La Sicilia non è semplicemente una regione d’Italia: è un continente – di Ezio Pagano

Esiste una storia che difficilmente si trova nei libri di storia: la Sicilia non è semplicemente una regione italiana; la Sicilia è un continente travestito da isola.

QUA VA IL LORO BANNER

A sostenere con convinzione che la Sicilia fosse un continente era Gillo Dorfles, cittadino onorario di Bagheria. Un continente autosufficiente, dotato di una sua etica e di un suo sistema di vita. In senso metaforico, la Sicilia può fare a meno del resto del mondo.

Esiste un dato di fatto ancora più difficile da contestare: è raro incontrare un siciliano che non manifesti, in misura più o meno evidente, quell’intreccio di qualità, contraddizioni, influenze culturali, virtù e difetti che rende i siciliani il popolo più riconoscibile del Mediterraneo.

Detto in altre parole: il siciliano non rappresenta solo una parte dell’Italia, rappresenta se stesso. Può rappresentare l’Italia quando l’Italia decide di esagerare e, a volte, sembra persino di voler rappresentare l’intero pianeta.

Qui però, casca l’asino. Perché quando si scava sotto la superficie di questa apparente grandezza emerge qualcosa di più profondo. Emergono radici antiche. Tra queste, quelle greche occupano un posto speciale. Dopo millenni di sole, mare e discussioni infinite, quel patrimonio greco si è trasformato in qualcosa di siciliano.

Ma sarebbe un errore fermarsi lì, perché la Sicilia non è figlia di una sola civiltà: è il risultato di tutte quelle che l’hanno attraversata senza mai cancellarne l’identità.

Queste apparenti prodezze affondano le radici in una lunga storia di incontri, contaminazioni e trasformazioni. Una storia che rappresenta l’esperienza mediterranea della Sicilia. È il frutto di secoli di migrazioni, scambi e mescolanze. In questo senso la Sicilia assomiglia più all’America di quanto molti siano disposti ad ammettere, non per dimensioni o storia, ma per la capacità di assorbire differenze e trasformarle in identità: entrambe si sono costruite assorbendo popoli diversi e trasformandoli in qualcosa di nuovo. Forse, questi, sono elementi della democrazia.

In Sicilia la parola “meglio” smette improvvisamente di significare ciò che dicono tutti i dizionari. Per un siciliano il meglio non coincide necessariamente con il bene o il bello. Anzi. Il meglio è l’esaltazione simultanea degli opposti. È il buono e il cattivo seduti allo stesso tavolo. È il giusto che discute con lo sbagliato senza che nessuno dei due decida di soccombere. È il bello che convive con il brutto. È il santo e il contrabbandiere che si salutano per strada chiamandosi compà.

L’etica siciliana non elimina le contraddizioni. Le alleva. Le nutre. Ci convive e ci va a spasso.

Mentre altre culture cercano disperatamente di mettere ordine nel mondo, spesso finendo per impoverirlo, la Sicilia convive col suo caos e gli offre una granita al limone accompagnata dalla brioche col capezzolo.

Per questo motivo ogni storia che nasce in Sicilia da un siciliano — Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Sciascia, Vittorini, Bufalino, Camilleri, Buttitta, sino a molti intellettuali contemporanei, come Scianna, Lo Piparo, Padovano, Morreale — sembra possedere una struttura narrativa diversa da tutte le altre.

Questo perché la Sicilia non ragiona secondo la logica della linea retta. Ragiona secondo la logica del più grande vulcano attivo d’Europa: l’Etna. Accumula pressione e poi, improvvisamente, erutta storie che sfuggono a ogni registro.

Ecco perché gli antichi greci arrivarono convinti di aver trovato un’isola da colonizzare. I fenici arrivarono convinti di aver trovato un porto per i loro commerci. Gli arabi arrivarono convinti di aver trovato una terra strategica da conquistare. I normanni arrivarono convinti di poterne fare il proprio regno. E così via.

Tutti però incapparono nello stesso errore. Pensavano di essere loro a cambiare la Sicilia. In realtà era la Sicilia che, lentamente, cambiava loro.

La Sicilia è uno dei luoghi che meglio hanno saputo assimilare altre civiltà per irrobustire la propria.

Se posso concludere alla mia maniera, dirò solo che alla Sicilia ha sempre mancato una classe dirigente all’altezza della Sicilia.