Dacia Maraini su Bagheria...

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Il nome Bagheria pare che venga da Bab el gherib che in arabo significa porta del vento.

Altri dicono invece che Bagheria provenga dalla parola Bahariah che vuol dire marina.

Io preferisco pensarla come porta del vento, perché di marino ha molto poco, Bagheria, sebbene abbia il mare a un chilometro di distanza.

Ma è nata, nel suo splendore architettonico, come villeggiatura di campagna dei signori palermitani del settecento e ha conservato quell’aria da “giardino d’estate” circondato di limoni e ulivi, sospesa in alto sopra le colline, rinfrescata da venti salsi che vengono dalle parti del Capo Zafferano (foto in basso, n.d.r.).

Cerco di immaginarla com’era prima del disordine edilizio degli anni Cinquanta, prima della distruzione sistematica delle sue bellezze.

Ancora prima, quando non era diventato il centro di villeggiatura preferito dai nobili palermitani, prima delle carestie, delle pesti, in un lontano passato che assomiglia al grembo di una antica madre da cui nascevano le città e le cose.

Polibio parla di grandi distese boscose, due secoli avanti Cristo, quando i cartaginesi attaccarono gli alleati dei romani “presso Panormo”.

Fra il monte Cannita dove pare sorgesse la città di Kronia, luogo di culto della dea Atena,e il cozzo Porcara dove si sono trovati i resti di una necropoli fenicio-punica, c’era questa valletta amena che poi è stata chiamata Bagheria.

Ha la forma di un triangolo con la punta rocciosa del Capo Zafferano che sporge sul mare come la prua di una nave.

Un lato comprende i paesi di Santa Flavia, Porticello e Sant’ Elia; l’altro lato il più selvaggio era occupato, sino al dopoguerra, solo dal paese dell’Aspra con le sue barche da pesca tirate in secca sulla rena bianca.

Al centro, appoggiata fra le colline, in mezzo a una folla di ulivi e limoni, ecco Bagheria lambita da un fiume oggi ridotto a uno sputo, l’Eleuterio che, ai tempi di Polibio, era navigabile sino al mare.

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Oggi il panorama è deturpato orrendamente da case e palazzi costruiti senza discernimento, avendo buttato giù alberi, parchi, giardini e costruzioni antiche.

Eppure qualcosa è rimasto della vecchia grandezza di Bagheria, ma a pezzi e bocconi, fra brandelli di ville abbandonate, nello sconcio di nuove autostrade che si sono aperte il varco sino al centro del paese, distruggendo selvaggiamente giardini, fontane, e tutto quello che si trovavano fra i piedi.

Mia madre mi raccontava di una certosa
, in cui lei era stata da bambina, che stava dentro villa Butera. “Era un piccolo convento in miniatura, con tutte le sale, le cappelle di un vero convento. Entravi e trovavi un fraticello con una brocca d’acqua in mano.

Poi ti inoltravi e lungo il corridoio trovavi le celle in cui dei monaci, con la tonaca sino ai piedi, erano intenti a pregare, o a scrivere. Sembravano veri ed erano di cera riempiti di stoppa. C’era pure un orso imbalsamato che muoveva la testa in mezzo alla sala delle preghiere".

Le pareti erano affrescate con dipinti nello stile di Velasquez. C’era persino un vecchio cameriere intento a scopare il pavimento del cortile, con tanto di grembiule e pianelle ai piedi.

In una cella più grande, poi, si svolgeva una cena: l’ammiraglio Orazio Nelson e la regina Maria Carolina erano serviti da un cameriere negro. C’era perfino una cucina, con un cuoco che era intento a friggere due uova in una padella.

In un’altra stanza c’era Ruggero il Normanno che leggeva un libro. E infine, nella sala da pranzo c’era il principe Branciforti, che parlava tranquillamente, seduto a tavola assieme con il re Luigi XVI e Ferdinando I di Borbone…

Venivano da tutte le parti a visitare la certosa di Bagheria.
E ora?

Ora la Certosa è distrutta. Non so chi e quando abbia compiuto lo scempio. Ma Bagheria ha così poco amore di sé che non conserva neanche le memorie più preziose.

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