Alfabeto baarìoto dei luoghi: Quando andavo in colonia alla Certosa-di F.Speciale

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Non ricordo più in quale anno, di sicuro in un’estate dei primi degli anni Cinquanta e forse per più anni, andavo con altri bambini in colonia estiva alla “Certosa”.

Ci radunavamo alla “Madrice” e poi raggiungevamo a piedi Palazzo Butera. Superata la cancellata entravamo attraverso l’ingresso laterale nel cortile dove sostavamo un po’. Non ricordo molto di cosa si facesse nell’attesa, solo qualche vago ricordo di frenetica irrequietezza con grida di bambini nell’attesa si salire lungo una scalinata che portava ad un terrazzo-balconata, di più non ricordo.

Ci accompagnavano le “signorine-maestre”. Giunti sul terrazzo-balconata sparivano allo sguardo le “pietre”, mura case costruzioni e lo stesso palazzo Butera, e come per un incanto si apriva la vista sul giardino di Palazzo Butera. Ci accalcavamo per vedere da lontano la “Certosa” e il viale che conduceva a essa. Le “signorine” ci guidavano giù per la scalinata, ricordo un po’ ripida, che dal terrazzo-balconata ci portava al viale. Non avevo mai visto una villa con viale fiancheggiato da “statue” fatte di pietra d’Aspra, sculture ornamentali a forma di vasi, e penso che nessun altro bambino che andava in “colonia alla certosa” ne avesse vista una.

Nella villa-giardino ci crescevano i mandarini, forse, non ricordo bene non ne sono sicuro, comunque quegli alberi avevano la “forma” familiare di quelli che crescevano nella campagna dei miei genitori; le “signorine” ci controllavano che nessuno uscisse dalla processione per andare a “rubarli”. (Nella propria campagna i mandarini si raccoglievano, nella campagna degli “altri” invece si “rubavano”). Si camminava lungo il viale e ammiravo i grandi vasi di pietra d’ Aspra e gli alberi, quelli alti e scuri, i cipressi; nella “campagna “ di papà e mamma, per confronto, non ne crescevano di alberi così alti, ci crescevano solo i limoni e gli ulivi, ed erano così fitti che lì in mezzo sembrava di trovarsi in un bosco.

Il viale era largo e lungo e si procedeva sullo sterrato fino ad una vasca con una statua di donna che segnava l’incrocio con altro viale. Noi giravamo la vasca da destra e subito dopo ci appariva la “Certosa”, fiancheggiata a destra e a sinistra da alti cipressi scuri; a me i cipressi, gli alberi dei morti-cimitero, non incutevano soggezione, anzi li guardavo con piacere e ammirazione, facevano un buon odore e intorno ci volavano e cantavano allegri gli uccellini.

 

Di tutti i bambini che andavano alla colonia alla Certosa, me ne ricordo solo uno, Doruccio. Ricordo che era il benamato delle “signorine-maestre”, era il più socievole di tutti ed era bravo ad organizzare giochi e passatempi e, perciò, è rimasto tra i miei ricordi legati alla “Certosa” o a quanto di essa ormai è rimasto. Però in colonia ci si andava anche per il “doposcuola”; penso che si trattasse di qualcosa che oggi si direbbe “corsi di recupero potenziamento”. Di tutto quello che ho tentato di richiamare dalla memoria ne è rimasto ben poca cosa, io stesso e la Certosa, malconcia privata ormai del suo antico incanto ... ormai sono solo ricordi, è rimasto ben poco dei luoghi.

Ho scritto, ho tentato di scrivere, come un bambino di 6-7 anni potrebbe scrivere le proprie impressioni su fatti ed esperienze di vita.

Francesco Speciale, classe 1946

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