Da Bagheria a Casteldaccia: i luoghi letterari della Maraini - di M.L. Florio

Da Bagheria a Casteldaccia: i luoghi letterari della Maraini - di M.L. Florio

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Venerdì 20 giugno alle ore 19.15  alla Torre 'Duca di Salaparuta' di Casteldaccia, in occasione del 160° Anniversario della fondazione del comune, presente la scrittrice Dacia Maraini, si terrà un incontro sul tema  "Ricordando Casteldaccia". Alla serata, organizzata dalla Consulta della Cultura, parteciperanno come relatori, lo storico Nino Morreale e lo scrittore Maurizio Padovano. Modera la giornalista Maria Luisa Florio. La scrittrice parlerà dei suoi ricordi all'interno della Torre in cui i suoi avi diedero inizio alla prestigiosa casa vinicola Corvo e nella quale, la stessa scrittrice, ha ambientato un suo noto racconto. 

Nella circostanza pubblichiamo una riflessione di Maria Luisa Florio sui luoghi descritti da Dacia Maraini, in particolare nel romanzo 'Bagheria' e nel racconto 'Un sonno senza sogni', ambientato appunto a Casteldaccia.

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Chiunque legga sa bene che la macchina del tempo esiste. Si può soffrire con Ulisse tra i flutti alla ricerca di Itaca e stare a tavola con la migliore nobiltà russa ad ascoltare le critiche su Napoleone. Essere presenti all’autopsia di Tutankamon e fare il tifo per Pereira durante la dittatura di Salazar. Ma i bravi scrittori ci raccontano anche com’erano i luoghi dove viviamo, suppliscono, spesso, alla memoria lacunosa, alla mancanza di archivi e biblioteche, alla carenza di attenzione per il passato. Ci aiutano a riannodare i fili della memoria, a ritrovarci. Abbiamo un grande debito di riconoscenza verso questi autori, senza di loro non vedremmo mai a fondo, quello che siamo stati e ci perderemmo definitivamente nel grande mare dell’indifferenza e dell’oblio. Tra questi grandi scrittori c’è, di certo, Dacia Maraini: narratrice che non ha bisogno di presentazioni. Tradotta in tutto il mondo, ci ha regalato ritratti femminili straordinari, da Isolina a Marianna Ucria. Figlia dell’antropologo Fosco Maraini e di Topazia Alliata, da bambina, insieme alle sue due sorelle dovette affrontare l’esperienza dura del campo di concentramento in Giappone, per il rifiuto dei genitori di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Nel 1947, liberati dalla prigionia, giungono a Bagheria. L’arrivo è magistralmente narrato nell’incipit del suo noto romanzo 'Bagheria', che rende l’idea, più di qualunque elenco di opere e premi ricevuti, della cifra letteraria della scrittrice.

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“(…) A Bagheria, si entrava allora dal basso, superando l’incrocio della ferrovia dalle spranghe che chiudevano per lunghi minuti sotto il sole fra un mulinello di mosche e moschini. E proprio a quell’incrocio si è fermata la carrozza, davanti al passaggio al livello chiuso. Mio padre è sceso per sgranchirsi le gambe. Il vetturino, intanto parlava col suo cavallo, lo incitava a compiere il suo dovere fino in fondo (…). A destra, un fico gigantesco, da cui pendevano dei sacchetti grinzosi, imbiancati dalla polvere, sembrava sbarrare la strada alle biciclette che venivano su dall’Aspra. A sinistra, si intravvedeva la stazione con le sue lunghe rotaie scintillanti. Davanti c’era la salita verso villa Butera, devastata da enormi buche (…). A piazza Madrice ci siamo fermati un momento a respirare- prosegue la scrittrice (…). Corso Umberto mostrava tutta la povertà di un dopoguerra amaro e patito: delle case sbilenche, delle misere botteghe, un convento, una scuola, un caffè composto da una stanzuccia senza finestre separata dalla strada con una tenda fatta di cordelle intrecciate (…). In quel pomeriggio del ’47 il vetturino si è fermato davanti al cancello di villa Valguarnera maledicendo, le salite, il caldo, le mosche. Una donna grassa, che poi avrei imparato a conoscere bene- Innocenza dal riso facile e affettuoso,- ci ha aperto gridando: Signor Boscu, signora Popopazia, signorina Raci, signorina Ciunka, signorina Ntoni, bene arrivati a Bagheria!” Seguirà il dipanarsi del romanzo che ben conosciamo.

