto discussioni infinite che, francamente, mi hanno annoiato. Perché la risposta è politicamente molto scorretta e dura da digerire, anche per me. Già in passato ho manifestato quello che si può etichettare come pessimismo (cosmico) o come spietato realismo (dipende dalla visione delle cose) e continuare a farlo rischia di suonare retorico, ridondante, stucchevole.

Lo faccio per l’ultima volta, tranne eclatanti accadimenti. La risposta alla domanda “Perché non scrivi più di Bagheria?” è “Perché, alle condizioni attuali, Bagheria è un posto senza speranza”. Punto. Il comune è in bancarotta, la spazzatura ci sommerge, la distribuzione idrica (questa è una new entry) fa acqua, anzi, non la fa (ci scherziamo sopra…), i tetti delle scuole cominciano a sbriciolarsi sulle teste dei bambini (lo fanno quasi con pietà, qualche calcinaccio per avvertire e metterli in salvo; e questa è una metafora perfetta: un edificio scolastico che viene da un lontano passato minaccia di crollare sulle teste delle giovani generazioni; le colpe dei padri come un fucile puntato contro la testa dei figli), addirittura alle persone indigenti che si recano alla Caritas viene rubata l’auto (e anche questo episodio ha una sua valenza simbolica non certo trascurabile: la vecchia lotta tra poveri ha sempre una sua attualità…).

E ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ci sono problemi atavici, c’è degrado incancrenito, c’è il massacro del “bello” figlio dell’incuria e, come se non bastasse, ci sono tutti i problemi della Sicilia, dell’Italia. Poi che c’è? C’è la politica. Appunto. Riduciamo la questione a un concetto espresso in estrema sintesi: la politica che ha governato questa comunità ha fallito. 

La logica dell’alternanza, non più alternabile, quasi per disperazione, ha avuto un suo sbocco nella squadra dell’attuale sindaco, come se si fosse detto alla vecchia politica: “Ora Basta! Mettiti da parte che ci governiamo da soli”. Sono giovani, forse ingenui, sicuramente speranzosi (già, la speranza). Risultato? Siamo sinceri, rispetto alla rivoluzione che ci aspettavamo possiamo dire che la montagna ha partorito il topolino e, forse, nemmeno quello. E lo dico con rispetto e quasi con l’affetto che la generazione dei fratelli maggiori prova verso quella dei fratelli minori, perché tutto si può dire alla squadra di Patrizio Cinque, tranne che non ci abbiano e non ci stiano provando. Ci hanno messo la faccia e il cuore, non era facile, anzi era difficilissimo. Forse, impossibile. Di fatto, nella percezione generale, poco è cambiato.

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Probabilmente, ha fatto pure comodo a una vecchia politica aver trovato qualcuno che in un momento così difficile gestisse le patate bollenti, a cominciare dalla questione dei precari. Ma, in ogni caso, per certi aspetti, a questo punto, è anche inutile attribuire responsabilità, per un attimo mettiamole da parte. Guardiamo avanti (e indietro). Che Bagheria sia incapace di esprimere una classe dirigente in grado di amministrarla mi sembra evidente (lo dice la storia e lo dice la cronaca), aggiungiamoci a questo l’assenza (quasi assoluta) di un’identità economica (dagli agrumi, passando dall’edilizia, per arrivare sino al nulla – di cosa vive Bagheria??? Il terziario autoreferenziale non lo chiamerei “economia”), e la povertà di risorse di un comune tecnicamente fallito.

In sintesi, manca: 1) Qualcuno capace di amministrare la comunità; 2) La capacità del territorio di produrre reddito; 3) Le risorse per ogni tipo di progetto di rilancio.

Di fronte a questo scenario, certo, si può sempre provare a sperare, nessuno lo proibisce, ma è chiaro che se le condizioni rimangono queste non se ne esce. Da bambini, alle elementari, i cinquantenni di oggi vergavano temini sulla fame nel mondo. Dopo cinquant’anni in Africa si continua a morire di fame.

Il tempo non guarisce le ferite; l’azione sì (ma deve essere chiaro CHI la conduce, DOVE si va, e COME si porta avanti). Qui, premesso che è assolutamente necessario individuare il medico, bisogna capire se Bagheria è un malato grave (ma che ha ancora la chance di una cura possibile) o Bagheria è un malato terminale, incurabile.

Nel secondo caso, la speranza è solo una forma di umana pietà. Serve il miracolo e in questi casi quelli che si aggrappano al miracolo sono le persone che più amano il malato. Quelli che non si vogliono arrendere all’evidenza. Ma, il più delle volte, non serve a nulla.

Giusi Buttitta

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