Un ricordo personale di quella domenica, 19 Luglio 1992

Un ricordo personale di quella domenica, 19 Luglio 1992

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Anche quel 19 Luglio di diciassette anni fa, era una domenica.
Una di quelle domeniche estive, calde e interminabili, per chi le vive in città.
Dopo l’inevitabile riposo del dopo pranzo, la sveglia per seguire le conclusioni della tappa del Tour de France;
apprendemmo poi che anche Paolo Borsellino, grande appassionato di ciclismo, aveva seguito la tappa del Tour, e che subito dopo, dalla casa al mare di amici dove era stato ospite, s'era recato in città per andare a fare visita alla madre in Via D’Amelio.
Una abitudine che evidentemente gli attentatori conoscevano bene.

All’improvviso nel silenzio di quel pomeriggio, una esplosione sorda, potente: ci affacciammo in parecchi, i condomini di Via Città di Palermo, laddove le case hanno la visuale libera sul golfo e sulla città.
Ci interrogammo a vicenda , cercando di capire cosa fosse accaduto: sarà stata una bombola di gas disse qualcuno.

Neanche il tempo di riflettere meglio, che laggiù sulla città nella zona del porto si alzò un nuvolone di fumo: avemmo la percezione che fosse stata una brutta esplosione, la cui natura però ci restava ignota, e cominciammo a smanettare con il telecomando per vedere se le TV dicevano qualcosa.

Passarono una quindicina di minuti, non di più, ed un "serpentone", ci informava che a Palermo in Via Mariano D’Amelio, c’era stata una esplosione, una bomba davanti alla casa della madre del giudice Borsellino.

Via D’Amelio, il nome non mi è nuovo, continuavo a a ripetere a mia moglie e a me stesso.
Poi ho fatto il collegamento: c’ero stato qualche giorno prima, perché c‘era la abitazione di un mio collega di lavoro che abitava e abita in un appartamento che ha lo stesso ingresso di quello della mamma del giudice.

Immediatamente chiamo al telefono il mio collega: dall’altro capo del telefono solo un pianto convulso.
Nino che hai, cosa è successo, come stai?
Niente. Nino non riusciva a parlare, ancora sotto choc lui e la sua famiglia, a meno di mezz'ora dall'esplosione, solo il pianto e qualche parola smozzicata: ”E’ terribile, non lo so, è saltato tutto”.

Vengo subito, fu la mia reazione d’istinto: e andai in Via D’Amelio.

Naturalmente non mi fecero passare.
Non c’erano ancora, diffusi come oggi, i telefonini; andai presso una cabina e richiama il mio collega, che adesso riusciva a parlare: “Ero nel salone, a guardare la TV - mi raccontò - all’improvviso un boato. Ho pensato che fosse esplosa la bombola in cucina dove c’era mia madre. Ho la casa distrutta come dopo un bombardamento; calcinacci, vetri rotti, infissi saltati, lampadari a pezzi”.

Gli spiegai che non mi avevano fatto passare, e che sarei tornato l’indomani. E l’indomani potei entrare nella zona dell'attentato, preso in consegna dal mio collega, da un poliziotto che annotava le generalità e da un vigile del fuoco che ci accompagnò lungo le scale sino al 6° piano (anche perchè gli ascensori erano stati bloccati), dove si trovava l'appartamento.

Mi colpì, oltre allo sconquasso generale, nella stanza da letto che dava proprio su Via D’Amelio, la vista impressionante di un muro in cui erano andate a conficcarsi una decina di grosse schegge di vetro.

Anche la sua auto, una Croma, era andata completamente bruciata.

Nei giorni successivi la nostra azienda, l’azienda farmaceutica Schering, molto più tempestiva che lo Stato, gli fu immediatamente vicino: gli ricomprò subito la macchina, e gli mise a disposizione una somma, per le prime urgenti riparazioni.
Questa la notazione personale.

Dal punto di vista delle ripercussioni dell’evento che seguiva di poche settimane “l’attentatuni” contro Falcone, ricordiamo lo sconforto di Caponnetto: ”E’ finita, è finita...” continuava a ripetere nelle interviste alle tv, ma anche il dolore cupo e contenuto dei magistrati colleghi di Borsellino.
Per la prima volta vedemmo quella foto, che sarebbe diventata emblematica dei due magistrati assieme che parlottano sereni e sorridenti tra loro.


La strage Borsellino fece, se possibile ancora più impressione della strage dell’autostrada.

Proprio come nel marzo del 1978 per le Brigate Rosse ai tempi dl sequestro Moro e della strage della scorta, cosa nostra apparve come una sorta di organizzazione invincibile, che osava ed aveva la forza di sfidare lo Stato.

Però, e fu una riflessione che in tanti facemmo subito dopo, proprio quello che segnava il massimo della potenza terroristica e distruttiva di cosa nostra, si rivelerà, come i fatti dimostrarono dopo, l’inizio del processo che avrebbe portato, così come fu per il brigatismo rosso, alla sconfitta della mafia.

L'altra osservazione che in tanti facemmo riguardò la stranezza di quel mutamento di pelle, pieno di significati però, della mafia da organizzazione violenta e sanguinaria ad organizzazione terroristica.
Colpiva che la mafia, pur avendo messo ovviamente in conto che la reazione dello Stato attaccato in maniera così vistosa e violenta, sarebbe stata durissima, purtuttavia, portò avanti questi eccidi.

Perchè lo fece?

Solo per spirito sanguinario e perchè si credevano inattaccabili, perchè volevano costringere lo Stato a trattare, o forse perchè come i fatti di questi ultimi giorni fanno anche solo ipotizzare, la mafia ha realizzato quei terribili delitti, che suscitarono una sollevazione popolare, anche per conto terzi?

E' questa la risposta che ancora attendiamo, per poter chiudere i conti definitivamente con un fenomeno, non solo criminale, che ha condizionato la vita politica e sociale non solo della Sicilia ma dell'intero paese.