Da Bagheria ci dirigiamo, adesso, verso Casteldaccia. Dobbiamo, però, tornare un po’ indietro nel tempo di circa duecento anni. E’ infatti l’estate del 1744 e Annamaria vive all’interno della torre del Duca di Salaparuta, in piazza Matrice. La donna ha una corrispondenza epistolare con Mirta che sta a Messina: fuggono entrambe dall’epidemia di peste che sconvolse la cittò dello stretto in quei mesi.

E’ l’incipit del racconto, Un sonno senza sogni (Drago Edizioni, 2006, 40 pp. 10 euro). Anche qui, nell'ambito della narrazione letteraria che non vuole certo sostituire quella storica, una descrizione di quello che siamo stati e che non ricordiamo più. “Dalla mia finestra che sta proprio al centro della torre vedo la strada bianca che porta verso il mare. Ma non vedo i cavalli attaccati ai grossi cerchi di ferro, né vedo le bottegucce di cui mi parlavi, quelle rialzate da terra con i sarti accucciati nelle nicchie come dei santi. La sola cosa che riconosco è l’odore di mosto che sale dalle cantine che si affacciano sul cortile. E’ un buon odore. Di sera si mescola a quello del rosmarino e dei capperi che crescono lungo i muri della torre.” Con pochi tratti la scrittrice ci conduce all’interno della Torre e del baglio. “Ieri sono scesa, ho bussato alla grande porta della distilleria e ho chiesto di visitarla. Mi ha aperto un tizio con gli occhi rossi e un ginocchio fasciato, non voleva farmi passare, ma quando gli ho detto che sono una tua amica è diventato subito gentilissimo. Mi ha mostrato le botti piene di vino, la grande tinozza di pietra in cui degli uomini a gambe nude rovesciano montagne di uva sfranta che lì dentro bolle e si macera. (…) mi ha portato sul ballatoio a vedere le larghe bacinelle di terracotta in cui sono tenuti a mollo collarini da avvolgere attorno ai tappi. E mi ha fatto vedere come funziona la ruota di legno che caccia i sugheri nel collo dei vetri e come viene impastata la colla per le etichette.”

All’interno di questa Torre, dunque si fa il vino. Ed è il vino il terzo protagonista, assieme alle due donne, di questo racconto epistolare. Viene, infatti, citato continuamente. “La malvasia profumava di mortella e di fieno fresco, certo che tu conosci questa malvasia di Casteldaccia- chiede Annamaria- È davvero squisita” Dalla malvasia si passa, poi, al vino bianco appena fatto. “Un vinello fresco dal sapore che salta sulla lingua -scrive ancora la donna all’amica- Ha il profumo delle vigne qui dietro la torre, sempre arroventate dal sole, con gli spuntoni di erba bruciacchiata, in mezzo a cui vengono su ardite certe foglioline di menta e di timo dall’odore acuto e insinuante.” Mirta conosce bene quel vinello e infatti risponde: “Conosco il vino di cui parli, in famiglia lo chiamavamo “u nicuzzu”, perché è appena nato. E’ fresco e si manda giù come una spremuta d’uva.” Dal novello al vecchio savio, “profumato come un damerino”, si discute di vini con competenza e rispetto. Il racconto, quindi, unisce due donne, due destini e un uomo che fa la spola tra le due, ma il vero collante tra tutti gli ingredienti, filosofia compresa, è il vino, a cui si legano sapori e odori, da sempre veicoli di identità e appartenenza.

Da questa memoria ritrovata, dunque, parte anche l’idea di un incontro tra la scrittrice e la cittadinanza, nei 160 anni dell’istituzione comunale, in una Torre da poco restaurata e restituita alla pubblica fruizione e nella quale la scrittrice, si ritroverà, gradita ospite, dopo parecchi decenni.

Il tutto, con la speranza che ciò possa essere solo l’inizio di un nuovo percorso a cui la cultura e una nuova ritrovata memoria possano fare da traino. Accompagnate, magari, da una nuova produzione di malvasia.

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Maria Luisa Florio