Recital nelle piazze della Sicilia- di Carlo Puleo

Storia Locale - Personaggi
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Nel 1963 soffiava il vento del nord.
La pentola italiana bolliva.
I giovani che allora credevano possibile un cambiamento radicale spingevano la carrozza sfasciata della politica italiana. Io ero fra questi e credevo nell’utopìa dell’eguaglianza e della giustizia.
A quei tempi ero particolarmente interessato a conoscere la realtà dei paesi interni della Sicilia.
Seguire Ignazio era per me una opportunità, per venire direttamente in contatto con questa gente.

Allora avevo una vecchia 500 Belvedere che parcheggiavo sempre in discesa per assicurarmi la partenza. Non è facile scrivere quello che succedeva nelle piazze quando Ignazio recitava.
La gente andava in delirio, i contadini alzavano i bambini in aria.
Il palco veniva preso d’assalto dai giovani che ad Ignazio facevano mille domande. C’era il pericolo che il palco crollasse. A me spettava di parare la folla, con poco successo.

Quando Ignazio diceva:” Il pittore Puleo vende i libri”, la folla mi assediava. Quello era per me il momento critico... Immaginate la confusione. Tutto questo durava una ventina di minuti, poi la folla si spostava verso Ignazio che faceva la dedica a tutta pagina.

“Come ti chiami? - cosa fai?- sei sposato?”.
Dopo una serie di domande usciva la sentenza che lasciava meravigliati per l’acutezza nel descrivere il personaggio. Io ho letto migliaia di dediche e qualcuna l’appuntavo.

Si ritornava molto tardi dopo aver cenato in qualche trattoria o, se si trattava di festival, si mangiava pane e salsiccia negli stands.
A quel punto avveniva la metamorfosi:Ignazio prendeva la penna e in pochi secondi faceva il conto dei libri venduti.
A me mancavano sempre soldi perché nella confusione qualcuno non pagava.
Io facevo quadrare i conti con la vendita delle mie litografie che avevo sempre con me. I l palco veniva fatto nella piazza più importante del paese.

Ignazio prima di salire e recitare si informava sulla situazione politica del paese: se c’erano emigrati, se esisteva una biblioteca, se c’erano gabinetti pubblici e qual’era il numero degli abitanti.

Di solito c’era qualcuno che presentava Ignazio al pubblico.
Lui saliva sul palco, salutava sventolando il berretto e iniziava la sua introduzione-comizio:” Ho saputo che in questo paese non ci sono gabinetti pubblici; se arrivano dei turisti e vi chiedono dove sono i gabinetti, li mandate a casa del Sindaco ? E se sono cento?

Il discorso seguiva con le biblioteche e Ignazio diceva che in questo settore siamo peggio dell’Africa.
Poi parlava di quelli che leggono i fumetti, di quelli che vivono nel fumo, di quelli che sognano, di quelli che conoscono tutti i cantanti e gli sportivi e non conoscono quelli che fanno la storia e cambiano il mondo.
Leggono solo i giornali degli scimuniti”. Questa frase calibrata bene era di grosso effetto. Fra il pubblico c’erano quelli che si guardavano in faccia perché sino a quel momento si erano sentiti grandi lettori e poi, di colpo si trovavano relegati fra gli scimuniti.

Ma la colpa non è vostra - ripeteva Ignazio -.è dei nostri dirigenti e dei nostri politici che queste cose non ve le hanno dette mai”.
Poi per alleggerire il discorso parlava del proprio paese. “Bagheria fa cinquantamila abitanti; i contadini sono tra i più bravi e intraprendenti del mondo. A Bagheria i gabinetti pubblici ci sono, ma solo per gli uomini; e le donne?
Anche la biblioteca c’è, ma è stata confinata fuori dal paese, come a dire: in paese la cultura non la vogliamo. A Bagheria, da parecchi anni la situazione politica è sempre la stessa- Cu mancia mancia.


Ora vene racconto una bella: “A Bagheria c’è un poeta impiegato al Comune che si chiama Castrense Civello, a lui spetta il compito di preparare i discorsi che poi i sindaci leggono nelle occasioni particolari. Immaginate; da tanti anni i Sindaci cambiano ed i discorsi sono sempre uguali”.

Poi cominciava a parlare dell’importanza del dialetto; diceva che ci sono quelli che ai bambini insegnano a parlare solo l’italiano e non sanno quanta ricchezza c’è nella lingua siciliana. A questo punto l’ironia di Ignazio toccava l’apice:”Al mio paese ce ne sono tanti che parlano in italiano. Io vado spesso dal mio cardiologo per un controllo. Quando arrivo vedo il figlio alla finestra e gli dico:;” Attia, chiama a to patri”.
Niente, il ragazzo mi guarda come se non avesse sentito; poi penso: vuoi vedere che questo è italiano? Lo richiamo: ”Senti ragazzo, chiamami tuo papà”.
Il ragazzo si gira verso l’interno: “Paparino, paparino, c’è un signore che ti cerca”. Che cose buffe!

Quando iniziava con le poesie partiva con “Parru cu tia“. Questa poesia veniva spesso richiesta dal pubblico e riscuoteva sempre forti applausi. Allora gli animi erano troppo caricati e spesso gruppetti, di idee diverse, venivano a botte.
Io consigliavo a Ignazio di non premere troppo il tasto, ma lui faceva sempre di testa sua.
Tenevo sempre d’occhio la mia macchina per timore che qualcuno potesse manomettere qualcosa perché finito il recital dovevamo avventurarci per delle ore in strade di montagna.

In verità non ci è capitato mai niente, solo una volta abbiamo rischiato la pelle, ma fu per colpa del sonno. Erano le due di notte e percorrevamo la strada che da Bisacquino porta a Corleone. Ignazio dormiva, io ero stanchissimo. Ad un certo punto mi sono addormentato; la macchina continuò a camminare e si fermò su una scarpata che costeggiava la strada. Avrò dormito per una decina di minuti. Quando mi svegliai mi meravigliò che non si fosse capovolta.
La macchina stava in bilico su un fianco; il motore era spento ma le luci rimasero accese. Ignazio russava. Misi in moto e ridiscesi piano piano riprendendo la strada che subito girava a gomito; appena cinquanta metri più avanti c’era un burrone profondissimo.

Quando Ignazio si svegliò gli dissi .”Lo sai che siamo vivi per un pelo?” e gli raccontai il fatto.

Alla fine lui mi disse:”A vita e a morti sunnu ru cosi chi vannu a braccettu”.



Foto accanto: Carlo Puleo, autore dello scritto.
Il racconto è tratto dal suo libro "Un pittore ed un poeta nelle piazze del mondo" edito nel 1988 da Il Vertice / libri

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