Dopo "Baarìa" il dialetto si scrive come si parla- di B.Napoli

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Leonardo Sciascia, in una nota al suo libro Occhio di capra (Einaudi, 1984), cita il finale della Cavalleria rusticana in cui una voce fuori scena grida il famoso 

hanno ammazzato compare Turiddu”. Ma i siciliani, egli scrive, non è così che pronunciano il dd perché i siciliani dicono Turiddru e non Turiddu.

 E così, quando si scrive, dopo il doppio d bisogna aggiungere una r.

Un giorno, di queste cose, mi capitò di parlarne con Nino Morreale che non si mostrò d’accordo perché, egli dice, il dialetto siciliano è come l’inglese che si scrive in un modo (ddu) e si pronuncia in un altro modo (ddru).

E così era, ad esempio, per Ignazio Buttitta.

Anche Tornatore le parole con la doppia d finale le scrive in un modo (nella sceneggiatura) e le fa pronunciare in un altro modo (nel film) ma, per tutto il resto, se si va a leggere il libro, u baariuotu è scrittu precisu comu è parratu.

Così, dopo Tornatore, e, badate, non dico dopo Camilleri perché quella di quest’ultimo è una lingua inventata, dopo Tornatore dico, chiunque voglia scrivere in dialetto dovrà tenere conto della sua lezione: si scrive come si parla.

Il libro, scritto dunque in baariuotu, è una collezione di storie che si amalgamano con una storia centrale. Fanno parte del vissuto dell’autore o gli sono state raccontate. In quest’ultimo caso Tornatore le ha pensate e ripensate, metabolizzate, modificate facendole diventare vissuto personale.

Di molte di queste storie possiamo rintracciarne l’origine, divertirci e appassionarci vedendo il modo in cui l’autore le ha riscritte, entrare nel suo laboratorio personale.

Accenniamo ad una di esse e, precisamente, alla morte di Pietro Lanza. Questa è stata raccontata da Ferdinando Scianna nel suo Quelli di Bagheria (Peliti Associati, 2002 ). L’uomo è a terra, il maresciallo si fa portare una brocca d’acqua dal bar e gliela getta in faccia, gli getta l’acqua a uno che è vissuto di vino, ecco perché, "Non mi ci stai facendo sentire nessun piacere". Ferdinando Scianna scrive che la morte di Pietro Lanza gli è stata raccontata da Filippo Lo Medico il quale l’ha raccontata anche a noi, a me e a Mimmo Aiello, e nello stesso modo. E invece Filippo Lo Medico, in un magnifico racconto pubblicato nelle pagine del giornale palermitano L’ORA dal titolo Il brindisi di Pietro Lanza, di quella brocca d’acqua non parla assolutamente.

E dice: “Cadde nella piazza ed una guardia municipale si avvicinò e lo toccò col piede e gli disse: “Pietro alzati!” e lo toccò col piede e gli disse: “Pietro alzati!” . E lo toccò col piede e ancora gli disse: “Alzati Pietro!” Pietro si girò, lo guardò e disse con quel sorriso e un fuggevole lampo nei suoi occhi intelligenti : “ Non mi ci stai facendo sentire nessun piacere!” E spirò.

E’ così che la racconta Tornatore la morte di Pietro Lanza (senza la brocca) ma, ovviamente, è in baariuotu che lo fa parlare; alla guardia municipale che vorrebbe farlo alzare da terra dice infatti: “Stupitu…’un lu viri ca stàju muriennu…mancu prèju mi ci stati faciennu sientiri…

Nel film si scopre una cosa che nella sceneggiatura non può essere messa in evidenza; e cioè che Pietro Lanza muore mentre nel corso Umberto, fino ad allora sterrato, si svolgono i lavori di pavimentazione. Sappiamo che questi sono stati fatti tra il ’48 e il ’49 e che Pietro Lanza è invece morto nel 1945. Bellissimo esempio di anacronismo poetico (se a sbagliarci non siamo noi).

 

Biagio Napoli

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