Rocca Busambra, simbolo della poesia futurista di Giardina - di Marina Galioto

Storia Locale - Personaggi
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Rispetto ad altri uomini che contribuirono all’affermazione del fenomeno futurista italiano e a tutti quelli che vi sono stati intruppati, la personalità di Giacomo Giardina si mostra molto meno lineare, più rotta ed incoerente, ma anche per questo più varia ed imprevedibile.


Il Futurismo, al di là della tendenza tipica a certo sperimentalismo linguistico, poggiava la sua poetica su temi di grande attualità e sensibilità critica: c'era, infatti, anche l’inno “superomista” del mito interpretato da Marinetti e seguaci, homini novi pronti a tutto per amore del progresso e di quell' "estetica dei gesti" che emancipava se stessa esprimendo un atteggiamento vagamente fanatico, sprezzante nei confronti della società tutta.

E Giardina, stregato anche lui dal fascino seduttore della “macchina”, trovava la sua cifra poetica mescolando il desiderio condiviso di radicale rinnovamento sociale con il viscerale attaccamento alla storia e le storie di quello che definiva il Suo Paese

Anche quando la sua poesia s’immerge in un mare di fantasia creativa, attratto dalle sirene maliarde della nuova era, personificazioni surreali e reali della società in progress, la sua è una concezione che rimane aperta e non integralista, sensibile ai rintocchi di un passato che affonda le proprie radici nella natura particolare di quei luoghi familiari e fondamentali per l’identità personale del poeta: Rocca Busambra, pietrificata nella sua metafora di “intermittenza del cuore”, amuleto invocato e rivelato.

Come in una preghiera, il devoto Giardina evoca la sua musa, chiama la sua poesia presso la sorgente della sua ispirazione, la rocca dalla quale non potrà mai separarsi:




Si erge solenne
La montagna della mia poesia,
che al suo centro si apre

come un enorme ventaglio rameggiato di cerri scuri.
[…]

Come verde mare:
mare di foglie
che veniva ad allargare d'amore la vela sperduta del mio cuore.
Rocca Busambra,
quante notti riposai al tuo piede
granitico!


[…]
Sì, lontano da te non posso vivere;
e mi aggrappo ai pennelli degli alberi,
o Rocca Busambra
ora viola, ambra;
ora verde, rossa nera, azzurra…
grandiosa tavolozza del mondo
dove il rotondo
sole
pittore,
compone i tesori
dei suoi vivi colori!…


(Rocca Busambra, 1929; inserita in 'Quand’ero pecoraio' – 1931)


L’impronta dello stile, certamente futurista nella composizione e nella scelta del linguaggio non lasciano dubbi sull’appartenenza dell’artista al genere.
Proprio il bisogno di personificare la Natura che lo circonda, dando forma e colore alle presenze che abitano i suoi luoghi, permettono a Giardina di colmare lo scarto che avverte fra la sua esperienza di uomo e poeta pecoraio, isolano-isolato ma nello stesso tempo cittadino-ingranaggio della chiassosa cricca futurista che muoveva i primi passi su tutto il territorio italiano.

La poesia gli permette di fondersi nell'armonia panica di una natura che non è mai gelidameente arcadica, ma in uno slancio emozionale dionisiaco, fulmineo, librato nei versi che sono istantanee scattate dal suo cuore, il poeta esprime il suo vero canto, come quando nelle brevi pennellate di un tramonto bagherese, narra il fascino di una sconosciuta, un flash-back di rituali quotidiani, l’ossessione di un sogno erotico.

Libero, in aperta campagna, trova sfogo creativo nella pace dell’essenza boschiva, cantando il suo istinto primordiale, anarchico e ribelle, nelle forme di questa poesia immaginifica: accanto al ritmo di una melodia simile a certa lirica greca dei primordi, ma anche ai toni di avanguardia decadente tipici degli “scapigliati” italiani, sottentra il fascino di miti futuristi, e Giardina sceglie quì di ambientare il suo topos letterario, Rocca Busambra come simbolo poetico delle ansie e delle fascinazioni della sua poesia moderna.

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