Centri antiracket e antiusura a Bagheria: servono veramente?

Centri antiracket e antiusura a Bagheria: servono veramente?

cronaca
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In questi giorni ritorna la polemica sollevata da un intervento della Sinistra Democratica su questa stessa pagina del nostro giornale, per la chiusura del centro per la diffusione della legalità e contro il racket e l’usura sinora allocato nei locali comunali di Via Mattarella.

E’ ovvio che la domanda del titolo è retorica, anzi, se vogliamo, volutamente provocatoria e che quello che diremo probabilmente susciterà qualche reazione polemica, ma pensiamo che chi voglia veramente affrontare seriamente il problema si debba porre in maniera “laica” e scevro da pregiudizi, una semplice domanda.

Come hanno funzionato, o come stanno funzionando, questi centri , e a Bagheria ce ne sono due, per la cultura e la diffusione della legalità e contro racket e usura?

Che tipo di rapporto e di riscontro hanno trovato nel territorio?

Che tipo di attività hanno concretamente svolto nei rapporti con le varie realtà sociali, con le scuole, con le associazioni di categoria, con la domanda dei potenziali utenti?

La prima cosa che il soggetto proponente l’iniziativa,(nel caso sollevato da Sinistra Democratica crediamo che sia la Camera di commercio, in partenariato con altre realtà territoriali), dovrebbe fare, sia pure con la necessaria riservatezza su alcuni aspetti, è un bilancio dell’attività svolta.

Altrimenti chiedere, come si sta facendo la riapertura di uno sportello informativo, che sin dall’inizio si sapeva essere a termine, suona solo come propaganda.

Vengano valutati da chi di dovere i risultati, e non pretendiamo naturalmente che siano pubblicati nomi o numeri; ma far sapere se al di là della doverosa attività informativa nelle scuole o alla partecipazione degli operatori ad assemblee e convegni, ci sia un riscontro concreto nel territorio.

Non basta dire che a Bagheria c’è la mafia, c’è il pizzo, c’è l’usura, quindi teniamo aperti due centri informativi e di supporto a commercianti e imprenditori senza sapere effettivamente quali funzioni e compiti abbiano svolto e quale risultati positivi ed efficaci possano avere realizzato in relazione agli obiettivi che si erano proposti.

Perché noi siamo di fronte a due dati discordanti: da un lato le indagini di polizia giudiziaria, le intimidazioni, le minacce più o meno velate, gli arresti, portano alla luce un panorama inquietante, dall’altro non ci pare che questi presidi di legalità trovino concreti riscontri e sufficiente attenzione.



Per un momento mettiamoci nei panni di un commerciante, di un imprenditore che viene per così dire “avvicinato” dagli uomini di cosa nostra.
L a prima cosa che fa probabilmente il soggetto è di parlarne con una persona di assoluta fiducia, un amico, un parente, o di rivolgersi alla polizia o ai carabinieri direttamente, in maniera magari molto riservata.

Non ci pare che il soggetto sottoposto a intimidazione o ricatto mafioso, in un centro relativamente piccolo come il nostro, sia molto portato ad andare in un ufficio pubblico dove possono vederlo decine e decine di persone e a raccontare le proprie cose a gente che magari vede per la prima volta.

Allora bisogna probabilmente ripensare e affinare i termini di queste esperienze, sfruttando le sinergie, per rilanciarle e renderle adeguate ad affrontare e risolvere le problematiche specifiche del nostro territorio, senza farne una questione di pregiudizio ideologico.

Se saremo veramente capaci di questo, di evitare parzialità e strumentalizzazioni
su questioni di questo tipo, la lotta contro cosa nostra avrà fatto un concreto passo avanti.