Il pentito bagherese Morsicato individuato in località protetta: “Il mio vicino è del mio paese”

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Il collaboratore di giustizia Benito Morsicato ha rilasciato un intervista alla testata CiSiamo.info, che di seguito riportiamo integralmente, in cui dichiara di essere stato individuato nella località protetta in cui vive da poco più di mese, in quanto il Ministero dell'Interno ha affittato per lui una casa accanto a una persona del suo stesso paese di provenienza, Bagheria.


“Ho paura perfino a stare in casa”. Esordisce così, al telefono, Benito Morsicato, ex affiliato del clan mafioso di Bagheria e oggi collaboratore di giustizia. “Ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me…”

È sconvolto e arrabbiato allo stesso tempo Benito Morsicato e, proprio per questa rabbia, ha deciso di contattarmi per dirmi che non ce la fa più. Ha già lasciato in passato il Programma di protezione, ma poi ha sempre creduto alla promessa che potesse andare meglio, per se stesso, per sua moglie e per le sue due figlie, di 10 e 16 anni.

«Ho fatto bene – mi dice al telefono – quando, lo scorso 16 maggio, ho abbandonato il Programma di protezione e sono tornato a Palermo: lì, paradossalmente, mi sentivo più sicuro. Almeno i Carabinieri del posto mi conoscevano e cercavano di proteggermi come potevano».

A 20 chilometri da Bagheria, però, Morsicato è esposto a rischi che lo Stato non può far finta di non vedere. E così, proprio su suggerimento di quei Carabinieri che avevano tentato di proteggerlo, rientra nel programma di protezione e si trasferisce in una località protetta.

«A settembre 2018, il primo giorno di scuola, mia figlia torna a casa ancor prima che finisse l’orario scolastico: “Papà – mi dice – in classe con me c’è la nipote di Nicola Testa”». Nicola Testa, per chi non lo sapesse, è un boss mafioso proveniente proprio da Bagheria. «Attualmente – spiega Morsicato – è detenuto anche grazie alle mie dichiarazioni».

«Inoltre – aggiunge il collaboratore di giustizia al telefono – frequentando il bar sotto la casa in cui il Ministero dell’Interno faceva alloggiare me e le mia famiglia, scopro che tutti sapevano che in quell’appartamento vivevano pentiti di mafia o loro parenti».

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Come prevede il regolamento, Benito Morsicato comunica tempestivamente il tutto ai suoi referenti delle Forze dell’Ordine. Loro fanno le indagini e, alla fine, richiedono l’immediato trasferimento.

«Il 22 novembre sempre del 2018, dopo neanche un mese e mezzo dal mio rientro nel programma di protezione, ci trasferiscono quindi in una nuova località. Subito mi accorgo che la caldaia dell’appartamento in cui avremmo dovuto vivere non era sicura, in quanto vi erano evidenti perdite di gas. L’ho fatto presente agli agenti del Nucleo Operativo di Protezione (Nop), che più che promettere l’intervento di qualche tecnico non hanno fatto».

«Un giorno, nell’accendere la caldaia manualmente, c’è stato un ritorno di fiamma e quindi, preoccupato per l’incolumità mia e della mia famiglia, ho chiamato direttamente il Servizio Centrale di Protezione a Roma e da lì mi hanno autorizzato a contattare tempestivamente i Vigili del Fuoco. I miei sospetti non erano infondati: sono stati messi i sigilli all’intero impianto di riscaldamento della casa, perché non era a norma».

«A quel punto – continua Morsicato – i Nop, sollecitati dal Servizio Centrale di Protezione, mi chiedono di preparare subito le valigie e mi trasferiscono in una nuova località, la terza in 4 mesi». Lì inizialmente sembra, finalmente, andare tutto bene: «Ho solo dovuto sollecitare più volte l’iscrizione delle mie figlie a scuola, che in 4 mesi hanno frequentato pochissimi giorni visti i continui trasferimenti».

Ora però Benito Morsicato ha scoperto che anche questa località, un piccolo paesino del Nord Italia, non è sicura per lui e per la sua famiglia: «Una ventina di giorni fa, un signore che abita nel mio stesso palazzo, composto da soli 4 appartamenti, di cui peraltro uno è vuoto, suona il mio campanello. Per scrupolo e per diffidenza, faccio rispondere alla mia figlia più grande: era semplicemente un vicino di casa che, come gentilezza, voleva presentarsi ai nuovi condomini».

«In quell’occasione – chiarisce Morsicato – ho evitato di farmi trovare, facendo dire a mia figlia che noi genitori eravamo fuori casa. Noi collaboratori di giustizia meno legami stringiamo e meglio è».

«Ieri, però, ero nel cortile condominiale della palazzina in cui vivo, quando mi sono sentito chiamare per nome: per istinto mi sono girato e ho visto un uomo che non riconoscevo. Lui però sì, lui riconosceva me. Mi aveva riconosciuto già da diversi giorni, per questo era venuto a presentarsi a casa mia. Sapeva chi ero, chi ero stato e cosa avevo fatto, perché era del mio stesso paese, Bagheria».

«Fra l’altro – aggiunge Morsicato – ha lo stesso cognome di una persona a cui io stesso ho fatto estorsione: non so se siano parenti, ma ovviamente mi spaventa questa possibilità. Per questo ho deciso di denunciare, di dirlo di nuovo ai Nop, pur consapevole che probabilmente questo vorrà dire un nuovo trasferimento, per me ma soprattutto per le mie figlie».

«Ma è questo il modo di individuare una località per un Collaboratore di Giustizia?», si chiede il collaboratore Morsicato, che poi aggiunge: «Io non ce la faccio più: non posso continuare a trasferirmi, a cambiare casa, a far cambiare città scuola, amicizie alle mie figlie. In 4 anni e mezzo che sono collaboratore di giustizia ho già effettuato 10 trasferimenti, di cui 3 negli ultimi 4 mesi».

«Fra l’altro – prosegue Morsicato – continuano a trasferire in località della stessa regione, benché io abbia fatto più volte presente che non è una zona idonea in quanto conosco molte persone. Spero che ora, dopo il terzo trasferimento, ascoltino finalmente la mia istanza».

«Se non fosse per un Capitano della Guardia di Finanza, mio referente al Servizio Centrale di Protezione, lascerei di nuovo il programma per non rientrarci più. È l’unico che mi dà sostegno come uomo e come funzionario dello Stato».

«Per il resto – conclude Morsicato – credo che lo Stato non abbia più voglia di proteggermi: temo che questi continui errori rientrino in una tattica affinché, finiti i processi, noi collaboratori di giustizia ci stanchiamo e ce ne andiamo di nostra iniziativa dal programma di protezione».

FONTE - Ciiamo.info